Share |
L’arte del dialogo nel campo rom di Trento
Elena Poli e Stefano Petrolini 8/10/2012
 

 

Uscire dalle fatiche che incontrano le popolazioni sinti in una società complessa, molto articolata nella sua organizzazione, competitiva, spesso inospitale verso le minoranze e le loro trasgressioni, richiede un investimento politico e organizzativo che faccia perno su un accompagnamento educativo capace di ritessere fiducia senza alcuna collusione, di alimentare un dialogo serrato attento a valorizzare e contaminare i diversi punti di vista, di suscitare la partecipazione alla vita sociale per esercitare i propri diritti di cittadini.
 
Parlare di rom e di sinti significa affrontare un argomento sfaccettato, complesso e sfuggente, dove la retorica del rischio rappresentato dalla presenza del “diverso” si accompagna sovente a un mosaico di iniziative istituzionali orientate da quella deriva securitaria che oggi pare essere la scelta politicamente più vantaggiosa. Altrimenti, nel migliore dei casi, tendenti a imporre uno strisciante assimilazionismo che, lasciando intatta la segregazione che incatena comunità culturalmente differenziate ai margini della società, rinforza pregiudizio e stigma.
E tuttavia, non è inusuale che dalla ricerca di migliori forme di convivenza che ispira momenti di riflessione tra ambito istituzionale, privato sociale ed esperti, emergano indicazioni teoriche e metodologiche allo scopo di formulare robuste ipotesi di azione per quanto riguarda l’inserimento sociale dei gruppi zigani, nei diversi ambiti nei quali vi sono motivi di contatto – e di conflittualità – tra questi e la società che si riconosce nella cultura di maggioranza.
In questa prospettiva, il presente contributo descrive come a Trento gli operatori della cooperativa Kaleidoscopio hanno cercato di implementare un metodo di lavoro adeguato per sostenere il processo di affrancamento dalla condizione di emarginazione della comunità sinta all’interno dei diversi ambiti (abitativo, scolastico, lavorativo) e nel rapporto con la pubblica amministrazione (nota: la presenza sul territorio provinciale di gruppi zigani è stata regolata, fino al mese di ottobre 2009, dalla legge provinciale 15/1985 che, tra le altre cose, prevedeva la costituzione dei campi sosta e, da parte dei comuni mediante convenzione, l’affidamento della loro gestione ad associazioni di volontariato o a cooperative sociali. Non di meno, pur garantendone l’ubicazione “in modo da evitare ogni forma possibile di emarginazione”, la collocazione del campo di Trento è stata fissata in una remota area periferica della città, ad alcuni chilometri dall’agglomerato urbano. Il testo normativo citato, vecchio di oltre vent’anni, è stato abrogato dalla recente legge provinciale 12/2009 che rappresenta un significativo cambio di direzione, sia per i principi che sancisce, sia per le modalità con le quali è venuta alla luce). Da questo punto di vista la credibilità del metodo di lavoro sperimentato è affidata alle trasformazioni che in questi anni esso è riuscito a indurre nel comportamento degli attori coinvolti: il gruppo sinto, l’amministrazione comunale e l’eterogeneo insieme delle istituzioni locali, gli stessi operatori sociali che lo adottano e lo applicano.
Sollecitata dalla propria esperienza di lavoro nel campo sinti di Rovereto e dal 1998 in quello di Trento e dalla sempre più lucida presa di coscienza del divario creatosi nel tempo tra il tipo di servizio richiesto dall’amministrazione comunale e la necessità di incidere sulla qualità dell’interazione tra comunità sinta e la società gagé (i non sinti), la cooperativa ha deciso di intraprendere un percorso di approfondimento metodologico per sviluppare un modello di intervento più adeguato alle nuove esigenze. Per raggiungere l’obiettivo, orientati dalle caratteristiche intrinseche della mission sociale di Kaleidoscopio, la definizione del metodo è stata declinata sul versante di un robusto indirizzo educativo.
È importante evidenziare due interrogativi che – seppur formulati a posteriori – tale decisione ha sollevato: anzitutto, “chi guida chi?” e, soprattutto, “verso dove?”. Si tratta di domande che richiamano il carattere dinamico dell’azione condotta e che illustrano le modalità di elaborazione del metodo che hanno ispirato l’agire degli operatori. Sono le domande che verranno riprese nella parte conclusiva di questo contributo.
 
