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La socializzazione all’alcol in Italia
Franca Beccaria, Enrico Petrilli e Sara Rolando 19/04/2012
 

Introduzione
Gli individui acquisiscono aspettative, atteggiamenti e abitudini riguardo all’alcol a partire dall’infanzia, all’interno di un processo di trasmissione della conoscenza prevalentemente informale, fortemente influenzato dalla cultura di appartenenza. Attraverso la socializzazione all’alcol i soggetti si avvicinano e familiarizzano con le bevande alcoliche, formando in questo modo le loro prime rappresentazioni sull’alcol, apprendendo e interiorizzando valori e norme sociali che definiscono cosa, quando, come e dove bere o non bere. Gli agenti impegnati nella socializzazione sono molteplici e comprendono sia attori sociali come il nucleo familiare e il gruppo di pari, sia istituzioni come la scuola, la religione e i media. Nello specifico, la socializzazione avviene attraverso due forme, una indiretta, quando si guardano gli altri, spesso adulti, consumare le proprie bevande, l’altra diretta, quando si fanno le prime esperienze personali di consumo.
Per affrontare il tema della socializzazione alcolica è necessario inserire il discorso nell’ambito della cultura del bere di appartenenza. In Italia, nonostante i notevoli cambiamenti avvenuti negli ultimi trent’anni, sintetizzabili nel dimezzamento dei consumi di alcol pro capite e nella complessificazione delle occasioni del bere, l’integrazione del bere nei pasti e la sua funzione di aggregatore sociale sono sostanzialmente rimasti invariati nel tempo. Parlare della cultura del bere italiana significa dunque ancora fare riferimento alla cultura cosiddetta bagnata, tipica dei paesi mediterranei, caratterizzata dai valori d’uso del bere alimentare, conviviale e socializzante, contrapposta a quella asciutta o nordica, dove il valore d’uso prevalente è quello intossicante. Le differenze tra le due culture si esprimono anche nelle conseguenze derivanti dai consumi eccessivi, con la prevalenza di problemi alcol-correlati nella prima, di intossicazioni alcoliche acute nella seconda, e nelle politiche, in un caso più tolleranti e orientate verso la promozione della consapevolezza del consumatore, nell’altro verso il controllo della distribuzione e dell’accesso alle bevande alcoliche. Questo articolo ha l’obiettivo di analizzare come avviene e quali significati assume il processo di socializzazione alcolica in Italia attraverso i risultati forniti dalle ricerche realizzate sul tema, ponendo particolare attenzione a contesti, attori e significati del bere, ed evidenziando eventuali cambiamenti nel tempo. In questo modo si vogliono sottolineare le specificità del più importante fattore di riproduzione della cultura del bere, al fine di individuare elementi utili per una seria riflessione sulle politiche di prevenzione che tenga conto delle peculiarità culturali.

La socializzazione al bere in una prospettiva internazionale
All’interno della letteratura internazionale, principalmente prodotta in paesi anglosassoni o scandinavi, che possono essere ricondotti nell’ambito delle culture del bere asciutte, sono individuabili due principali aree di studio, una riguardante l’età della prima bevuta, l’altra interessata ad approfondire l’influenza delle pratiche parentali.
L’intento del primo gruppo di ricerche è quello di indagare l’esistenza di una relazione tra l’età della prima bevuta e l’insorgere di problemi alcol-correlati o di comportamenti di abuso. Diverse ricerche dimostrano come l’esperienza alcolica precoce – definita secondo diverse soglie di età, in genere dai 13 ai 16 anni – aumenti le probabilità, durante l’adolescenza, di abuso di bevande alcoliche, di uso di sostanze stupefacenti e di incorrere in infortuni, episodi di violenza e di guida in stato di ebbrezza. Spostando l’attenzione sugli effetti a lungo termine, bere in giovane età è stato associato a un incremento delle probabilità di sviluppare in età adulta un rapporto di dipendenza con l’alcol o un bere problematico.
