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La crisi del lavoro come sfida per la cooperazione – La cooperazione sociale tra nuove regole e nuova intraprendenza
Giovanni Porquier 18/12/2012
 

Intervista a Stefano Zamagni

La profonda crisi che l’economia globale attraversa da diversi anni sembra mettere profondamente in discussione la convinzione per cui, tra i diversi modelli d’impresa, solamente la grande impresa di capitali sia meritevole di essere considerata.
Tale paradigma, che ha guidato la nostra società negli ultimi decenni, ha portato l’impresa tradizionale for profit a imporsi come modello dominante nel panorama economico vigente, relegando le altre forme di impresa, tra cui quella cooperativa, a svolgere un ruolo marginale e subalterno, destinato probabilmente in tal modo all’estinzione.
La realtà, al contrario, sta indicando che la molteplicità delle forme di impresa può essere una direttrice preziosa per affrontare la crisi economico-finanziaria e che proprio la cooperazione potrebbe assumere un ruolo di rilievo all’interno di tale pluralismo; si aprirebbero in tal modo nuovi scenari e nuove prospettive di protagonismo.
Per la cooperazione sociale in particolare, nel nostro Paese, appare vincolante esplorare queste nuove opportunità, anche a fronte della necessità di rivisitare il tradizionale rapporto, consolidato e oggi pericolosamente sedimentato, con l’ente pubblico.
L’attuale contesto di riduzione o congelamento delle risorse finanziarie pubbliche e il conseguente ridimensionamento nell’erogazione delle prestazioni, che dovrebbe condurre a nuove politiche di utilizzo mirato e a investimenti selettivi, sembra imporre alla cooperazione sociale di farsi trovare preparata a cogliere nuove sfide.
Per le cooperative sociali di tipo B, di inserimento lavorativo di persone provenienti da percorsi di disagio, appare imprescindibile e vitale uscire dall’esclusività del rapporto costruito con l’ente pubblico; prendere coscienza che la crisi del patto storicamente siglato con la committenza pubblica – fondato sullo scambio tra disponibilità a promuovere appalti in favore delle cooperative sociali e impegno di queste ultime a inserire al lavoro soggetti in situazioni di svantaggio sociale – deve essere affrontata anche affacciandosi pienamente al mercato, ampliando le relazioni e costruendo alleanze inedite con altri e nuovi interlocutori.
È necessario un profondo sforzo di riflessione, che porti coloro che la cooperazione “la vivono” a comprendere cosa è loro richiesto. In questo quadro risulta strategico investire su percorsi formativi che sviluppino processi di conoscenza tesi a individuare i modi per affrontare la crisi anche come occasione e opportunità; per capire dove indirizzare le energie e le risorse, affinché il movimento cooperativo diventi attore capace di dispiegare interamente il proprio potenziale.
Questo non basta, tuttavia, se non vengono riformate le regole del gioco e dunque le istituzioni economiche per fare maggiormente spazio al contributo della cooperazione sociale.
L’esperienza cooperativa potrà così continuare a essere un soggetto solido e credibile nel perseguire il proprio scopo di impresa economica e sociale, cui affidare parte delle speranze di rigenerare fiducia nelle prospettive future.
La cooperativa sociale Arcobaleno di Torino, impresa che opera nel settore delle raccolte differenziate, nel ventennale della propria fondazione ha promosso un’assemblea dei soci, desiderosa di confrontarsi su tali considerazioni e sugli interrogativi che da queste scaturiscono. L’assemblea, a cui ha aderito anche la realtà del Social Club, associazione di promozione sociale fondata da diverse associazioni e cooperative sociali del nostro territorio, ha invitato a dialogare sul tema Stefano Zamagni, docente di economia politica, profondo conoscitore del mondo delle imprese cooperative e delle organizzazioni no profit. Ne è scaturito un momento collettivo stimolante e intenso, che riteniamo importante condividere con chi, come i lettori di Animazione Sociale, avverte il desiderio e la necessità di immaginare le strade future che la cooperazione sociale dovrà percorrere nel nostro Paese.
 
