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Quali risposte al bisogno dell’abitare con l’anziano? Famiglie sospese tra domiciliarità e residenzialità
Renzo Scortegagna 6/06/2013
 
 
«Dopo la morte di mia sorella mi sono sentita molto sola. E non poteva essere che così, pensando che siamo vissute insieme per più di settant’anni. Un nipote mi veniva a trovare ogni tanto».
«Come stai zia?».
«Mi sento sola. Ho paura. Quando suonano il campanello non so se aprire, perché penso che potrebbe essere qualche malintenzionato. Esco poco perché mi sento insicura: non ho voglia di prepararmi da mangiare. Qualche notte mi sveglio perché mi sembra di sentire la voce di mia sorella; mi alzo e non c’è nessuno. Ma poi faccio fatica a riaddormentarmi...».
«Beh, zia, devo andare. Cerca di stare bene. Tornerò un’altra volta a trovarti».
«Da un mese circa ho lasciato l’appartamento, troppo grande e troppo pieno di vuoti per essere vissuto e quindi sono andata a vivere in un pensionato per anziani. Lì ho una camera tutta per me; se mi serve qualcosa (di giorno e di notte) c’è sempre qualcuno che risponde. Trovo da mangiare pronto e mangio assieme agli altri in un bell’ambiente. Se viene a trovarmi qualcuno esco a fare quattro passi. Quando viene mio nipote andiamo anche a fare una breve visita alla casa rimasta vuota per non perdere del tutto i miei ricordi. Mi costa un po’ ma la mia pensione e i miei risparmi mi permettono di pagare la retta».     
 
È un piccolo frammento di storia. Ma quante storie simili si potrebbero raccontare? Anche con finali diversi più tristi e qualche volta più tragici?
Non intendo però raccontare storie, ma soltanto prendere lo spunto per parlare del rapporto tra l’anziano e l’abitare.
La casa risponde al bisogno del riparo materiale, ma anche a quello della sicurezza e dell’appartenenza a un territorio. La casa quindi, oltre a essere una risposta a un bisogno materiale, è anche un riferimento simbolico che evoca da un lato le proprie radici, l’appartenenza a una famiglia, e dall’altro segna visibilmente la delimitazione di uno spazio agibile rispetto a un altro spazio inagibile, una separazione tra “noi” e gli “altri”.
In casa, infatti, si sviluppa il processo di crescita del bambino e della bambina; in casa si impara ad essere autonomi, anche se la vera autonomia si acquista quando si esce di casa e si diventa protagonisti delle proprie scelte. In quest’ottica, infatti, la casa assume un significato ambiguo, perché lo stesso luogo che sostiene e alimenta la crescita e l’autonomia diventa il luogo dei limiti e della separazione. Ciò emerge chiaramente nei percorsi evolutivi dei bambini e degli adolescenti, per i quali l’uscire di casa è un obiettivo che segna la loro maturazione.
Un tempo, per un adolescente ricevere le chiavi di casa era segno di fiducia e di responsabilità ed era una tappa che doveva essere conquistata.
 
Assistenza domiciliare o ricovero in istituto?
Da questi brevi cenni è facile dedurre che il tema casa è un tema complesso e rimane tale anche quando lo si proietta nella realtà delle persone anziane.
Cosa rappresenta la casa per una persona che invecchia? La casa rappresenta per l’anziano il principale riferimento della sua storia. È il legame visibile e materiale con il territorio. Essa diventa il simbolo di uno stile di vita e di uno status sociale. Non è quindi un semplice mezzo finalizzato a soddisfare il bisogno del riparo, tant’è vero che, intorno alla casa, si sviluppano una serie di relazioni che danno senso all’abitare. Ed è per questo che alla casa si attribuisce un valore simbolico, che segna un’appartenenza a una comunità più ampia rispetto a quella espressa dal proprio nucleo familiare.
Sono affermazioni facilmente condivisibili, che trovano evidenti riscontri nella realtà, ma che presentano alcune criticità, proprio in riferimento agli abitanti anziani, nel momento in cui le stesse si leggono considerando i cambiamenti ai quali vanno incontro.
