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Tra assistenzialismo e welfare integrativi
Remo Siza 19/11/2013
 
In Italia le politiche sociali stanno cambiando molto rapidamente. Probabilmente con la stessa rapidità stanno cambiando le condizioni di vita di una parte molto consistente delle famiglie italiane, il loro reddito, le loro attese per il futuro. I due processi si sviluppano paralleli, l’uno influenza l’altro molto parzialmente, i rischi sociali che emergono nella società italiana non mutano le scelte delle istituzioni.
Questa crescente distanza non è dovuta semplicemente alla crisi finanziaria ed economica che ha ridotto le capacità operative delle politiche sociali, ma ad una evoluzione di più lungo termine condivisa dalle principali forze politiche e sociali e a cui la crisi economica sembra aver dato slancio e nuove motivazioni.
Dai tagli e dai vari provvedimenti finanziari che si sono susseguiti a partire dal 2008 emerge una prospettiva di welfare sociale che prevede una riduzione profonda delle prestazioni pubbliche assicurate alla generalità della popolazione. Un welfare leggero che prevede un numero ridotto di beneficiari e di campi di intervento, in cui l’intervento pubblico intende tutelare soltanto una minoranza bisognosa, che non riesce a conquistarsi autonomamente le risorse sufficienti per vivere. La Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (Def), approvata di recente dal Governo, sottolinea ulteriormente questa esigenza: il nuovo modello di assistenza dovrà essere rivolto principalmente a chi ne ha effettivamente bisogno e con prestazioni non incondizionate.
I cambiamenti che stanno emergendo nell’ambito dei sistemi di welfare privati sono ancora più profondi. I progetti di riorganizzazione cercano di comporre una pluralità di risorse – i welfare aziendali, le assicurazioni private, le fondazioni – in una strategia di politica sociale più moderna e dinamica.
Il secondo welfare è sicuramente la proposta che appare più solida e quella di cui più ampiamente si discute: è un welfare integrativo costituito da un mix di programmi di protezione e investimento sociale, finanziati attraverso assicurazioni private stipulate dalle famiglie contro i nuovi rischi, fondi di categoria, fondazioni bancarie e altri soggetti filantropici, il sistema delle imprese e gli stessi sindacati, le associazioni.
In questa prospettiva il welfare statale diventa meno generoso, ma non viene messo in discussione, ed è integrato massicciamente dall’esterno da rilevanti risorse proprie di altri soggetti non pubblici. Il secondo welfare intende mobilitare risorse e iniziative di provenienza privata – le varie esperienze di welfare aziendale, le fondazioni, il risparmio privato – in grado di supportare il sistema pubblico in vista delle crescenti aspettative.
Il prossimo futuro potrebbe essere caratterizzato dall’emergere di un welfare sociale solo per le persone “autenticamente bisognose”, che ci riporta indietro ad un welfare residuale, ad un intervento pubblico minimale, e dal consolidarsi di un welfare integrativo che per molti aspetti è in continuità rispetto a soluzioni adottate da tanti paesi europei, e per altri aspetti è pieno di rischi e di criticità, di scelte non chiaramente esplicitate.
Le due configurazioni di welfare sono molto differenti e di ben diversa consistenza teorica, ma il risultato finale potrebbe essere lo stesso, la riduzione sensibile del welfare che conosciamo integrato più o meno organicamente da sistemi di protezione sociale fondati sull’impresa e sul risparmio privato.
La proposta di secondo welfare e le esigenze di contenere le risorse per il welfare pubblico intendono rispondere ai rischi sociali emergenti derivanti dall’invecchiamento della popolazione e dalla crescita delle condizioni di non autosufficienza, esclusione sociale, difficoltà di conciliazione fra responsabilità lavorative e familiari. Ma sono solo questi i rischi emergenti nella società italiana? Ciò che tutti osserviamo è il crescere anche di altri rischi sociali, in particolare quelli derivanti dal diffondersi di estese condizioni di vita caratterizzate da impoverimenti e ristrettezze finanziarie che riguardano oramai non più gruppi definiti ma la maggioranza delle famiglie italiane. In questi anni di crisi è cresciuta una “Italia povera”, di cui fanno parte famiglie che pur avendo livelli di reddito e di consumo al di sopra della linea convenzionale di povertà, con difficoltà crescente riescono a far fronte alle spese quotidiane e a partecipare dignitosamente alle consuetudini della vita sociale, famiglie che vivono costantemente in ristrettezze economiche. I vari provvedimenti finanziari e le proposte emergenti sul welfare non colgono questa pluralità di rischi sociali, ma soprattutto non partono dall’esigenza di rispondere ad ognuno di essi con azioni di politica sociale appropriate.
Attorno al progetto di secondo welfare si sta costruendo un blocco economico e sociale molto ampio e consistente, capace di esprimere e sostenere una articolazione netta e distinta dei soggetti che concorrono al benessere delle persone:
  • da una parte il welfare pubblico, in cui la significativa e progressiva riduzione delle risorse è contrastata debolmente da quasi tutte le forze sociali e politiche più rilevanti e in buona parte viene giustificata sulla base di ineludibili esigenze di sostenibilità finanziaria;
  • dall’altra un welfare complementare a quello pubblico, più agile, in grado di dare risposte qualificate e più articolate alle domande crescenti. Un sistema che può svilupparsi liberamente perché non ha stretti vincoli di bilancio, ma dipende dalla capacità di mobilitare risorse aggiuntive (il risparmio delle famiglie, il welfare aziendale, le fondazioni).
 