Prima di chiederle quale possa essere il ruolo della cooperazione sociale nella fase storica-economica attuale, quali sono le possibili spiegazioni di questa crisi, che sempre più profondamente incide sulla nostra vita e nelle nostre esperienze lavorative?
In effetti, se tutti siamo consapevoli della gravità della crisi e conosciamo i meccanismi che l’hanno determinata, soprattutto quelli finanziari, perché non riusciamo a dimostrare di avere la forza per uscirne? Ciò in cui difettiamo, secondo me, è la mancanza di pensiero pensante.
Il pensiero, infatti, è di due tipi: c’è il pensiero calcolante che ci abitua – come dice il termine stesso – a calcolare, a trovare delle risposte immediate ai problemi; e c’è il pensiero pensante che indica la direzione, permette di anticipare oggi quello che accadrà domani.
Nell’Italia odierna abbiamo troppo pensiero calcolante e troppo poco pensiero pensante. Abbiamo abbondanza di tecnici, che sanno tutto: conoscono, ad esempio, tutti i meccanismi legati ai derivati e tutte le nefandezze compiute dalle banche speculative nel venderli, ecc. Coltivare un pensiero pensante vuol dire, invece, avere un’idea del modello di società che vogliamo realizzare, e individuare di conseguenza la via che conduce alla soluzione.
Ecco, oggi manca questo e noi italiani ne abbiamo una responsabilità maggiore rispetto ad altri Paesi. Ciò di cui stiamo discutendo l’abbiamo, infatti, inventato noi settecento anni fa: l’economia di mercato è stata creata in Toscana, nel 1300. E la prima borsa è sorta a Firenze alla fine del 1400, come borsa sociale: non era una borsa speculativa, ma doveva servire a finanziare le cooperative sociali, diremmo oggi; ovviamente allora non esisteva quel termine, ma la sostanza c’era già tutta; gli ospedali, nati come “misericordie”, non erano altro che le prime cooperative sociali, raccoglievano i morenti e i bisognosi di ogni tipo e davano anche vita a opere pubbliche. Pensate al duomo di Firenze: l’hanno fatto costruire le organizzazioni della società civile. Fino al 1700 le grandi intuizioni in ambito economico e sociale sono nate tutte in Italia. In seguito, però, ci siamo involuti e oggi siamo caduti nella condizione di non essere più in grado di generare pensiero pensante.
 
Perché è venuto meno il pensiero pensante e, soprattutto, dove si vede concretamente?
Per rispondere a questo secondo quesito, dobbiamo partire dal dirci che in ogni società l’attività economica è regolata dalle istituzioni. Le istituzioni non sono solo quelle politiche e amministrative; ci sono anche le istituzioni economiche, e queste sono più importanti delle prime. Quali sono gli esempi di istituzioni economiche? Il sistema bancario, che può essere di diversi tipi, ma anche il mercato del lavoro, le regole del codice che riguardano l’attività dell’impresa, il sistema fiscale. Questi sono tutti esempi di istituzioni economiche perché il termine “istituzione”, se pare difficile da inquadrare, può essere sostituito con il suo sinonimo, che è “regole del gioco”.
Il punto da richiamare è che le regole del gioco – e quindi le istituzioni economiche – sono di due tipi: estrattive e inclusive.
Le istituzioni economiche estrattive sono quelle che estraggono il valore aggiunto creato, lo trafugano e lo nascondono.
Le istituzioni economiche inclusive invece tendono a includere tutti. Non solo i cittadini, ma gli esseri umani tutti, perché anche se qualcuno non è un cittadino è pur sempre un essere umano... Eppure in Italia ci sono forze politiche che sostengono che se uno non è cittadino non è un essere umano, e si continuano a tollerare tali ragionamenti, senza rendersi conto che imboccare questa via significa escludere dapprima gli immigrati, e così di seguito: questo è l’inizio di una «slippery slow», una discesa scivolosa, un piano inclinato che comincia con il chiedere di togliere i diritti ad alcuni perché non sono cittadini.
Il punto in questione è che le istituzioni economiche sono in prevalenza di tipo estrattivo, perché tendono a favorire la rendita e non il profitto, né il salario. David Ricardo, il grande economista della rivoluzione industriale, nel 1821 scrisse che la quota della rendita sul PIL non deve superare il 15/16%, se si vuole che il Paese avanzi. Oggi in Italia la quota della rendita sul PIL è il 33%, il che significa che un terzo del valore aggiunto, di ciò che viene prodotto, prende la via della rendita. Se la rendita è tale, i salari sono bassi, perché se quel 33% si riducesse a quanto indicava Ricardo, il rimanente andrebbe ai profitti e le imprese farebbero gli investimenti. Se la rendita venisse ridotta, più risorse andrebbero per i nostri salari.
 