In questo panorama piuttosto omogeneo merita attenzione un lavoro recente che mette in dubbio i risultati precedenti. Kuntsche et al., nel 2011, utilizzando i dati raccolti nei trentotto stati partecipanti al progetto Health Behaviour in School-Aged Children (HBSC), hanno calcolato la probabilità che la prima bevuta avvenuta prima dei 15 anni conduca a comportamenti problematici in adolescenza (fumo, uso di cannabinoidi, incidenti, episodi di violenza e basso rendimento scolastico). Sebbene una prima analisi sembrasse confermare la teoria secondo cui l’inizio dei consumi in giovane età è correlato a conseguenze negative, un’analisi più sofisticata ha evidenziato che è l’età in cui avviene la prima ubriacatura, e non la prima bevuta, a determinare un maggior livello di comportamenti problematici futuri.
Il secondo tipo di studi, quelli focalizzati sulle pratiche parentali, è invece orientato a determinare come il comportamento dei genitori influenzi l’uso e l’abuso di alcolici dei figli.
Un aspetto importante è rappresentato dall’atteggiamento dei genitori verso le bevande alcoliche: diversi studi hanno rilevato una relazione tra l’uso di alcol e droghe nei primi anni dell’adolescenza e la permissività dei genitori, mentre altri hanno segnalato il valore positivo nel limitare i consumi dei figli assunto dall’aperta disapprovazione del bere da parte dei genitori. Sempre riguardo alla comunicazione in famiglia Cox et al., nel 2006, osservano, invece, come un dialogo aperto tra genitori e figli sul bere, non in opposizione al consumo dei più giovani e capace di indicazioni chiare sull’uso di queste sostanze, può promuovere un uso moderato di alcol in adolescenza.
È stato documentato che il controllo e l’applicazione di regole severe da parte dei genitori in materia alcolica ritardano l’età di iniziazione al bere e sono correlati negativamente con l’uso di alcolici in adolescenza, come anche la scelta dei genitori di limitare la disponibilità dei prodotti alcolici nell’ambiente familiare. Come dimostrato da Bellis et al., nel 2007, il ruolo attivo dei genitori nel monitorare i figli, anche rispetto ad attività non direttamente legate all’alcol, ad esempio la gestione dei soldi, rappresenta un forte fattore protettivo rispetto al bere.
Un ulteriore elemento della socializzazione alcolica è l’esposizione al bere dei genitori, il cosiddetto parental modelling, che influenzerebbe maggiormente l’attitudine e i comportamenti dei figli rispetto alla trasmissione diretta delle norme sul bere. A questo proposito si hanno risultati contraddittori: se la maggior parte della letteratura evidenzia la natura negativa di questo processo di emulazione, in quanto l’esposizione al bere dei genitori aumenterebbe le probabilità di un’iniziazione precoce all’alcol dei figli, una minoranza ne sottolinea le conseguenze positive, come lo studio condotto nelle scuole scozzesi da Forsyth e Barnard, nel 2000. Gli stili del bere giovanile sono qui descritti come un continuum dove, a un estremo, ci sono quei giovani che bevono moderatamente in famiglia sotto il controllo dei genitori e, dall’altro, c’è chi beve in luoghi all’aperto, di nascosto dagli adulti, con una maggiore probabilità di ubriacarsi. Gli adolescenti che hanno osservato negli anni il consumo dei genitori, per poi iniziare sotto la loro supervisione, hanno appreso gradualmente e inconsapevolmente le norme inespresse, orientate verso un bere moderato, che caratterizzano il bere degli adulti, le quali una volte interiorizzate vengono reiterate.