La casa, in realtà, per continuare a svolgere la sua funzioni protettiva, ha bisogno di manutenzioni; e per rimanere un significativo riferimento nell’ambito delle relazioni con il territorio e con la comunità di appartenenza è necessario che i legami e le relazioni siano continuamente attivati. Si tratta di azioni fortemente correlate con l’età degli abitanti. La persona anziana infatti, con il passare degli anni, è destinata a incontrare una condizione di fragilità, che indebolisce progressivamente il grado di autonomia e l’entità e la qualità delle sue forze fisiche e mentali. Se poi interviene la malattia, spesso con elementi di cronicità, questa fragilità aumenta e diventa una vera e propria condizione di non-autosufficienza, segnata dalla relativa perdita di autonomia. Condizioni cioè che generano nuovi bisogni e nuove modalità per soddisfarli attraverso varie forme di aiuto e di assistenza vera e propria.
Di fronte al nuovo scenario occorre trovare le risposte più adeguate alle esigenze delle persone, senza tradire i significati autentici dell’abitare e, nel medesimo tempo, predisponendo le pratiche adeguate e sostenibili per fornire tali risposte.
Le questioni riguardano prima di tutto la persona anziana, chiamata a ridefinire i suoi bisogni nel rispetto del suo diritto di abitare una casa; riguarda anche i responsabili delle politiche sociali e sanitarie e quindi dei servizi, cui spetta il compito di promuovere le soluzioni più idonee fornendo i rispettivi interventi.
Lo spazio all’interno del quale si collocano le diverse soluzioni è definito sostanzialmente da due estremi: da un lato la posizione primaria e irrinunciabile della propria abitazione, provvedendo agli aiuti attraverso interventi di assistenza domiciliare; dall’altro il ruolo surrogatorio della residenza per anziani (nel linguaggio comune identificata nella “casa di riposo”), come struttura deputata a gestire le situazioni di non autosufficienza a diversi livelli di gravità.
 
Le famiglie di fronte alla scelta sulla modalità di assistenza
Molte famiglie e molte persone anziane, così, si trovano di fronte a questo interrogativo: assistenza domiciliare o ricovero in istituto? Le ricadute che le diverse risposte producono sono assai significative, sia nei confronti dell’anziano o dell’anziana – i primi interessati – sia rispetto alle loro famiglie, ma anche per i servizi da erogare e i costi che le scelte conseguenti comportano.
Il primo aspetto da chiarire, per evitare che le risposte siano astratte e ideologiche, è il particolare contesto che connota la vita quotidiana della persona anziana e dei supporti e aiuti di cui può fruire da parte del familiare o di altri soggetti non appartenenti ai servizi (rete parentale, vicinato, volontariato, etc.). Ma va considerato anche il contesto dei servizi esistenti e attivi sul territorio e quindi l’entità delle risorse effettivamente investite nel settore, sia a livello pubblico sia privato (profit e non profit).
È impossibile descrivere in modo esauriente gli scenari che si possono incontrare nella realtà, ma alcuni semplici richiami chiariscono in modo sufficiente il tipo e la quantità di variabili che intervengono nella configurazione della domanda di aiuto e nelle risposte che possono essere fornite dagli erogatori di assistenza.
Di fronte alla domanda di aiuto, le prime risposte di assistenza vengono generalmente fornite dalla famiglia. Può essere il partner della persona anziana che interviene o può essere un figlio o una figlia convivente e non convivente (o altro parente).
In queste circostanze i bisogni possono essere soddisfatti, in via informale, all’interno della rete familiare. Possono tuttavia presentarsi alcune esigenze, particolarmente gravose, che richiedono aiuti di professionisti, in possesso di competenze specifiche: l’effettuazione di un bagno, qualche medicazione delicata, una terapia iniettoria, etc. Si tratta di un aiuto che si può definire “leggero”, integrativo e mirato ad alcuni interventi specifici e che può essere fornito da servizi pubblici o privati a titolo oneroso o in esenzione (parziale o totale), a seconda della disponibilità della persona da assistere e della normativa in vigore.