Come è potuta accadere nel nostro Paese una così elevata concentrazione della rendita?
Non si è tenuto conto del fatto che le regole del gioco economico, cioè le istituzioni, non sono mai neutrali. Molti pensano che le istituzioni economiche siano neutrali, che non favoriscano l’uno o l’altro. Ma sbagliano, e si può capire con un esempio: nel gioco della pallacanestro, se uno è basso di statura, non viene fatto giocare, perché le regole furono stabilite in modo che solo uno alto può giocare. Le regole del gioco non sono mai neutrali: favoriscono alcuni e sfavoriscono altri, individui o gruppi sociali.
Facendo credere che le regole del gioco fossero neutrali, si sono create le istituzioni economiche estrattive, che estraggono il valore aggiunto e lo trasformano in rendita. Ma i diversi tipi di rendita – finanziaria, fiscale, burocratica, immobiliare –, a differenza del profitto e del salario, non creano benessere. Il profitto lo crea perché, quando viene reinvestito, genera posti di lavoro. La rendita no, perché aumenta soltanto la forza e il potere d’acquisto di coloro che la posseggono, un’esigua minoranza rispetto alla popolazione.
Qual è il punto di debolezza, dove noi tocchiamo con mano le conseguenze più dannose della prevalenza delle istituzioni estrattive? In quale ambito la presenza di tante istituzioni estrattive produce i massimi disastri? Nel mercato del lavoro.
 
A questo punto possiamo parlare della cooperazione sociale di inserimento lavorativo e della sua funzione socio-economica...
Ha ragione chi afferma: basta parlare di cooperative sociali etichettandole “di tipo B”. La legge sulle cooperative sociali è del 1991 e, se due legislature fa non ci fosse stata una crisi di governo, era già pronta una legge di riforma per aggiornarla. Allora avevo fatto parte del gruppo incaricato di questa riscrittura e avevo proposto, alla fine convincendo tutti, di abolire la distinzione tra le “A” e le “B”. Perché quella distinzione è una vera iattura: chiamiamole esclusivamente cooperative di inserimento lavorativo. Non è un problema di termini utilizzati, si tratta di una questione concettuale perché una cooperativa di inserimento lavorativo si qualifica quale istituzione inclusiva e non estrattiva.
Sappiamo che la forma principale di inclusione sociale, nelle nostre società dell’Occidente, avviene attraverso il lavoro. Già i francescani l’avevano capito nel 1300: Francesco era un uomo buono ma anche molto intelligente. Era stato un imprenditore, come suo padre; poi a un certo punto si era annoiato di esser ricco: se uno ha dei talenti, accumulare soldi è insulso; basta essere disposti a ingannare l’altro, come faceva in parte il padre di Francesco vendendo le stoffe. Quando Francesco compie il gesto di spogliarsi nella piazza di Assisi, cosa dice? Io mi spoglio non per essere infelice, ma perché voglio essere felice! La povertà francescana non è fatta in nome della sofferenza; al contrario, in nome della gioia. I francescani capiscono che, se si vuol dare dignità alle persone, bisogna farle lavorare.
Il resto può essere discusso, ma è fondamentale dare il lavoro a tutti: perché noi esseri umani affermiamo la nostra dignità e la nostra personalità con il lavoro e attraverso il lavoro. Solo così ci immettiamo e siamo parte della società; perché è lavorando che io entro in relazione con te, con gli altri e quindi stabilisco quella rete che oggi definiamo il “capitale sociale”. Dobbiamo rispolverare la frase che i francescani pronunciavano al termine delle omelie: «L’elemosina aiuta a sopravvivere, ma non a vivere, perché vivere è produrre». La vita è legata alla capacità produttiva: negare alle persone la capacità di produrre vuol dire negare loro la vita.
Quindi “cooperative di inclusione”, perché includono nella società chi non ha il lavoro e includendolo gli consentono di vivere; perché la sopravvivenza non è sufficiente. Si può offendere la dignità di una persona anche se le si dà l’elemosina; anche con interventi filantropici. La cooperazione di inserimento allora non è un lusso, e le cooperative sociali di inclusione lavorativa oggi sono indispensabili.
 