Sulla base delle indicazioni scientifiche prevalenti, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, sia a livello mondiale, sia a livello europeo, ha indicato tra le strategie per la prevenzione quella di ritardare il più possibile l’età in cui avviene il primo consumo di bevande alcoliche attraverso pratiche parentali restrittive. Queste indicazioni sono diffuse anche in Paesi, come l’Italia, caratterizzati da una cultura del bere profondamente diversa da quella in cui sono stati realizzati gli studi sopracitati, una cultura dove anche ai bambini è concesso di assaggiare le bevande alcoliche, principalmente il vino. La necessità di ritardare i primi consumi è spesso veicolata dai mass media con articoli dai toni allarmistici nei confronti del bere giovanile (“Teenager stregati dall'alcol: il primo bicchiere a 14 anni”, “Alcol, un ragazzino su cinque inizia a bere tra gli 11 e 15 anni”), senza alcuna riflessione sulle caratteristiche e i significati del processo di socializzazione nelle diverse culture e sulle contraddizioni che spesso emergono tra dati e fonti diversi.
È opportuno invece che il tema della socializzazione alcolica venga affrontato tenendo conto delle specificità culturali del bere che caratterizzano i diversi Paesi, rilevando anche il punto di vista dei soggetti al fine di conoscere e comprendere i significati socialmente condivisi delle pratiche alcoliche e della loro trasmissione tra generazioni, attraverso un approccio di alcologia comprendente che non giudica i fenomeni alcol-correlati aprioristicamente, attraverso generalizzazioni e secondo un punto di vista esterno alla pratica sociale, ma approfondisce i processi di significazione della realtà.

La socializzazione alcolica in Italia
In Italia la ricerca alcologica, in ritardo rispetto alla letteratura internazionale, ha iniziato a interessarsi al fenomeno della socializzazione al bere solo negli ultimi vent’anni, evidenziando la peculiarità della cultura italiana. Come vedremo, i principali aspetti rilevati da Favretto, nel 1985, nella prima ricerca pilota sui giovani e l’alcol sono rimasti costanti in tutte le ricerche successive realizzate su questo tema con metodologie diverse, sebbene vada evidenziata la loro esiguità numerica. La stessa autrice in seguito ha approfondito il tema della socializzazione alcolica all’interno di un più ampio progetto di ricerca sul bere dei giovani piemontesi. La ricerca condotta in diverse città italiane da Beccaria et al. nel 1999 sul rapporto tra giovani e alcol, attraverso i racconti degli stessi, ha presentato il loro punto di vista sulla socializzazione. All’interno dello studio sui cambiamenti avvenuti nei consumi alcolici degli italiani dal 1970 al 2000, Scarscelli ha approfondito gli aspetti legati alla socializzazione. L’équipe diretta da Bonino, nel 2003, in una ricerca quantitativa sui diversi comportamenti a rischio degli adolescenti ha valutato l’influenza dell’età e del contesto in cui avvengono le prime esperienze alcoliche sul bere in adolescenza. Strunin et al., nel 2010, invece hanno focalizzato l’attenzione sul rapporto tra norme del bere apprese in famiglia, età del primo assaggio e probabilità di diventare un bevitore abusante. Infine, in una ricerca retrospettiva e comparata tra Italia e Finlandia sugli stili di consumo di quattro diverse generazioni, Beccaria e Rolando nel 2010, hanno descritto come si è caratterizzato il processo di socializzazione in Italia negli ultimi settant’anni.
Le ricerche prese in esame considerano il processo di socializzazione come un continuum che inizia nell’infanzia e, passando per la pubertà, si conclude durante l’adolescenza. Solo uno sporadico numero di soggetti, infatti, fa risalire le prime esperienze alcoliche all’età adulta. Questo processo può essere compreso esaminando le tre fasi attraverso le quali il soggetto costruisce le proprie rappresentazioni sulle bevande alcoliche: i primi ricordi, i primi assaggi e le prime esperienze di consumo vero e proprio.
I primi ricordi si riferiscono alle prime esperienze vissute nel corso della propria vita in cui si ha memoria della presenza di bevande alcoliche. Non è semplice per gli intervistati individuare il primo ricordo associato all’alcol, principalmente perché, fin dalla loro infanzia, il vino è un elemento della quotidianità, presente ogni giorno sulla tavola durante i pasti, dunque non rappresenta qualcosa di sufficientemente peculiare da essere ricordato.