Quando l’impegno della rete parentale non risulta sufficiente o non risulta attivabile, negli ultimi anni si è ricorso all’assistenza privata a pagamento (badanti), che può anche essere sostenuta (parzialmente) da aiuti economici da parte delle istituzioni, compatibilmente con le disponibilità esistenti e sempre della normativa in vigore e comunque in relazione alla capacità di spesa dell’anziano da assistere.
In questi casi l’attenzione e i contenuti degli interventi assistenziali sono centrati sulla gestione dell’abitazione e sulla cura sociosanitaria della persona, mentre normalmente non presta considerazione alla dimensione relazionale con il territorio e con la comunità, che pure è parte importante dell’abitare.
In questo modo lo spazio vitale e la quotidianità si svolgono all’interno dell’abitazione, con il rischio che il potenziale residuo della persona da assistere non venga valorizzato, per cui la condizione di dipendenza possa inevitabilmente peggiorare e aumenti contemporaneamente il bisogno di aiuto e di assistenza.
Per prevenire tale rischio è necessario mantenere e attivare le relazioni con l’esterno. In tale direzione si collocano i centri diurni o le varie forme di centri per anziani, finalizzati proprio a creare rapporti e aggregazioni sul territorio. Questi ultimi possono avere diversi orientamenti: in alcuni casi gli obiettivi da perseguire sono prevalentemente ludico-ricreativi; in altri casi invece si programmano anche interventi di tipo sociosanitario, finalizzati a dare risposte precise a bisogni accertati (fisioterapia, terapie di conservazione della memoria, animazione per mantenimento delle competenze, musicoterapia, etc.).
Nei centri per anziani spesso si introducono forme di gestione partecipata e quindi molte attività sono autogestite, secondo programmi condivisi. In altri casi può esserci la presenza di operatori con competenze animatorie, che hanno il compito di promuovere e facilitare i rapporti e prevenire eventuali tensioni che possono verificarsi all’interno del centro stesso.
La scelta verso il centro per anziani o quella verso il centro diurno, supposto che esistano e appartengano al sistema dei servizi territoriali, è determinata dal grado di autonomia e di autosufficienza della persona anziana e quindi dalla consistenza e dalla tipologia del bisogno da soddisfare. In questo senso i centri per anziani non sono sovrapponibili ai centri diurni. Questi ultimi, infatti, rispondono a criteri organizzativi e di contenuto assai diversi, rispetto ai primi.
 
La domiciliarità come riferimento dei due servizi
Nel centro diurno prevalgono le attenzioni verso la cura e quindi assumono rilevanza l’erogazione delle prestazioni offerte da professionisti con competenze specifiche. Per questo i centri diurni sviluppano programmi di cura e di assistenza veri e propri, escludendo di per sé forme di autogestione e di partecipazione diretta, salvo quelle forme finalizzate alla crescita delle motivazioni e dell’autostima (e quindi di responsabilità) nello svolgimento dei programmi previsti.
I centri diurni operano nei confronti di piccoli gruppi, per cui possono anche curare i rapporti relazionali, ma ciò avviene all’interno del contesto del centro stesso e non con il coinvolgimento dell’esterno. Si collocano in tale direzione, ad esempio, i gruppi di ascolto e di conversazione guidati, a partire da narrazioni degli stessi anziani oppure da eventi tratti dai giornali; ma anche alcune attività di fisioterapia e di musicoterapia e così via.
In tutti e due i casi si può parlare di servizi che riconoscono la domiciliarità e si prefiggono di migliorarla. Nel primo caso (centro per anziani) si tratta di creare occasione per mantenere “aperta” la propria abitazione, inserendo nell’organizzazione della propria vita attività specifiche per anziani e quindi cogliendo occasioni per attivare nuove relazioni o per aderire a iniziative già in atto.