Una rielaborazione del compito
L’occasione per la revisione del metodo si è presentata alla fine del 2006 con la scadenza della convenzione con il Comune. Il periodo immediatamente antecedente si era infatti connotato come un momento di profonda crisi, sia a causa delle difficoltà incontrate nel mantenimento di un adeguato livello di motivazione negli operatori, sia per l’elevato grado di conflittualità presente nella relazione tra questi e i sinti residenti nel campo.
Fino a quel momento, infatti, il contratto prevedeva la presenza obbligatoria presso l’area di un operatore per almeno 6 ore al giorno, dal lunedì al venerdì. Tra le funzioni previste nel mansionario, accanto a quella educativa – che già di per sé rappresentava un importante passo in avanti rispetto alle precedenti fasi, centrate su attività di mero controllo – erano compresi doveri di vigilanza e di manutenzione. Questo offriva ai residenti l’immagine di un operatore longa manus del Comune, proprietario del terreno, il cui compito sostanziale era quello di tenere sotto osservazione ciò che avveniva nell’area, attività ritenuta avversa ai principi educativi dichiarati.
 
Una crisi di senso del lavoro
Anche a causa di questi motivi, l’attività condotta fino al quel momento, formalmente concentrata sulla popolazione residente presso il campo sosta – poco più di un terzo della popolazione sinti – ed estesa anche alle famiglie abusivamente stanziate sul territorio comunale o da poco insediate in un alloggio di edilizia popolare, sembrava non portare ad alcun risultato. Raccontano gli operatori:
 
“L’impressione dell’équipe era che proseguire con le consuete modalità di lavoro non avrebbe condotto al raggiungimento di risultati duraturi. L’esito intravisto era il moltiplicarsi di situazioni in cui correre dietro le emergenze determinate sia dai sinti, sia dal Comune stesso. Si avvertiva la necessità di ripensare il senso di un servizio che nel tempo si era venuto modificando e che non trovava corrispondenza nell’impostazione del nuovo bando di gara del Comune.”
 
Due esempi illustrano questa sensazione. Il primo riguarda gli inserimenti lavorativi nelle occupazioni tipiche della società maggioritaria, sui quali si era lavorato nei primi anni del decennio scorso. Ad anni di intenso impegno per il collocamento al lavoro dei sinti, è seguito un periodo di pesante esclusione dal mercato del lavoro. In secondo luogo, gli operatori sono stati testimoni di un periodo di consistente inserimento scolastico dei ragazzi del campo, al quale è succeduto un periodo di sistematico abbandono della frequenza.
Il disagio dell’équipe era connesso alla difficoltà di capire cosa nel servizio non avesse funzionato.
L’ipotesi più verosimile era che non si fossero colti i nodi fondamentali del rapporto tra le istituzioni della cultura maggioritaria e i principi culturali che ispirano il comportamento dei sinti.
 
“L’équipe, quando ha compreso che il Comune avrebbe richiesto un aumento del carico di lavoro, spingendo ancora una volta e in modo più marcato verso le attività di controllo e di manutenzione del campo, incrementando le spese e riducendo le risorse e il personale, ha vissuto un momento di sfiducia nei propri mezzi e ha intravisto nelle modalità di specificazione dei compiti da parte del Comune un giudizio negativo implicito al proprio lavoro.”
 
Ma, soprattutto, era maturata negli operatori la consapevolezza che, proprio a causa dell’approccio sostanzialmente funzionale al lavoro richiesto dall’amministrazione comunale, si fosse insinuato nelle dinamiche del servizio un perverso meccanismo di attribuzione di senso eteronomo alle necessità dei sinti.
 
“Per noi era prioritario che per il loro cambiamento e, diciamo – in un’ottica di un’evoluzione, perché abbiamo sempre avuto un’immagine evolutiva dell’integrazione nella comunità – per il loro star meglio, la scuola e il lavoro fossero veicoli importanti. È evidente che l’équipe ragionava sulle sue proprie esigenze, senza considerare quello che era importante per loro”.
 
La questione era dunque se partecipare o meno al nuovo bando di gara. Nonostante il momento critico e i dubbi degli operatori circa l’opportunità di proseguire nel servizio, all’interno di Kaleidoscopio si è deciso di optare per la prima ipotesi e di presentare un progetto. A fronte di tale disponibilità, l’équipe ha però ottenuto che il vertice dell’organizzazione interloquisse con l’amministrazione comunale affinché le attività fossero programmate in modo partecipato. Successivamente, la cooperativa avrebbe coinvolto nella programmazione gli stessi sinti.
 
L’orientamento a un metodo cooperativo
Va evidenziata la decisione di affrontare le questioni emergenti in termini di cooperazione orizzontale tra i diversi soggetti operativi (enti pubblici, privato sociale, scuole, imprese, ecc.) e cooperazione verticale tra chi opera sul campo e chi detiene la responsabilità politica e la governance del territorio. Questo al fine di contrastare i processi di individualizzazione e frammentazione sociale, attraverso l’attivazione di “patti sociali” tra cittadini e istituzioni, in modo da accrescere la responsabilizzazione dei vari soggetti e ridurre la spinta assistenzialistica. Narrano gli operatori:
 
“Si è deciso di partecipare alla gara, presentando un progetto la cui logica non era quella che si doveva fare il più possibile per i sinti e per il Comune, correndo dietro ai bisogni espressi da entrambi; ma di fare il possibile con il Comune e con i sinti.”
 