Non c’è un ricordo, non c’è un inizio, forse, che da quel momento “io mi ricordo che”, ma è una cosa che è sempre stata (Ragazzo, coorte 17-20).
In Italia questi primi ricordi, senza distinzione di genere, età o classe sociale, sono legati al contesto familiare nel periodo dell’infanzia, con una presenza predominante del vino. Strunin et al., nel 2010, sottolineano come solitamente i soggetti definiscano la relazione e l’attitudine dei genitori nei confronti delle bevande alcoliche come normale o moderata, descrivendo questo rapporto con l’alcol come uno degli elementi che compongono la cultura tradizionale italiana.
Sono due le situazioni più consuete di consumo in famiglia che vengono annoverate tra i primi ricordi. La prima vede il nucleo parentale riunito a tavola a consumare un pasto, con il padre o il nonno a bere il proprio usuale bicchiere di vino.
Sì, “una presenza”: il nonno che aveva il pintone di fianco alla sedia, il pintone sul tavolo, la bottiglia di vino. Sempre presente durante il pasto […], per me il vino è sempre stato qualcosa di normale, apparteneva alla vita di tutti i giorni (Uomo, coorte 52-55).
Questo ricordo è la chiara rappresentazione dello stile del bere alimentare, caratterizzato dal bere come accompagnamento del pasto, stile che permane ancora oggi tra i giovani, anche se, come mettono in luce le ricerche più recenti, negli ultimi anni ha assunto nuove modalità e funzioni.
L’altro scenario più ricorrente è quello in cui la famiglia riunita con parenti o amici consuma degli alcolici per festeggiare un’occasione particolare o per dimostrare la propria ospitalità. In questo caso, le rappresentazioni fornite dagli intervistati si rifanno principalmente agli stili del bere conviviale, quando il bere avviene in situazioni di socialità legate al banchetto, e cerimoniale-rituale, in cui l’atto del bere sottolinea o sancisce la celebrazione di eventi particolari. Si tratta anche in questo caso di rappresentazioni legate ad alcuni valori della cultura tradizionale del bere che sono ancora oggi ampiamente condivisi e diffusi.
Ricordo, ad esempio, la domenica o quand’era festa: si prendeva la bottiglia di “vino buono”, soprattutto se c’erano altri. Noi avevamo una casa aperta, sempre piena di gente (Donna, coorte 67-70).
Mentre la vasta maggioranza degli intervistati ha associato i primi ricordi sulle bevande alcoliche con memorie e immagini fortemente positive, spesso legate ai legami familiari e ai momenti di festa, vi sono anche quei soggetti, pochi, che hanno riportato episodi in cui emergeva un uso improprio e problematico degli alcolici, collegato anche a comportamenti aggressivi, agiti da figure maschili.
Se si sposta l’attenzione sul primo assaggio, anch’esso avviene generalmente all’interno della famiglia di origine e in un periodo che va dall’infanzia fino alla pubertà, indipendentemente da età, genere e classe sociale. La ricerca retrospettiva realizzata da Beccaria e Rolando, nel 2010, ha permesso di osservare come modalità e significati dei primi assaggi si tramandino di generazione in generazione senza grossi cambiamenti: essi avvengono solitamente con il vino durante il pasto in famiglia, con il consenso e l’incoraggiamento dei genitori, dei parenti più anziani o degli amici di famiglia, i quali assumono il ruolo di introdurre i giovani al consumo di bevande alcoliche in maniera graduale e misurata.
Ho bevuto un bicchiere di birra a tavola con i miei genitori. Era una cena in un giorno qualsiasi (Maschio, 26 anni).
In un numero limitato di casi è emerso un conflitto generazionale tra nonni e genitori, con i primi che insistevano per far assaggiare il vino ai nipoti e i secondi, all’opposto, che disapprovavano questa abitudine.
