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La persona come base progettuale per le politiche sociali
Maria Lucia Piga30/05/2012
 
Guardando alle tendenze attuali delle politiche sociali italiane, e ai tagli finanziari che riducono le possibilità di strutturazione degli interventi, ci si interroga sul significato di sociale e su quali siano i confini distintivi di questa dimensione rispetto ad altre che, come per esempio quella sanitaria, risultano più strutturate (e perciò più accreditate) o polarizzano più risorse (finanziarie, politiche, professionali, organizzative).
Se in astratto un disegno di politica sociale presuppone la consapevolezza, da parte dei molteplici attori del welfare, che i problemi delle singole persone non derivano da colpe o inettitudini personali, ma da fallimenti e disfunzioni del sistema, in concreto a ciò, tuttavia, non sempre consegue un’attivazione di risposte adeguate, in cui attori e saperi dialoghino realmente e trovino un livello di azione che sia di consapevolezza dell’intero disegno, connotandosi come attori capaci di incidere significativamente sul sistema, secondo l’idealtipo dell’homo civicus.
In che senso si può corrispondere all’Agenda di Lisbona e a un welfare attivo, senza essere semplici agenti o esecutori passivi di un disegno deciso dall’alto? Forse creando scenari per la realizzazione di pratiche più promozionali che assistenziali, dove competenze e capacità possano essere sviluppate non grazie al tecnicismo di un sapere dell’aiuto, ma grazie a un sociale che diventa produttivo: una risorsa su cui investire e non un costo da finanziare.
Nella pluralità di competenze richieste oggi alle professioni del sociale e agli operatori nei servizi alla persona (in particolare assistenti sociali ed educatori) non vi è solo la cura della persona, ma anche la cura del sistema. Si richiedono ai professionisti del lavoro sociale non solo quelle competenze basate su un sapere specialistico, necessario per affrontare i casi e per rispondere ai bisogni delle persone, ma anche molteplici consapevolezze su contesti, saperi locali, situazioni di diversità culturale da decifrare, istituzioni e gruppi da comprendere nello strutturarsi di regole invisibili e conflitti nascosti. È necessario avere competenze di tipo interpretativo, capacità di lettura di ciò che è sociale, tenendo presente la dialettica tra micro e macro.
I servizi alla persona funzionano se possono valorizzare una capacità combinata, che tenga presente l’integrazione e la coessenzialità tra questi due livelli, quello della persona e quello del sistema: per esempio se il recupero delle persone è connesso al recupero di aree dismesse o di terre e strutture improduttive (non solo quelle sottratte alla mafia: perché no, anche quelle potenzialmente sottraibili ad amministrazioni inadempienti sotto il profilo del “bene pubblico”); se c’è una comunità che favorisce il perseguimento di fini comuni insieme alle mete autorealizzative dell’essere persona; se si favorisce l’integrazione delle persone in difficoltà insieme al riassorbimento delle situazioni – spesso temporanee – di fragilità; se si elaborano le pari opportunità in termini di percorsi, il cambiamento degli stili di vita e, contemporaneamente, il cambiamento della struttura socio-economica.
Quali idee di sociale e di società sono presenti nelle politiche sociali partecipate, si intende quelle che si sono affermate in Italia dal 2000 ad oggi? Il carattere sociale degli interventi, per esempio quelli contro la povertà, spesso si riduce ad una dimensione residuale e accessoria: in parole semplici, si distribuiscono sussidi. Se nei contesti locali non si individuano sponde per un diverso modo di intendere l’inclusione sociale, per esempio attraverso la creazione di impresa sociale, si ritorna così alla concezione erogativa e assistenziale.
In assenza di un disegno di welfare che faccia leva sull’interezza e concepito in termini di rispetto della persona, le amministrazioni locali e i servizi sociali finiscono così col privilegiare i contributi economici. Questi sono da erogare basandosi su criteri e classificazioni che, pur non intendendo essere stigmatizzanti nei confronti dei destinatari, partono dall’idea di attribuire loro un deficit, una colpa, un bisogno, un contrassegno di “inferiorità”. Data la molteplicità di soggetti che si occupano di welfare, si sottolinea qui l’importanza di agire insieme, in modo concertato: se non c’è sinergia non solo tra micro e macro, ma anche tra mondo della produzione e mondo dell’assistenza, per un benessere da produrre e non da erogare, conseguentemente non c’è sviluppo delle potenzialità produttive delle persone e dei gruppi, non c’è fiducia accordata agli “utenti” a partire da un’idea di “vita attiva”, o a partire dal presupposto della capacitazione.