A questa scelta si è aggiunta la decisione di porre in agenda un percorso di supervisione non più relativo alle dinamiche di relazione con l’utenza e all’interno dell’équipe, ma di tipo metodologico. Per perseguire la trasformazione della logica progettuale sembrava infatti necessario dotarsi di adeguati strumenti di lavoro. È a questa fase che va ricondotto l’inizio dell’attività di supervisione, condotta da Piergiorgio Reggio, a cui era stato in precedenza attribuito il compito di integrare il progetto con “indicazioni di metodo”.
Alla fine del 2006 viene rinnovata la convenzione con il Comune. Convenzione che, pur riducendo il budget e aumentando gli ambiti di azione, ha incorporato le importanti integrazioni metodologiche introdotte nel progetto.
 
Una forte sensibilità riflessiva
Tra le innovazioni incorporate almeno due meritano di essere sottolineate. La prima è il riconoscimento da parte del Comune dell’importanza della riflessione sul problema da affrontare (il che fare): fino a quel momento si erano infatti incontrate molte difficoltà nel riservare a questa pratica congrue quantità di tempo. Era prassi, infatti, che le uniche priorità legittime dovessero essere le urgenze sollevate dal Comune piuttosto che dai sinti (il fare).
La seconda innovazione riguarda l’esplicito orientamento a far sì che tutti i soggetti coinvolti nella rete prevista dal progetto spendessero un po’ di tempo con l’équipe per analizzare le criticità. In questo senso, il lavoro di supervisione nei primi mesi del 2007 ha fatto spazio a una serie di incontri tra il supervisore, la direzione e gli operatori incaricati. Nel corso degli incontri è stato proposto il metodo pedagogico sviluppato da Paulo Freire, orientato al lavoro educativo in situazioni di grave
esclusione sociale e allo sviluppo di una coscienza critica.
Non si entrerà qui nello specifico del metodo, per il cui approfondimento si rimanda all’articolo di Piergiorgio Reggio (su: Animazione Sociale, Marzo 2010). Si cercherà piuttosto di tratteggiare le modalità con le quali il metodo è stato applicato e come attraverso la sua implementazione si siano modificati – in misura più o meno marcata – i comportamenti e le modalità di approccio degli attori coinvolti.
 
L’attenzione alle situazioni-limite
Sono stati innanzitutto identificati alcuni “temi” che secondo gli operatori rappresentavano i problemi emergenti, le situazioni-limite che costituivano una priorità per i sinti. Inizialmente si è parlato di lavoro, di scuola e della manutenzione e gestione del campo. In modo particolare, attorno alle questioni della manutenzione del campo e della scuola sono stati compiuti specifici approfondimenti metodologici.
 
La condivisione delle “parole”
Il primo passo è stato quello di compiere in équipe un’estesa descrizione dei punti emergenti. Per quanto riguarda la dimensione abitativa va evidenziato che la situazione al campo era gravemente compromessa. Si veniva da un periodo di grande affollamento con situazioni di elevata conflittualità tra le famiglie.
Anche se negli anni successivi vi era stato un allentamento nella pressione demografica, sia per il trasferimento in alloggi di edilizia abitativa, sia per il volontario allontanamento di alcune famiglie, la gestione delle immondizie rappresentava un punto di rilevante criticità. Il pattume veniva gettato all’esterno del campo attorno ai cassonetti e si accumulava senza controllo a ridosso della pista ciclabile che corre lungo l’argine del fiume. Inoltre, quasi all’ingresso, erano state abbandonate delle autovetture che nel corso del tempo si erano trasformate in veri e propri rottami contenitori di sporcizia, mentre la struttura in muratura nella quale trovavano sede l’ufficio degli operatori e due salette per riunioni era divenuta oggetto di atti vandalici. Questo conferiva all’area un aspetto negativo, in linea con la rappresentazione che la popolazione maggioritaria esprime attorno ai gruppi zigani.
Si è cercato pertanto di ritornare al campo sperimentando forme diverse di relazione: innanzitutto ascoltando tutte le persone presenti e, successivamente, cercando di aggregare consenso attorno ad alcune “parole” che erano state pronunciate e sistematicamente raccolte dagli operatori (nota: dal 2007 in poi, anche in considerazione della riduzione delle risorse previste per il personale incaricato, la presenza degli operatori presso il campo è stata resa facoltativa e legata alle necessità
operative dei diversi ambiti di intervento. In conseguenza di questo cambiamento è venuto ad ammorbidirsi il clima relazionale tra operatori e residenti).
 