Soprattutto tra le nuove generazioni, il primo assaggio avviene sempre più spesso con un po’ di vino dolce – moscato, spumante o champagne – in occasione di specifiche occasioni di festa, come il Capodanno. In questo caso il primo assaggio diventa un brindisi ed è connotato da un valore d’uso di tipo cerimoniale-rituale, che si ripete nel tempo durante le ricorrenze festive. I ricordi rimandando a situazioni piacevoli del passato, a momenti di festa e convivialità caratterizzati da una valenza largamente positiva.
Avrò assaggiato il vino a 6-7 anni, a Natale, ma io me lo ricordo molto vagamente, è mia madre che lo racconta, dice che ero eccitatissimo (Maschio, 18 anni).
Sia il pasto che la festa in famiglia possono acquisire un forte valore simbolico positivo: il primo assaggio assume la forma e il significato di rito di passaggio, destinato a segnare il riconoscimento di un certo grado di maturità raggiunto dal bambino.
È stato un bel ricordo… la prima esperienza… mi sono sentita grande. In quel momento è importante sentirsi grandi… Qualcosa di piacevole… era buono da bere… L’atmosfera di gioia di quella sera, di felicità. Io che a 10 anni assaggiavo la birra, lo spumante… è un bel ricordo quello che mi è rimasto del primo assaggio (Ragazza, 18 anni).
Sia nella ricerca di Favretto del 1997, sia in quella di Beccaria e Rolando del 2010, vi è anche una minoranza di intervistati che ha assaggiato per la prima volta una bevanda alcolica all’interno del gruppo di pari, generalmente più tardi rispetto a chi lo ha fatto in famiglia, in contesti di socialità formali, ad esempio associazioni e gruppi sportivi, o informali, ad esempio un locale pubblico. Queste esperienze appartengono per lo più a ragazzi appartenenti a famiglie in cui non vi è l’abitudine di bere regolarmente durante i pasti. Favretto individua due modalità in cui avviene il primo assaggio con i propri coetanei: la prima è quella delle occasioni di festa, situazioni celebrative straordinarie come i compleanni o la fine dell’anno scolastico, mentre la seconda avviene in occasioni di normale socialità, come il mangiare una pizza o una serata in gruppo. In entrambi i casi si tratta sempre di un consumo in compagnia, un momento in cui ci si riunisce con i propri amici, senza ricercare una bevuta in solitaria o l’ubriachezza. In assenza di adulti, e quindi di un messaggio educativo, più o meno esplicito, mirato alla moderazione, i primi consumi assumono un carattere maggiormente sperimentale. Ad esempio vengono consumate bevande con gradazione più alta, come cocktail e superalcolici, e il primo assaggio può diventare la prima occasione di abuso, anche se, nella maggior parte dei casi, involontariamente. I ricordi legati a questi episodi possono essere negativi, come il gusto sgradevole o il vomito, o positivi, l’euforia data dal vivere un’esperienza nuova e di condivisione con i propri amici.
Una sera, mangiando una pizza, ho bevuto una birra media e in quell’occasione mi sono accorta di essere più estroversa, più libera di fare quello che mi pareva, di parlare con chi volevo, ero disponibile a prendere in giro persone come prima non avrei fatto (Ragazza, 18 anni).
Il primo assaggio rappresentata l’inizio di un periodo, che dura alcuni anni, caratterizzato dal consumo saltuario di piccole dosi di bevande alcoliche. Durante questo periodo, generalmente in adolescenza, avviene un passaggio graduale dagli assaggi a consumi più significativi sia in termini di quantità che di frequenza. In questa fase, per la prima volta all’interno del processo di socializzazione, iniziano a emergere delle differenze di genere: le adolescenti, rispetto ai coetanei maschi, iniziano a bere più tardi, consumano quantità ridotte, danno più importanza alle scelte di gusto e sono più attente agli effetti dell’alcol sull’organismo.