Nel secondo caso, invece, il centro diurno è un prolungamento del domicilio e si rivolge a persone che già denunciano precisi bisogni di aiuto. Il rapporto con l’esterno non viene curato, anche se le attività e le prestazioni si svolgono all’esterno del domicilio.
Ambedue hanno obiettivi di prevenzione. Nel centro diurno, molte volte, la prevenzione si prefigge di non peggiorare una condizione già compromessa da perdite già in atto o da rischi già presenti e gli interventi sono orientati a mantenere e a migliorare il potenziale funzionale esistente. Ovviamente in questi casi deve esserci uno stretto raccordo con i programmi di cura che si svolgono a domicilio e con lo stile della vita quotidiana, in modo da assicurare una continuità tra la qualità della vita garantibile al proprio domicilio e la qualità promossa attraverso le prestazioni del centro diurno. In quest’ottica è auspicabile che il centro diurno mantenga rapporti con coloro che assistono l’anziano (rete parentale, o servizi, o assistente a pagamento) per non rompere tale continuità.
Anche il centro per anziani ha funzioni di prevenzione, perché contrasta il rischio dell’isolamento e della chiusura in se stessi, sviluppando legami con la comunità territoriale. Esso, nella maggioranza dei casi, si rivolge a persone sostanzialmente autonome, anche se non è esclusa la presenza di persone parzialmente non autosufficienti e di persone fragili, che richiedono attenzioni particolari.
È necessario, quindi, che anche questi centri sviluppino una sensibilità e un’apertura verso l’integrazione e la coesione, sia tutelando le persone meno dotate di autonomia, sia organizzando attività accessibili anche a persone con problemi, così da prevenire e impedire possibili emarginazioni. In questo senso anche il centro per anziani può attivare rapporti con le reti parentali e con coloro che si prendono cura delle persone a domicilio, per dare senso a quella continuità di cui si è appena detto.
Parlare di questi servizi significa anche interrogarsi sulla domiciliarità e sui diversi modi di viverla realmente. Una volta affermato, infatti, che vivere in casa propria è un diritto sacrosanto, si tratta di riflettere sulla qualità di vita che la vita a domicilio può garantire, evitando il rischio che la domiciliarità venga considerata come fine a se stressa o una semplice espressione ideologica.
La Bottega del Possibile, un’associazione che tutela e promuove la domiciliarità, ha raccolto e documentato storie straordinarie su come la domiciliarità possa essere garantita anche in casi assai difficili, evidenziando da un lato la rilevanza del contesto ambientale e culturale a sostegno di tale scelta e dall’altro l’integrazione tra risorse pubbliche e private, compreso il volontariato, necessaria per raggiungere risultati apprezzabili e duraturi. Sono storie interessanti che non possono diventare sempre un modello automaticamente ripetibile; semmai si tratta di analizzare attentamente le condizioni e le premesse a sostegno della domiciliarità, verificando comunque sempre i risultati che si ottengono in termini di qualità della vita. E, in tale ottica, anche il centro diurno può svolgere la sua parte, rispettando e difendendo la continuità del progetto.
Non ci sono quindi limiti reali alla scelta della domiciliarità, ma non si tratta nemmeno di scambiare un progetto assistenziale in una ideologia che, per difendere valori autentici, si sofferma sulle affermazioni di principio, rinunciando alle verifiche dei risultati di qualità effettivamente raggiunti.
In tali analisi non vanno considerati soltanto l’anziano o l’anziana interessati, ma anche coloro che si prendono cura (i caregiver), ai quali comunque va riconosciuto il diritto di rispettare e promuovere la loro qualità di vita.
A questo punto sorge l’interrogativo: quando la domiciliarità, per qualche ragione, non è più sostenibile, in che modo si può ricorrere alla scelta residenziale, ben sapendo che ciò implica l’abbandono del proprio domicilio e l’istituzionalizzazione in una struttura dedicata?
E quale risposta potrà fornire una struttura per anziani al bisogno di abitazione espresso dall’anziano o dall’anziana interessati?