“- Ma chi viene a fare le pulizie del campo?
- Non c’è più unione fra le famiglie qui... Ognuno pensa per sé! Prima non era così, c’era più accordo e più legame!
- Non si sta più tanto bene qui, solo con la mia famiglia...
- È un peccato che non ci siano più anziani che raccontano ai giovani la cultura...
- Sta cambiando tutto... Ormai non è più come una volta... si sta perdendo la nostra cultura, purtroppo!
- I sinti non sono mai stati in casa.
- Vado in casa perché in questo campo non si può più vivere.
- Nei campi i sinti finiscono per ammazzarsi; meglio andare in casa.”
 
Rispetto alla questione scolastica – perché frequentare, perché imparare cose che non appartengono alla cultura sinta – il percorso è stato analogo.
La situazione all’inizio del 2007 era, nei toni, del tutto simile a quella descritta poco sopra: scarsissima motivazione nei ragazzi, così come nelle rispettive famiglie, a mantenere una regolare frequenza; numerosi casi di evasione scolastica; problemi di convivenza all’interno delle aule, dovuti sia ad attriti con il personale insegnante impreparato a costruire relazioni con una cultura dai tratti così distanti, sia al cronico stato di inadeguatezza di quel bagaglio culturale senza il quale non è possibile seguire percorsi didattici funzionali alla società gagé.
Anche in questo caso sono state raccolte parole nel corso dei colloqui al campo, dalle quali è emerso che, al di là delle apparenze, il tema suscitava interesse.
 
“- Non riesco a farli andare a scuola.
- Io vorrei che andassero (a scuola).
- Ho detto a mio figlio che si deve impegnare quest’anno, perché se poi andrà alle medie lì è più difficile.
- Dico sempre a mio figlio che non deve mettere le mani addosso, ma a volte lui non mi ascolta.
- Se non mando i figli a scuola devo andare in tribunale. È una noia e costa anche dei soldi.
- Cosa cambia anche se i miei figli vanno a scuola? Siamo sempre zingari!
- La scuola insegna cose che non sono le nostre.”
 
La ricerca di temi generatori
Dal lavoro di ascolto e di registrazione di queste e altre parole – il segnale, quasi come la punta di un iceberg, di tutta una riflessione sottostante e nascosta che mai prima d’ora aveva avuto l’opportunità di venire in superficie – si è passati, in sede di équipe, a formulare le coppie dialettiche, a codificare i contenuti e a definire i temi generatori. In entrambi i casi è stato individuato un tema generatore, rappresentato da una dicotomia, che rimandava alla questione dello stare: “stare bene al campo/a scuola” in opposizione allo “stare male al campo/a scuola”.
Successivamente, è stata compiuta un’analisi approfondita dei temi generatori (decodifica) orientata all’individuazione ramificata delle possibili cause strutturali che determinavano l’esistenza e la persistenza di queste situazioni problematiche. Sulle questioni emerse sono stati poi organizzati dei momenti assembleari: occasioni di incontro informale attraverso le quali restituire le impressioni raccolte e stimolare la discussione.
Era necessario infatti, una volta definito il tema generatore e decodificato il significato delle parole raccolte, lavorare con i residenti per far nascere nelle persone e condensare nell’insieme collettivo quella consapevolezza e quel senso critico attorno ai problemi e alla condizione di emarginazione essenziali per avviare una discussione costruttiva e non meramente rivendicativa.
La strategia del coinvolgimento nella lettura condivisa e nella ricerca delle strategie di reazione a questi problemi ha permesso non solo che essi potessero cogliere il significato dell’assemblea come luogo di senso nel quale prendere decisioni, ma anche che venisse loro riconosciuto il potere di auto-determinare la situazione, necessario per far sì che a loro importasse delle proprie vicende.
Due circostanze sono esemplificative del lavoro svolto.
Sul versante della vivibilità al campo è stato attribuito il potere ai sinti di decidere chi e secondo quali forme si sarebbe occupato di gestire le attività di pulizia degli spazi comuni. In tal senso è stata accolta la proposta, emersa in assemblea, che a occuparsene fosse una persona residente al campo. Tutto questo a fronte della richiesta dell’amministrazione comunale di ripristinare la zona esterna al campo invasa dalle immondizie. Al termine di un articolato processo di problematizzazione, il ripristino è stato realizzato dalle famiglie residenti.
Sul versante della partecipazione alle attività scolastiche le famiglie sono state chiamate a formulare la propria preferenza verso coloro che si erano resi disponibili a lavorare come mediatori scolastici, figure contemplate dal progetto con il compito di intervenire nel lavoro di mediazione culturale nelle scuole (nota: l’orientamento dell’équipe era quello di indirizzare la scelta verso persone giovani e, se possibile, anche di genere femminile. Invece, in sede assembleare, le famiglie hanno indicato due capifamiglia anziani, persone che secondo l’opinione degli operatori non rappresentavano la figura ideale del mediatore, anche per la rigidità mostrata su alcune questioni delicate. Tuttavia si è compreso che era più importante dare legittimità alle scelte delle famiglie che non scegliere le persone ritenute più idonee).
 