L’equilibrio tra i due sistemi e le opportunità di accesso a ciascuno di essi sono cambiati significativamente in questi anni di crisi: una parte considerevole della domanda di prestazioni si è spostata dal pubblico al privato, ma questo spostamento è evidente che non è determinato dal miglioramento delle condizioni economiche delle famiglie, ma dalle difficoltà crescenti di accesso che presenta il pubblico. Si stanno creando, insomma, le condizioni in base alle quali il secondo welfare si alimenta della crisi del primo.
Queste nuove condizioni stanno determinando uno spostamento “forzoso”, solo formalmente volontario, di una parte consistente della domanda di classi medie impoverite verso il welfare complementare: molte famiglie pur di ottenere i servizi di cui necessitano impegnano una quota rilevante del loro reddito.
La percentuale di popolazione che dichiara serie difficoltà nell’accesso ai servizi pubblici è cresciuta notevolmente in questi anni: milioni di persone rinunciano a curarsi per motivi economici, anche per il continuo aumento dei ticket. Secondo i dati della ricerca EU-SILC, nel 2010 fra le persone che non hanno potuto accedere ai servizi pubblici ben il 65,4% dichiara che la causa è stata il costo delle prestazioni. Le manovre finanziarie di questi ultimi anni hanno ulteriormente peggiorato le condizioni di accesso e accentuato il trasferimento dei costi della sanità sui cittadini tramite l’introduzione di ulteriori forme di ticket: la diminuzione maggiore nella richiesta di prestazioni sanitarie è avvenuta per i soggetti non esenti dal pagamento del ticket.
Allo stesso tempo la percentuale delle famiglie italiane che ricorre all’assistenza integrativa privata è cresciuta, dal 2008 al 2010, del 5%. Un recente studio della Confindustria rileva che “nel 2010 la spesa sanitaria privata è risultata pari a 30,5 miliardi e in questi anni stanno emergendo segnali di un ulteriore aumento della spesa sanitaria privata connessi al fatto che le recenti manovre finanziarie rischiano di porre il Sistema Sanitario Nazionale, limitatamente per ora ad alcune prestazioni, fuori mercato”.
È evidente che questo spostamento della domanda dal pubblico verso i privati non si è realizzato perché la condizione economica delle famiglie è migliorata ed è cresciuto il risparmio privato. Varie indagini rilevano una sensibile diminuzione dei redditi e dei consumi delle famiglie italiane. L’indagine ISTAT-EU-SILC “Reddito e condizioni di vita”, condotta negli ultimi mesi del 2011, rileva che ben il 38,4% delle famiglie italiane (nel 2011 erano il 33,3%) dichiara di non poter sostenere una spesa imprevista pari a 800 euro.
Nel 2012, il potere d’acquisto delle famiglie è diminuito del 4,8 per cento. Si tratta di una caduta di intensità eccezionale e che giunge dopo un quadriennio caratterizzato da un continuo declino (nel 2011 il reddito reale era inferiore del 5 per cento circa rispetto a quello del 2007.
La crisi economica e finanziaria ha cambiato profondamente la condizione delle famiglie italiane. Ma le emergenti configurazioni di welfare continuano ad immaginare condizioni di vita molto semplificate:
  • da una parte rilevano la diffusione di povertà severe, di famiglie prive di casa e di reddito alle quali è necessario offrire prestazioni sociali pubbliche di sopravvivenza, prevalentemente assistenziali;
  • dall’altra enfatizzano l’emergere di una famiglia moderna, individualizzata, immaginata dinamica e attiva, che non va certo al Comune o in un povero studio medico privato per far fronte alle esigenze di cura di cui necessita, e che, superati questi anni di crisi, sarà disponibile ad investire una parte del suo reddito per assicurarsi prestazioni sociali e sanitarie di qualità, realmente efficaci e realmente protettive rispetto ai rischi della non autosufficienza, di una malattia prolungata, di una diminuzione severa del proprio reddito.
 
In realtà, il problema della società italiana non è costituito soltanto da un’incidenza della povertà molto alta che coinvolge famiglie ben distinte da quella classe media solida in termini economici, ma dall’estendersi di una condizione sociale di impoverimento che riguarda la maggioranza delle famiglie italiane. Un ulteriore indebolimento del welfare pubblico aggraverebbe le condizioni di vita di questi strati della popolazione: sono famiglie che rischiano di non poter disporre di sufficienti servizi pubblici, che avranno scarse possibilità di accesso ad un welfare integrativo, che hanno lavori precari o non sufficientemente retribuiti o hanno inserimenti in aziende di piccole dimensioni che non assicurano ai loro dipendenti prestazioni di welfare, che hanno condizioni lavorative difficilmente conciliabili con la vita familiare anche in presenza di un programma di sostegno.
Queste famiglie corrono dei rischi sociali, non solo di non autosufficienza, molto elevati che difficilmente potranno essere affrontati da un welfare pubblico minimale e riparativo. Il secondo welfare difficilmente potrà incidere sulle loro condizioni di vita: il rischio è che il secondo welfare sia accessibile ad una parte molto ristretta della popolazione italiana e questo indebolisce fortemente l’equità sociale della proposta, ma anche le sue possibilità di crescita.