La storia delle residenze per anziani non è semplice da raccontare, considerando specialmente le tante forme assunte nel tempo. Dagli asili per vecchi in condizioni di povertà e di abbandono, emarginati dalla vita sociale e familiare, fino alle strutture per anziani ricchi e di status sociale elevato, non più in grado di vivere dignitosamente con le proprie risorse (vedi per tutte la famosa casa di riposo per musicisti “Giuseppe Verdi”, che il grande maestro volle istituire a Milano, prima di morire – nel 1901 –, per fronteggiare la condizione di solitudine nella quale si sarebbero potuti trovare artisti anche celebri, diventati vecchi e impossibilitati a esprimere i loro talenti musicali e artistici).
Si trattava di strutture assai diverse per la quantità e la qualità dei servizi e delle prestazioni erogate, ma che avevano in comune un obiettivo che le giustificava e le legittimava: dare una risposta a persone anziane che si trovavano in situazioni di solitudine e abbandono. Implicitamente, la scelta residenziale attestava la non praticabilità e la rinuncia della vita al proprio domicilio, dal momento che le risorse disponibili e le caratteristiche ambientali non avrebbero permesso soluzioni adeguate e dignitose alle proprie esigenze. Essa aveva sempre un carattere di eccezionalità, in quanto la normalità prevedeva che gli anziani trovassero assistenza nella propria famiglia. Le tante denominazioni che tali strutture hanno assunto al momento della loro nascita evidenziano proprio questa condizione di vecchiaia decrepita, di indigenza, di rifiuto, di senza famiglia, e sono state espressione della filantropia di alcuni ricchi o di famiglie notabili e di solidarietà e carità cristiana (non a caso, la loro gestione è stata spesso affidata a ordini religiosi).
Questa situazione cambia sensibilmente negli ultimi 50-60 anni con l’affermarsi di un sistema di servizi che pone tra i suoi principali obiettivi la tutela, la promozione e la prevenzione della salute.
Progressivamente le strutture riservate alle persone anziane sono chiamate ad affrancarsi dal modello assistenzialistico per il quale erano sorte e trovare una collocazione all’interno del sistema dei servizi, partecipando a pieno titolo a quel processo di continuità assistenziale di cui si è fatto cenno. Ciò significava creare dei legami con gli altri servizi sia sul versante sanitario sia su quello socioassistenziale vero e proprio; e di conseguenza ricercare nuovi modelli, sia strutturali sia organizzativi e culturali. Modelli che potessero garantire quella qualità di vita non più sostenibile a livello domiciliare. Un percorso chiaro nelle sue linee teoriche, la cui realizzazione avrebbe richiesto tempo, risorse e un cambiamento culturale non indifferente.
Questo nuovo percorso, ancora in atto, è supportato e guidato da almeno tre condizioni. La prima riguarda l’allungamento della vita e l’aumento delle condizioni di non autosufficienza delle persone anziane, che hanno reso in molti casi difficile il mantenimento a domicilio e l’impossibilità di garantire una qualità di vita dignitosa. La seconda condizione è una politica socioassistenziale a sostegno della scelta domiciliare e contemporaneamente la ricerca di nuovi profili delle strutture per anziani (anche con specifici interventi normativi), superando i vecchi modelli ereditati dal passato. La terza e ultima condizione riguarda una modifica della struttura e dello stile di vita della famiglia (in particolare della donna), costretta a rivedere i criteri e le scelte in materia di lavoro e cura.
I nuovi scenari che si presentano impongono nuovi obiettivi che si declinano almeno in tre direzioni:
  • un ripensamento rispetto ai target di popolazione anziana cui rivolgersi, escludendo le persone ancora in grado di vivere a domicilio e riservando invece attenzioni particolari verso i non autosufficienti anche gravi (ad esempio, stati vegetativi e demenze gravi) e quindi anche con un carico assistenziale pesante sia di tipo sanitario, sia di tipo socioassistenziale;
  • la diversificazione dei servizi nella linea della continuità e quindi istituendo in qualche caso i centri diurni o sviluppando varie forme di assistenza domiciliare; in questi ultimi tempi organizzando degli hospice destinati all’assistenza nel periodo del “fine vita”;
  • la possibilità di aiutare la famiglia, anche temporaneamente, nella gestione di situazioni di emergenza (ad esempio a causa di un ricovero ospedaliero da parte del caregiver a domicilio) o di particolare onere assistenziale (ad esempio periodi di convalescenza e di riabilitazione impegnativi), oppure semplicemente per permettere al caregiver un periodo di riposo o di respiro utile alla sua salute.