Il rinchiudersi nei problemi individuali
In realtà il processo – eminentemente non lineare – di coinvolgimento dei vari attori a un certo punto ha subito una battuta di arresto, come evidenzia un’operatrice:
 
“Dopo il mutamento di prospettiva metodologica il processo non ha portato solo cose positive: facciamo le assemblee al campo, cerchiamo consenso da parte del Comune e tutto funziona… no. Ci sono stati momenti in cui il Comune ha fatto scelte che hanno avuto ricadute pesanti; i sinti ne hanno fatte altre da cui sono derivate battute di arresto e arretramenti rispetto ai risultati che erano stati conseguiti.”
 
In particolare, nel corso dell’estate 2008, è emersa la cessata considerazione da parte dei sinti dei problemi come momenti di difficoltà collettivi. Per diversi motivi – in particolare a causa di scelte non condivise con il Comune riguardo ad alcune autorizzazioni alla sosta avversate da una parte dei residenti, ovvero per la presenza di altre famiglie non autorizzate che avevano reso faticosa la convivenza – si è venuto a ricreare un clima di demotivazione all’interno dell’équipe e di sfiducia tra gli operatori, i residenti e i funzionari del Comune. Da una possibile effettiva collaborazione su oggetti che erano stati individuati come nodi problematici per l’intera collettività, si era tornati a concentrarsi sui propri piccoli bisogni, con il rischio di riportare gli operatori a dedicarsi alla ricerca di soluzioni a problemi individuali. Si rivelava difficile mantenere elevato il livello di attenzione a una serie di punti controversi, come le questioni relative alla rimozione delle autovetture da rottamare e al progressivo accumularsi di nuova immondizia. L’équipe, a questo punto, si è data come priorità il lavoro sul senso di consapevolezza del gruppo sinto riguardo alla dimensione collettiva dei problemi, attraverso un rinnovato impegno nella costruzione di occasioni di confronto assembleare (nota: nel riavviare il percorso sulla questione delle vetture da rottamare è stata colta l’occasione per convocare nuovamente le assemblee, attraverso le quali è stato possibile far passare il messaggio che il problema poteva essere di tutti e non solo di alcuni proprietari. Se i sinti avessero accettato di fare delle cose – ad esempio, collaborare al ripristino della casetta in muratura posta all’ingresso del campo – la cooperativa ne avrebbe fatte altre e questo avrebbe portato a un aumento del benessere all’interno del campo e del senso di appartenenza al proprio ambiente. Raccontano gli operatori: “È chiaro che in quel momento la scelta della Cooperativa è stata molto forte, anche dal punto di vista dell’impegno economico, in quanto ha scelto di mettere risorse che non era tenuta a sborsare o che forse, dal punto di vista della manutenzione del campo, era comunque costretta a usare – si doveva ridipingere l’esterno della casetta e le macchine dovevano essere sgomberate perché per il Comune quello era ciò che si doveva fare. È stato così possibile collocare queste risorse all’interno di un processo educativo e di significazione con i residenti. Kaleidoscopio avrebbe potuto scegliere di risolvere il problema di propria iniziativa, con un abbassamento della conflittualità, portando via le macchine e ridipingendo la casetta: felici i sinti e felice il Comune”. Invece si è scelto di aspettare più di un anno per costruire con i residenti un patto educativo).
 
Gli esiti di una relazione dialogica
Gli esiti registrati al termine del triennio 2007-2009 possono essere sintetizzati nelle testimonianze degli operatori, attraverso le quali – al netto delle inevitabili difficoltà – si intravedono gli effetti della relazione dialogica che ha coinvolto i diversi attori. Per quanto riguarda la vivibilità al campo, gli operatori riferiscono:
 
“Nella valutazione dei sinti sull’opportunità di collaborare aveva inciso il verificarsi di un reale interesse da parte dell’équipe... L’accettazione delle loro proposte per quanto riguarda la pulizia e l’assunzione di uno dei residenti da parte della Cooperativa hanno dato fin dall’inizio buoni frutti; frutti che ancora oggi perdurano. Dove prima noi ci spendevamo per pulire una certa zona e il risultato non durava più di cinque minuti, adesso sono due anni abbondanti che la parte esterna del campo è pulita. I sinti dicono: “Noi abbiamo fatto”, e questo è vero.”
 