Eppure, per come funziona il mercato del lavoro, proprio oggi sembra ancor più difficile esercitare questa funzione di inserimento e inclusione. Quali sono le ragioni di questo stallo?
Per rispondere ancor più a fondo a questa domanda, dobbiamo concentrare la nostra attenzione sulla terza rivoluzione industriale, quella delle tecnologie infotelematiche, dei computer, di internet, ecc. La sua conseguenza più importante è un cambio nella struttura del mercato del lavoro, che prima del suo avvento era di tipo piramidale.
Nel sistema a piramide la base era rappresentata dai lavori umili, per i quali non c’era bisogno di studiare. In passato si affermava: «Studia, vai a scuola, così puoi salire nella gerarchia sociale»; a metà del percorso scolastico universitario, si intercettavano i lavori del cosiddetto ceto impiegatizio; poi, se qualcuno mostrava capacità particolari e riusciva ad andare ancor più su, arrivava al vertice delle organizzazioni, ovvero tra pochi eletti. In tale sistema è sufficiente che ci sia una persona a capo di un’impresa, a indicare le linee strategiche e a farle eseguire dai suoi sottoposti.
Nella situazione precedente a questa rivoluzione industriale avevamo le cosiddette “classi sociali”: la classe abbiente, i bravi talentuosi – pochi perché il vertice non può essere affollato –, quindi il ceto medio, piuttosto robusto, e infine i livelli più bassi, composti da coloro che svolgevano i lavori di routine.
 
In che senso l’immagine della piramide non è adeguata a descrivere l’attuale mercato del lavoro?
Oggi la struttura del mercato del lavoro assomiglia a una clessidra, che è una metafora da interpretare, non una fotografia dell’esistente: non individua una realtà compiuta, ma ci prospetta quello che sarà il futuro.
Analizziamo la differenza tra ieri e oggi, tra la clessidra e la piramide. La base inferiore è la medesima di prima; non è a questo livello che si scorgono differenze.
La differenza significativa è la sparizione della classe media. In secondo luogo, scompare il vertice che aveva la piramide, sostituito dalla base superiore della clessidra, formata dai cosiddetti super-specializzati, i quali non fanno in tempo a laurearsi che subito vengono catturati dalle aziende attraverso l’offerta di rilevanti guadagni.
Un’ulteriore differenza riguarda il livello intermedio e consiste nel fatto che, come livello di istruzione oggi richiesto, può esser sufficiente un basso titolo di studio. Da chi è composta oggi, allora, la gran parte dei disoccupati? Dai laureati! Chi si è semplicemente laureato, possedendo un titolo di studio, spesso non accetta di andare in basso nella gerarchia; tuttavia non possiede né la specializzazione né le competenze per salire in alto.
Ognuno di noi, oggi, quando chiede dei servizi professionali cerca la superspecializzazione. Questa è la ragione per cui abbiamo in Italia 80.000 avvocati che non lavorano, non guadagnano e alla fine vanno a fare gli amministratori di condominio. Qualcuno, non riuscendo a salire, accetta di andare in basso, cioè di fare un lavoro non adeguato ai suoi titoli; ma queste sono eccezioni, perché molti pensano sia offensivo, dopo aver studiato per tanti anni.
Ho in mente un episodio interessate. A un seminario il direttore generale di una multiutility di Bologna, che gestisce l’acqua, il gas, ecc., mi ha raccontato che due anni prima aveva assunto un giovane geometra per alcuni lavori di manutenzione. Dopo qualche mese chiese a quel giovane di trovargli un architetto iscritto all’albo, per fargli firmare un progetto e si sentì rispondere: «Ma lo firmo io, non c’è bisogno di cercare l’architetto. Io sono architetto, sono iscritto all’albo. Ho il diploma da geometra e nel curriculum ho segnato solo quello perché, se le avessi detto prima che sono architetto, non mi avrebbe assunto». E il direttore mi ha confessato che mai avrebbe potuto credere potesse accadere una cosa simile: siamo arrivati al punto in cui la gente si sottovaluta. Questo ragazzo aveva capito che il posto da architetto non c’era – perché architetto vuol dire stare “un po’ più in su” – e quindi aveva accettato di fare il downgrading.
Ecco allora il punto in questione: noi e coloro che appartengono a queste categorie, che cosa vogliamo fare? Li vogliamo lasciare al loro destino? Questa oggi è la grande scelta entro cui va pensata la stessa cooperazione sociale.
 