 
Come si capisce facilmente, le tre direzioni sono sostenibili se la struttura per anziani programma la propria attività coordinandola con gli altri servizi di assistenza, coltivando e attivando adeguati legami ed evitando logiche chiuse e autoreferenziali. Ovviamente questo richiede nuove competenze e nuove pratiche professionali, dove il modello di riferimento non può essere semplicemente l’albergo (com’era nel caso delle case di riposo per ricchi) e nemmeno il semplice asilo (custodialistico) riservato ai poveri.
I significati principali che si possono trarre da tale evoluzione sono sostanzialmente due:
  • il riconoscimento del valore della continuità assistenziale che coinvolge tutti i servizi sia sociali che sanitari, sia pubblici che privati (profit e no profit), compresi quelli di volontariato e gli interventi informali svolti dalla famiglie dalla rete parentale;
  • la concreta possibilità, per la persona anziana, di esercitare il diritto di autodeterminazione, e quindi la reale opportunità di scegliere l’opzione che risponde meglio ai suoi bisogni e che risulta sostenibile rispetto ai limiti derivanti dalla valutazione dei programmi di assistenza erogati ed erogabili.
 
Il quadro generale che si prospetta tende sempre più a non presentare la scelta domiciliare in contrapposizione a quella istituzionale.
Al contrario, la tendenza è di affermare la continuità e la sostenibilità come criteri che possono più di altri tutelare la dignità della persona e la qualità della vita a essa garantita. Ciò non impedisce, comunque, di mettere a confronto le diverse scelte, allo scopo di cogliere rischi e vantaggi, al di là di tentazioni criminalizzanti verso le une o di facili ideologismi verso le altre.
Come si è dichiarato fin dall’inizio, la domiciliarità comprende sia la soddisfazione materiale del riparo, che l’appartenenza alla comunità territoriale, garantita dal sistema di relazioni esistente (e attivabile), e al significato simbolico che la propria abitazione-casa rappresenta.
Ogni soluzione residenziale si sostituisce di fatto alla propria casa e quindi impone un cambiamento radicale nei riferimenti: un abbandono del luogo dove sono collocate le radici e la necessità di ricostruire la propria identità in un luogo comune non esclusivo, qual è la casa di riposo o – in generale – quali sono le strutture assistenziali per anziani.
Rispetto a un programma di assistenza domiciliare, la scelta residenziale è sempre un trauma e per questo va praticata proprio quando mancano alternative valide e sostenibili. In ogni caso è fondamentale valutare l’impatto traumatico che può avere, per cui essa va preparata, condivisa e accompagnata adeguatamente da parte dei responsabili della struttura stessa, sia con la persona anziana interessata, sia con la rete parentale.
L’altra questione importante nella scelta del programma di assistenza è il mantenimento delle relazioni con la comunità e con il territorio. Questo obiettivo, nelle strutture residenziali, si scontra con i modelli tradizionali delle case di riposo che sono modelli sostanzialmente chiusi. È pensabile aprire le residenze per anziani verso il territorio, assumendo come obiettivo quello di mantenere e potenziare le relazioni tra chi è “dentro” e chi sta “fuori”?