Rispetto alla questione scolastica:
 
“I sinti hanno un loro dire per quanto riguarda la scuola: non sono più osservatori lontani; neanche per le iscrizioni... Una volta era quasi automatico che gli operatori facessero tutto per le iscrizioni. Adesso i genitori sono coinvolti nelle scelte, perché in qualche modo le sentono come importanti. È indispensabile però perseverare sulla linea della continua attribuzione di un significato condiviso alla frequenza scolastica e ai contenuti che a questa frequenza sono associati.”
 
Il confronto con istituzioni e società civile
Il processo descritto non sarebbe stato probabilmente possibile se non si fosse lavorato con gli attori istituzionali per la costruzione di una relazione dialogica orientata ad affrontare alcuni tra i nodi più rilevanti nel rapporto tra società gagé e gruppo sinto. La stessa considerazione va fatta per il coinvolgimento dei sinti in attività assembleari esterne al campo, azione che ha coinvolto pezzi importanti della società civile. Sul primo dei due fronti di intervento, e in modo specifico sulla questione scolastica, gli operatori raccontano:
 
“È stato formato un tavolo con i dirigenti scolastici e con i rappresentanti di tutti i Poli sociali della città al quale hanno partecipato anche i mediatori sinti individuati nelle assemblee. È stato così possibile avviare un confronto sulla lettura sviluppata del perché i ragazzi sinti frequentavano o non frequentavano. I feedback che formalmente e informalmente sono stati poi rinviati all’équipe hanno permesso l’elaborazione delle strategie e delle azioni riassunte nei progetti di mediazione culturale avviati negli anni successivi.”
 
Da questo tavolo è anche emersa la volontà di avviare un progetto di intervento interculturale sostenuto con risorse pubbliche e private.
Il primo esito del progetto è stato la creazione di una rete tra i dirigenti degli Istituti comprensivi interessati dalla presenza di alunni sinti. La costituzione di questa rete informale ha poi portato alla definizione di un Accordo istituzionale tra la quasi totalità degli Istituti di Trento e alla definizione di un Protocollo di accoglienza per gli alunni sinti e rom, elaborato con gli insegnanti individuati come referenti per quell’anno. A partire dal 2008 la titolarità del tavolo dal Comune e dalla Cooperativa è passata al Servizio istruzione della Provincia, ricevendo un ulteriore riconoscimento istituzionale circa la sua validità. Riconoscimento a cui va ascritta, tuttavia, una maggior rigidità nella costruzione della rete: non si è infatti riusciti a realizzare alcune azioni chiave previste, tra cui la formazione degli insegnanti e l’inserimento all’interno della scuola dei mediatori sinti (figure ritenute strategiche, ma non coinvolgibili per la mancanza di adeguati titoli).
La valutazione dei punti di forza e di debolezza dei primi due anni di attività, unitamente al tentativo di legittimare nel tavolo dei dirigenti la lettura del problema che la Cooperativa ha sviluppato, mette d’altra parte in luce il rischio che rispetto alla scuola le attività si concentrino più sul rapporto con l’istituzione scolastica e con il Comune che non sul lavoro assieme ai sinti, che rimane l’obiettivo principale.
Gli operatori testimoniano infatti:
 
“… È vero. Adesso non stiamo più parlando di scuola con i sinti: del senso dell’andare a scuola e del come far stare meglio i ragazzi a scuola. Quel ragionamento non è più esplicito… Forse solo le persone che a suo tempo erano state individuate in assemblea hanno ancora un proprio pensiero sulla scuola, ma con i più giovani coinvolti recentemente non se ne è mai parlato.”
 
Un secondo fronte di impegno è il lavoro con le associazioni sinte presenti sul territorio, l’associazione Nevo Drom Tn (“la nuova strada”) e l’associazione Sinti del Trentino. Si tratta di due realtà poco strutturate, legate alla presenza di un capo clan, la cui capacità di coinvolgimento dei membri è ridotta. Tuttavia, esse rappresentano il tentativo di costituirsi parte di un confronto con le istituzioni che assume le modalità proprie della cultura democratica. Dalle associazioni sono arrivate significative richieste di collaborazione. Narra un’operatrice:
 
“Su queste richieste si è innestato un lavoro assembleare, che riguarda le famiglie sinte che lo desiderano. Ci si comincia quindi a incontrare in un luogo neutro per tutti – il seminario diocesano – per porre l’accento sui problemi sentiti dalla comunità sinta... È emersa la necessità di far crescere nei sinti, ma anche nel Comune, la consapevolezza delle priorità collettive del momento, per non farsi sopraffare, per un verso, dal senso di impotenza o, in senso opposto, dalla tentazione di diventare paladini delle esigenze individuali.”
 