Come può la cooperazione sociale influire in questa scelta, incidere sulla situazione interrompendo questi circoli viziosi?
C’è chi teorizza che non c’è lavoro per tutti e quindi è stato inventato il precariato. Fino a vent’anni fa esistevano gli occupati e i disoccupati. Oggi invece abbiamo aggiunto i precari e dobbiamo chiederci il perché. Il precario lavoricchia qualche mese, poi sta a casa, lavora nuovamente poco tempo e così via. Se vogliamo credere al concetto di inclusione sociale attraverso il lavoro, dobbiamo porci il problema di cosa fare rispetto a chi vive questa condizione, che rappresenta il 20% circa della forza lavoro.
Il punto di partenza è che il settore capitalistico dell’economia, cioè il settore formato da tutte le imprese for profit, non è in grado di occupare più dell’80% della forza lavoro. Purtroppo i nostri ministri queste cose non le dicono.
Il sistema capitalistico, “delle varie FIAT”, non può assorbire più dell’80% dei potenziali lavoratori; si preoccupa innanzitutto di prendere e mantenere i top, cioè quelli che fanno vincere la gara competitiva, e poi tiene quei lavoratori che servono per garantire la routine. Rimane fuori un 20% di precariato “usa e getta”.
Ecco che a questo punto ho risposto alla domanda di partenza: perché abbiamo bisogno della forma di impresa che chiamiamo “cooperativa sociale” o “cooperativa” più in generale? Perché alla nostra clessidra è necessario apportare una modifica; nella clessidra il punto intermedio è stretto, ci passa un granellino, e noi dobbiamo invece farla diventare più simile a un cilindro.
Quest’area aggiuntiva è l’area di tutte quelle imprese che non avendo il fine del profitto e non dovendo competere sui mercati globali, sono in grado di dare lavoro a quel 20% che altrimenti rimarrebbe nel precariato. Per dare un lavoro a tutti, dobbiamo partire pertanto dall’assunto che il settore capitalistico non è in grado di assorbire tutta l’offerta di lavoratori; non è in grado perché la globalizzazione, unitamente alla terza rivoluzione industriale, ha cambiato il modo di produrre e le aziende affermano che andrebbero fuori mercato se dovessero occupare tutti.
A noi spetta però creare altri tipi di impresa, che sono le imprese sociali, le cooperative sociali e altre simili che in futuro potranno nascere, come ad esempio le imprese civili, come a me piace chiamarle. Senza farne tuttavia una questione di nomi, si tratta di una tipologia di imprese che, innanzitutto, hanno la specificità di non essere sottoposte alla competizione globale. Perché non possono certo venire qua i cinesi ad andare a raccogliere la carta da riciclare. Pensate anche ai servizi alla persona: se qualcuno li richiede, va forse a stipulare un contratto con una compagnia indiana o cinese? Ci sono settori dell’economia che non sono esposti alla competizione internazionale.
In secondo luogo, dobbiamo offrire nuove regole del gioco a quelle imprese che in cima alla loro scala di valori hanno obiettivi come l’inclusività sociale, la dignità della persona, la “fioritura umana”.
Quest’ultimo concetto lo usa Aristotele, quando afferma che la persona è come un bocciolo che deve aprirsi, e quindi vanno create le condizioni per consentirne la fioritura, mentre, se arriva la gelata in primavera, il bocciolo non si apre. La gelata, nel nostro caso, è causata dalle istituzioni del mercato del lavoro. Il lavoro ci sarebbe, ma è scarso perché non vengono create le istituzioni adatte. Ecco, allora, perché in futuro avremo sempre più bisogno delle cooperative sociali di inserimento lavorativo.
 