In teoria, per rispondere a tali obiettivi è necessario ripensare all’organizzazione (dei tempi in primo luogo) e agli atteggiamenti culturali di coloro che vivono nella casa stessa. Ma implica un cambiamento di mentalità anche da parte di coloro che rappresentano e vivono la comunità territoriale. Per questi ultimi è necessario sviluppare la consapevolezza che anche la struttura per anziani fa parte del territorio e non è un’isola dove si va a morire. È una residenza come un’altra, soltanto che è riservata a persone non più capaci di esercitare i loro diritti e che chiedono aiuto per poter soddisfare i loro bisogni. In questa prospettiva sono avvantaggiate le strutture di piccole dimensioni; quelle inserite nel tessuto urbano o abitativo e quindi vicine ai luoghi di aggregazione; quelle che valorizzano e promuovono la partecipazione delle famiglie e delle associazioni intermedie e così via.
Prima di chiudere queste riflessioni sui temi della residenzialità e della domiciliarità per le persone anziane, merita ricordare brevemente le soluzioni che rispondono al modello di cohousing, alle quali anche gli anziani possono essere interessati e coinvolti. Si tratta di una modalità dell’abitare che si ispira all’ecosostenibilità e quindi alla riduzione degli sprechi, alla solidarietà e al mutuo aiuto. Le strutture dove si realizza contengono un certo numero di abitazioni per nuclei familiari e inoltre alcuni spazi comuni da destinare ai servizi e/o alle relazioni e ai giochi.
Gli anziani possono essere coinvolti in due soluzioni diverse. La prima è la destinazione di un certo numero di abitazioni (una minoranza) a nuclei anziani (soli o in coppia), garantendo ad essi una protezione informale da parte degli altri nuclei sia in termini di condivisione del senso dell’abitare che nei riguardi dei bisogni da soddisfare, contrastando in questo modo il rischio di solitudine e di paura. Si tratta di un modello integrato che traduce in concreto il principio di solidarietà tra generazioni in una forma reale di coesione sociale. L’altra modalità prevede invece la destinazione di tutte le abitazioni a nuclei anziani, assicurando ad essi servizi comuni e assistenza, ma favorendo anche forme di automutuoaiuto tra gli anziani medesimi.
In ambedue i casi si prevede che i nuclei anziani godano di una condizione di autosufficienza o di parziale non autosufficienza, condizioni comunque che consentano un buon grado di autonomia, per cui anche gli eventuali “bisogni di aiuto” possano essere soddisfatti attraverso impegni “leggeri”, facilmente erogabili dagli altri abitanti.
Il problema si pone, quindi, quando le perdite di autonomia e il “bisogno di aiuto” diventino significativi, tanto da non poter essere soddisfatti dai coabitanti. In questi casi valgono le considerazioni presentate nelle pagine precedenti, sia che si scelga la strada della domiciliarità, sia quella della residenzialità, con i vantaggi e i rischi di cui si è detto.
Le forme di cohousing hanno in sé alcuni aspetti certamente interessanti che rispondono validamente alle caratteristiche generali dell’abitare, sia nell’offrire una risposta adeguata e razionale al bisogno materiale della casa, sia rispetto al bisogno di relazioni e di appartenenza al territorio e alla comunità locale. Tuttavia, la sua realizzazione incontra per gli anziani alcune difficoltà che meritano di essere ricordate.
Per la persona anziana che aderisce a un progetto di cohousing c’è sempre da affrontare il tema del cambiamento di abitazione, che comporta la necessità di costruire una nuova identità e una nuova collocazione in un territorio diverso da quello dove si è vissuti nella vita adulta. In secondo luogo, il cohousing prevede una serie di scelte condivise che possono non rientrare nelle abitudini degli anziani e quindi richiederebbero l’aiuto e l’appoggio di alcuni “mediatori” e facilitatori capaci di renderle praticabili. Funzioni che possono rientrare nelle competenze di alcuni professionisti (volontari o dei servizi pubblici o privati), pur non essendo facile reperirli.
In linea di semplice ipotesi si potrebbe pensare a un amministratore di condominio con competenze in questo campo e quindi un amministratore-attivatore di relazioni, sviluppatore di capitale sociale. Tuttavia, basterebbe partecipare a una delle tante assemblee di condominio per capire quanto tale prospettiva appaia lontana. Questo non significa che essa non potrebbe risultare praticabile in un prossimo futuro.
 
Da Animazione Sociale Gennaio 2013