In questo senso è aumentata la complessità delle aspettative nei confronti delle figure che si occupano di aiuto sociale, alle quali sono richieste sempre più competenze e saperi, di tipo solidaristico e regolativo insieme: primo, confrontarsi con le buone pratiche di mediazione e superare la contrapposizione tra diversi gruppi sociali (in altre parole, regolare il conflitto, forse più latente che manifesto, tra un’élite di garantiti ed una molteplicità crescente di gruppi sfavoriti); secondo, cercare le soluzioni condivise (in termini di opportunità realmente praticabili e cultura delle seconde chances) e le sinergie necessarie, perché le politiche sociali partecipate rappresentino non semplicemente un mezzo per la cosiddetta democrazia deliberativa, ma una meta in sé: una meta processuale, quella che mira a creare cittadinanza attiva attraverso il dialogo, la cooperazione e la rete tra i diversi soggetti delle politiche sociali, di tutti quelli che hanno responsabilità come operatori della cura, professionisti, volontari, imprenditori sociali etc.; terzo, partecipare alla definizione dei criteri, avere voce nella programmazione e nella valutazione (dunque, non solo nell’erogazione) per l’interezza delle politiche sociali. In tal modo si può attuare la sfida del welfare al welfare: produrre validazione sociale, produrre criteri per le politiche sociali per valorizzare un nuovo ruolo dei servizi sociali e delle professioni sociali, grazie all’apporto del terzo settore.
Così sarà possibile che nelle politiche sociali si affermi una concezione non semplicemente riparativa, ma promozionale e abilitante degli interventi di aiuto (livello micro). E al tempo stesso le strutture, le istituzioni e il sistema (livello macro) potranno essere modificate nella prospettiva di un benessere inteso come produzione, distribuzione e redistribuzione di chances, opportunità e beni comuni, alla luce dei diritti non negoziabili e all’insegna della libertà responsabile.
Ci domandiamo se ci sia corrispondenza tra questi due livelli, tra le istituzioni di politica sociale (si intende, l’apparato del welfare) e le sue modalità operative nei servizi alla persona (si intende, l’agire professionale dei tecnici del welfare). Questo interrogativo rimanda ad una messa a punto delle categorie interpretative del sociale, affinché nella cassetta degli attrezzi di colui che agisce non solo come aiutante, helper, carer ma anche come amministratore, come politico, come decisore pubblico non vi sia un semplice e cieco pragmatismo, ma una ricchezza di risorse teoriche e metodologiche, un “sapere” orientato alla riflessività, con cui confrontarsi nella pratica quotidiana del “saper fare”. Dovendo mettere in moto risorse di aiuto, è importante infatti che l’operatore possa disporre di risorse di tipo concettuale e teorico, insieme a quelle etico-deontologiche, da utilizzare e rendere operative alla luce di un impegno più ampio, di professionalità riflessiva.
L’esasperazione dei diritti individuali, la frammentazione sociale, l’allentamento dei vincoli tra le persone comporta il rischio che anche i diritti individuali ne risentano, se non esiste una comunità che dà senso a quell’orizzonte di impegno che è la partecipazione e la reciprocità comunitaria. Questa la sfida che può controbilanciare il rischio.
È importante quindi inquadrare le politiche sociali in una più ampia riflessione sullo sviluppo, in una chiave di tipo universalistico, secondo una concezione di benessere diffuso, rivolto a tutti i cittadini e non mirato a particolare fasce di bisogno, che prenda in conto però le contraddizioni create dal mercato e le disuguaglianze continuamente generate non solo dal sistema della stratificazione e dai privilegi delle élites, ma anche da quei principi e pratiche di redistribuzione che dovrebbero porvi rimedio (fatto che diventa disuguaglianza nell’accesso ai benefici del welfare).
Gli interventi delle politiche sociali, nonostante la 328/2000 e nonostante la “scoperta” dell’integrazione (tra sociale e sanitario, tra welfare municipali, tra privato-sociale e istituzioni statali), pur avendo come obiettivo l’integrità della persona, si realizzano attraverso interventi paradossalmente settoriali che vedono, volta per volta, solo i singoli aspetti del problema: la povertà, il reato, la malattia, la solitudine, la disabilità, etc. Questo limite del sistema, la settorialità degli interventi, induce a credere che saranno le associazioni di volontariato a umanizzare gli interventi, o a concertarli tra di loro?
Se non controbilanciate da un settore informale di cura, da un privato sociale collaborativo e capace di arrivare ai bisogni della persona, il sistema dei servizi è sicuramente incapace di realizzare quelle funzioni integrative pure concepite, auspicate e legittimate anche dalla recente normativa sui diritti di cittadinanza.
La nostra preoccupazione è quella di capire come il benessere si produca anche in assenza di un disegno di politica sociale che valorizzi tutto ciò, e a quali prezzi, con quali risvolti sulla società civile. Dal momento che le attese e il carico di cura che si riversano sulla società locale possono creare più tensione e competizione tra i soggetti della solidarietà che promozione e coesione, è necessario porre l’accento sul fatto che le politiche sociali non regolate da un’autorità che le pianifichi corrono il rischio di far leva su un sociale utile perché atomizzato: il divide et impera che non evoca né valorizza la dimensione comunitaria – quando e se esiste – ma fa leva sul folklore delle singole, disordinate e residuali iniziative civiche, alimentando un vortice che finisce col rendere più precario e polverizzato il sociale.
 
L’articolo è tratto dal libro di Maria Lucia Piga, Regolazione sociale e promozione di solidarietà, Milano: FrancoAngeli 2012