Il lavoro assembleare fin dall’inizio si è concentrato sull’elaborazione di un documento che riassume i principi attraverso i quali interpretare alcuni nodi del rapporto tra le comunità: l’habitat, il lavoro e, successivamente, la frequenza scolastica (nota: Lavoro, habitat, scuola per la popolazione sinta, documento formulato congiuntamente dalle quattro associazioni sinte del Trentino-Alto Adige “Nevo Drom”, “U Giaven”, “Sinti del Trentino” e “Nevo Drom Tn”). Questo processo ha aiutato i sinti a sviluppare una loro riflessione e a chiarirsi i desideri rispetto ai cambiamenti auspicati. All’interno di questa cornice sono stati scelti, quali ambiti di azione educativa, la pianificazione di proposte da proporre al Comune e alla cittadinanza – finalizzate alla riduzione del pregiudizio e dell’accanimento mostrato nei confronti dei sinti e alla creazione di un luogo di confronto allargato – e la progettazione di azioni congiunte, volte a sostenere le famiglie e a risolvere problemi comuni a tutto il gruppo.
Ognuna di queste piste ha avuto una sua evoluzione.
In sintesi, è possibile tracciare un quadro del lavoro svolto specificando che, sulla questione delle microaree, la disponibilità espressa da un consigliere provinciale vicino a questi temi – coinvolto in alcuni incontri assembleari – si è tramutata nell’occasione per lo sviluppo di un confronto dal quale è emersa la proposta di legge “Misure per favorire l’integrazione…”, successivamente approvata dal Consiglio (si veda il testo di Mattia Civico in questo numero di rivista).
Per affrontare il problema abitativo delle famiglie stanziate abusivamente sul territorio comunale, si è deciso che fossero i sinti a realizzare una mappatura delle aree sulle quali potersi insediare, seppure in forma provvisoria e non autorizzata. Nel corso di questo lavoro sono stati identificati quindici spazi utilizzabili. L’esito della mappatura è stato consegnato sia agli uffici provinciali, sia al Sindaco e all’Assessore alle Attività sociali, con la richiesta che venisse effettuato uno studio circa la fattibilità di un loro utilizzo per la sosta provvisoria (nota: lo studio non è stato mai realizzato. Tuttavia, l’Assessorato alle Attività sociali ha successivamente sottoposto alla giunta una proposta di deroga al Regolamento di Polizia locale, destinata ai residenti identificati ai sensi della citata LP 12/2009, che allo stato delle cose impedisce la sosta per un periodo di tempo superiore alle quarantotto ore in un luogo non dedicato a questo scopo). Sono stati successivamente promossi diversi incontri con alcuni consiglieri comunali di maggioranza per definire strategie di aggregazione del consenso attorno a queste tematiche.
Per quanto riguarda la questione dell’inverno, è interessante osservare come l’orientamento a lavorare su tale priorità sia emersa nel corso di un momento di formazione per operatori sociali sui temi del metodo freiriano – il “Vézzena Camp” – svoltosi nell’estate del 2009, in cui un’intera giornata è stata dedicata all’analisi della condizione dei sinti. Dall’incontro, realizzato con i sinti nel ruolo di testimoni e facilitatori della comunicazione, è emerso come improrogabile il problema delle condizioni nelle quali molte famiglie sono costrette a vivere. A partire da questo momento è stata avviata la campagna “Mai più un inverno così” con la stesura di un appello, scritto e presentato dai sinti nel corso di una conferenza stampa, sottoscritto da un insieme di cittadini e di enti della società civile.
Attorno al tema del lavoro, infine, è stato promosso un incontro con i responsabili del locale Consorzio delle cooperative sociali, finalizzato alla definizione dei passaggi necessari per costituire enti economici organizzati in forma cooperativa attraverso i quali offrire una risposta all’esigenza di lavoro dei sinti. A partire dalla visione del lavoro propria di questa cultura, si è cercato di orientare l’analisi verso forme di gestione delle attività più flessibili e nelle quali fosse prevista la possibilità di sostituzione e l’interscambiabilità tra persone dello stesso clan su un medesimo ruolo quando altre priorità dovessero insorgere – tipicamente quelle familiari – e verso contenuti vicini alla sensibilità e alle capacità di queste persone.
 