Inoltre, lo studio di Beccaria e Rolando del 2010, l’unico ad avere una prospettiva diacronica, mette in evidenza un cambiamento intergenerazionale: mentre in passato la prima bevuta rappresentava quasi per tutti l’inizio di un consumo quotidiano, durante i pasti, nel contesto familiare e con il vino come bevanda dominante, con il passare del tempo questo processo ha assunto la forma di un consumo regolare ma non quotidiano, concentrato principalmente nel fine settimana, in locali pubblici, come pub e discoteche. A cambiare sono anche i soggetti con cui avvengono queste bevute – non più i familiari ma gli amici – e le bevande preferite: birra, cocktail, shot e alcopop.

La famiglia come fattore di protezione
Un elemento costante della socializzazione alcolica in Italia è il valore predominante del bere in famiglia, contesto in cui si ricevono fin dall’infanzia le prime informazioni e rappresentazioni sull’alcol. Fondamentale è il ruolo svolto dai genitori capaci di connotare queste prime esperienze come situazioni di uso moderato, adottando quello che è stato definito uno stile “permissivo-protettivo”. I genitori sono definiti permissivi in quanto acconsentono alle richieste dei figli affascinati dal vino, o addirittura sono essi stessi a spingerli alla sperimentazione, ma, trasmettendo un messaggio di moderazione e controllandone i consumi, svolgono contemporaneamente anche una funzione protettiva.
Attraverso la comunicazione diretta e indiretta molti genitori veicolano informazioni sulla sostanza, le modalità in cui si deve bere e le regole di consumo, senza differenze di genere. Inoltre tra le giovani generazioni i genitori, soprattutto quelli che permettono ai figli di bere in casa, sono maggiormente portati a discutere in famiglia anche delle problematiche alcol-correlate. Il consenso degli adulti prima all’assaggio e successivamente al consumo è un aspetto essenziale della cultura italiana perché sembra cancellare qualunque significato trasgressivo alla sperimentazione delle bevande alcoliche, in modo tale da favorire, attraverso l’interiorizzazione delle norme e dei valori del bere, l’emersione di forme di “autocontrollo”.
Immagino, ma interpreto, non è un ricordo: che fosse stato un po’ ritualizzato il primo goccio di vino con la frase “adesso sei grande quindi una goccia che non devi mai eccedere”, insomma probabilmente è stato un rito dove c’era la concessione ma con tutta la morale ricamata sopra sul “non dover eccedere” (Uomo, coorte 37-40).
Solo due studi hanno indagato l’impatto di questo tipo di socializzazione sui comportamenti alcolici nella fase giovanile, offrendo interessanti spunti di riflessione che andrebbero approfonditi con ulteriori indagini. Strunin et al., nel 2010, hanno rilevato come all’interno del proprio campione, a differenza dei bevitori moderati, i forti bevitori erano quelli che non avevano avuto modo di bere in famiglia durante la pubertà.
Alle stesse conclusioni giunge l’unica ricerca quantitativa disponibile, realizzata in Piemonte, che ha affrontato anche il tema della socializzazione all’alcol. Secondo questo studio, non è l’età del primo assaggio a influenzare l’assunzione in adolescenza di un determinato stile del bere, ma piuttosto il contesto e le condizioni in cui esso avviene. Mentre la maggioranza dei bevitori moderati ha iniziato in famiglia, un’alta percentuale degli heavy drinkers lo ha fatto con gli amici, quindi, concludono gli studiosi, il bere per la prima volta in famiglia, anche in giovane età, sotto lo sguardo vigile e seguendo i consigli degli adulti, rappresenta un fattore protettivo sul bere in adolescenza. Nonostante ciò, forse anche sull’onda dell’allarme diffuso sul tema giovani e alcol, recentemente emergono segnali di un progressivo cambiamento, che si esprime in una minore propensione da parte dei genitori a introdurre i figli alle bevande alcoliche in famiglia.