Alcune valutazioni
L’insieme di iniziative realizzate congiuntamente tra gli operatori della cooperativa e i sinti ha avuto come obiettivo quello di produrre, nell’interazione tra la società maggioritaria e la minoranza sinta, un cambiamento sul piano politico e culturale. Dato il breve arco temporale di riferimento e le difficoltà disseminate lungo il percorso, le considerazioni di ordine educativo sono diversificate.
Un primo ordine di riflessioni rimanda al mutamento della modalità di relazione tra le istituzioni della popolazione maggioritaria e i sinti. In origine vi era – in parte c’è ancora adesso – l’incapacità da parte di questi ultimi di cogliere la complessità dei vincoli politici, sociali e organizzativi (burocratici) che regolano la convivenza nella società gagé. A causa della distanza esistente tra le due culture, si è insinuato nei sinti il pregiudizio che ogni scelta, ogni decisione debba dipendere dalla volontà di questo o quell’altro individuo, e non invece da un insieme di regole precise. Portare i sinti o almeno una parte di essi a condividere le esperienze – dall’espletamento di tutta la parte burocratica relativa ai sussidi, fino all’organizzazione del convegno alla fine del 2009, passando per le attività scolastiche condotte con i più giovani – è servito a far prendere loro coscienza di quanto tortuosi e dispendiosi possano essere i percorsi per accedere agli oggetti che sono parte della vita dei cittadini. Su questo punto gli operatori testimoniano:
 
“Tutte le azioni e le strategie decise dall’assemblea sono state realizzate da sinti e gagé insieme. Ad esempio, i preventivi formulati per la rimozione delle immondizie all’esterno del campo e per la rimozione delle vetture sono stati raccolti dagli operatori insieme a dei residenti. Anche questo fa parte del metodo. Ti chiedo come pensi di risolvere questo problema che senti essere tuo – ma che è possibile che sia anche di altri – e ti dico: “Vieni, risolviamo insieme il problema”. Questo per capire anche la complessità (burocratica) che sta dietro la maggior parte delle questioni e la loro (corretta) soluzione. Ciò ha anche permesso di far capire ai sinti perché i tempi erano così lunghi, quando prima si scagliavano contro se il giorno dopo le cose non erano fatte e finite.”
 
La seconda considerazione cerca di dare una risposta a una delle domande poste nella fase introduttiva (“Chi guida chi?”). La convinzione che gli operatori hanno maturato è che non vi può essere autentica azione educativa se questa non è orientata a trecentosessanta gradi e non coinvolge in modo significativo la molteplicità degli attori coinvolti. Essi raccontano:
 
“La prima importante scoperta riguarda la differenza che ci può essere tra il lavorare seguendo le nostre priorità e la nostra immagine del processo evolutivo di integrazione in atto e il lavorare ponendo al centro la loro immagine di interazione con noi. Ovviamente una nostra immagine dei problemi c’è anche ora; ma il cambiamento di prospettiva è importante. Forse questo cambiamento non è ancora sostanziale, ma lo sforzo per spostarsi un po’ verso il loro punto di vista c’è.”
 
In quest’affermazione riverbera l’eco del principio enunciato da Paulo Freire, secondo cui il superamento del vincolo di dominio – e, in generale, della relazione tra società maggioritaria e gruppi zigani condizionata da tale vincolo – è possibile solo se si supera la concezione bancaria e asimmetrica dell’educazione. In questo senso, la fase della “decodifica” è forse stata la più significativa nel processo di mutamento di prospettiva maturato nell’équipe. Attraverso essa è stato possibile esplicitare un’idea, una lettura della situazione personale di ciascuno, verbalizzandola e mettendola in discussione con i sinti in primo luogo e poi con il Comune e con la scuola.
L’ultima notazione valutativa, forse la più importante, riguardante il processo educativo sviluppato – che coincide tra l’altro con il tentativo di dare risposta alla seconda tra le domande poste all’inizio (“Verso dove?”) – riguarda gli aspetti prospettici dell’azione intrapresa. A questo proposito gli operatori argomentano:
 
“È necessario riaffermare il principio della non linearità del processo educativo. Gli scivoloni che sembrano riportare indietro le lancette dell’orologio possono essere frequenti. Da questo punto di vista il percorso svolto, visto con il senno di poi, e verosimilmente il percorso che attenderà l’équipe in futuro, si sviluppa su un terreno accidentato in cui il rischio di veder messo in discussione tutto un processo è presente; e questa équipe ne ha fatto esperienza, fortunatamente non per aspetti
determinanti.”
 
L’esperienza maturata aiuta solo in parte a capire verso quale direzione orientare l’azione educativa. Ciò che è avvenuto in seno alle attività scolastiche, da questo punto di vista, mette in evidenza il modo in cui gli esiti di processi, pur co-costruiti, possano a un certo punto divergere in misura significativa rispetto ai propositi iniziali. Alcuni segnali positivi sono tuttavia presenti: forse con il gruppo sinto di Trento non ci sarà ancora un dialogo del tutto sincero, ma sicuramente c’è più interazione oggi di quanta non ce ne sia stata in passato.
 
Da Animazione Sociale Marzo 2010