Conclusioni
La maggioranza delle ricerche prodotte nei paesi anglosassoni e scandinavi sulla socializzazione alle bevande alcoliche presenta chiari risultati sui rischi derivanti da un avvicinamento precoce all’alcol e da pratiche parentali eccessivamente liberali. Tuttavia, in Italia i risultati dei pochi studi sull’alcol che hanno anche affrontato questo aspetto, vanno in direzione opposta. La socializzazione è un processo lungo, un continuum che dall’infanzia arriva fino all’adolescenza, in cui gradualmente vengono appresi valori, norme e rappresentazioni riguardanti le bevande alcoliche: questa gradualità e il contesto familiare sembrano favorire lo sviluppo di un rapporto con le bevande non orientato all’abuso e alla trasgressione, ma al contrario più incline alla moderazione e all’autocontrollo. In questo processo di apprendimento e trasmissione delle conoscenze è essenziale il ruolo svolto dalla famiglia, dal momento che è all’interno di questo contesto, in situazioni di ordinaria quotidianità o in occasioni speciali, che avvengono comunemente le prime esperienze di socializzazione.
Quindi in Italia, diversamente dai paesi anglosassoni e scandinavi, come hanno rilevato sia il gruppo di ricerca di Bonino nel 2003 che quello di Strunin nel 2010, a influenzare i consumi futuri non è tanto l’età in cui avviene la prima esperienza con l’alcol, quanto piuttosto il contesto e le condizioni in cui si verifica. La motivazione di risultati così clamorosamente diversi da quanto emerge dalla letteratura internazionale è fornita dalle ricerche qualitative: bere sotto la supervisione e con il consenso dei genitori sottrae all’esperienza qualunque significato trasgressivo e pone, per molti, le fondamenta per un rapporto con le sostanze alcoliche non basato sulla ricerca dell’ubriachezza, ma sui valori d’uso tipici della nostra cultura, di tipo prevalentemente alimentare e conviviale.
Per questa ragione il presunto abbassamento tra i giovani dell’età del primo consumo non sembra un indicatore adatto per formulare le campagne d’allarme sul bere dei giovani, ma va interpretato con attenzione, considerando anche che le rilevazioni comparative di solito non tengono conto delle specificità culturali che caratterizzano il processo di socializzazione dei diversi Paesi, con il rischio di comparare fenomeni diversi. Ad esempio all’interno dello studio HBSC si fa riferimento in maniera generale al primo consumo alcolico, senza considerare la complessità del processo di socializzazione all’interno delle culture bagnate, in cui la prima esperienza alcolica, l’assaggio, non corrisponde al primo consumo, laddove in altre culture sfocia facilmente nella prima ubriacatura.
Con ciò non intendiamo negare che vi siano anche in Italia dei fenomeni del bere giovanile, come le ubriacature precoci e reiterate, che, pur riguardando una minoranza di casi, sono allarmanti e vanno presi in seria considerazione. Ma sosteniamo che il fenomeno del bere giovanile vada indagato con competenza e spirito critico, contestualizzandolo e senza abbandonarsi a facili generalizzazioni. Come tutti i comportamenti umani, i consumi alcolici sono fenomeni complessi, che rendono difficile e spesso fuorviante cercare di individuare dei meccanismi causa-effetto universalmente validi. A nostro avviso, se i dati numerici sono importanti per monitorare l’evoluzione di alcuni comportamenti a rischio, è altrettanto importante andare a fondo dei motivi che li determinano. A tal fine è prioritario ascoltare il punto di vista stesso dei soggetti che li mettono in atto e riferirli alle culture di appartenenza.
Parimenti, per queste ragioni è preferibile che si sviluppino politiche di prevenzione che, in linea con quanto esposto nelle ricerche alcologiche, tengano conto delle specificità culturali in cui è costruito in Italia il peculiare rapporto tra individui e alcol.

Questo articolo è stato pubblicato nel numero 5/2012 della rivista trimestrale Medicina delle Dipendenze – MDD.
La versione originale con i riferimenti bibliografici è scaricabile qui.