Quali conseguenze comporta e quali condizioni devono essere soddisfatte sul versante politico perché tale progetto si possa realizzare?
Bisogna che i governanti cambino prospettiva, visto che sono i politici che fanno le leggi, le istituzioni. È necessario che cambino una serie di regole che impediscono alle imprese sociali, come le cooperative sociali, di fiorire.
Un solo un esempio: le gare d’appalto oggi sono al massimo ribasso. Questa è una modalità che deve cambiare e dobbiamo andare, al contrario, verso le gare al massimo rialzo! Non è una battuta, ma anzi una proposta che abbiamo già formulato e presentato in Parlamento, pensando che, se si continuano a promuovere gare al massimo ribasso, non si fa altro che strangolare la cooperazione sociale. Le cooperative sociali, evidentemente, per vincere la gara sono costrette ad abbassare i costi, sottopagando i propri lavoratori e arrivando all’autosfruttamento. Tutto questo costringe le cooperative ad autosfruttarsi. Arriveremo, però, al compimento di quel processo all’interno del quale la competizione sia veicolo per l’innalzamento della qualità e non dei costi e ad assegnare quindi gli appalti dei servizi alle società che garantiranno la massima prestazione. Ecco allora perché la gara al massimo ribasso deve scomparire dall’ordinamento giuridico. Perché la mafia in questo modo vince tutte le gare: basta che proponga un’offerta più bassa e si aggiudica l’appalto, provocando così quel fenomeno che si chiama del crowding down, dello spiazzamento.
Questo quindi è il primo livello: bisogna che chi ha la responsabilità di scrivere le regole del gioco, cioè le leggi, ne modifichi l’assetto.
Se noi affermiamo che tutti devono poter lavorare, la società deve organizzarsi in maniera tale da creare istituzioni economiche che consentano l’impiego a tutti. Il problema di oggi è che non c’è libertà di scelta, se vuoi lavorare devi accettare il modello esistente.
L’idea nuova da portare avanti è la teoria dell’economia civile: l’economia dev’essere al servizio dell’uomo e non viceversa. È necessario allora pluralizzare i tipi di impresa: va riformata la legge 381, eliminando l’aspetto di “eccezionalità” della cooperazione sociale. Ciascuno deve essere lasciato libero di perseguire l’attività di impresa che predilige; bisogna dare la possibilità, a chi ha idee e visioni diverse, di costruire differenti esperienze lavorative; va garantita la parità di trattamento attraverso la finanza, perché il problema del terso settore è l’essere razionato nell’accesso al credito.
Nella nostra proposta quindi c’era anche l’istituzione della borsa sociale. Perché solo le imprese capitalistiche possono andare in borsa per finanziarsi? Perché le imprese sociali, se hanno bisogno di rinnovare gli impianti, non possono emettere obbligazioni o bond sociali? Nell’articolo della legge sulle ONLUS è indicato che queste, e quindi le cooperative sociali, possano emettere titoli di solidarietà, con vantaggi fiscali, a condizione che la Banca d’Italia emetta il regolamento attuativo; sono passati 16 anni e ancora non è stato scritto il regolamento! Se ci fosse questa possibilità, la cooperazione sociale sarebbe in tutt’altra situazione, perché è un terreno fertile di idee, ma, non avendo i finanziamenti, non riesce a tradurle in pratica.
Chiedendo soldi alle banche, si finisce per essere sopraffatti dagli interessi, mentre con le obbligazioni sociali si potrebbero finanziare le idee. Dobbiamo dare ali a queste forme di impresa, istituendo titoli di solidarietà, e creando la borsa sociale dove questi titoli possano essere negoziati.
Quando ci arriveremo, perché questo accadrà, la cooperazione sociale vivrà un grandissimo sviluppo!
 
La cooperazione sociale quali passi deve intraprendere per partecipare “dal basso” al cambiamento di impostazione e prospettiva?
Manca, in effetti, una seconda condizione. Bisogna che il mondo della cooperazione sociale, e in generale della cooperazione, smetta di considerarsi una realtà di serie B e aumenti il proprio tasso di imprenditorialità. Anche questo non è un paradosso: se c’è un imprenditore, quello è proprio il cooperatore!
La forma più alta di imprenditorialità non è quella capitalistica: ci hanno fatto credere che l’imprenditore è solo quello che lavora per il profitto e che fa rendere in borsa, facendo alzare la quotazione del titolo. Ma non è così. John Stuart Mill, filosofo ed economista inglese dell’Ottocento, sostiene che la forma più alta di imprenditorialità è quella del cooperatore e lo stesso è affermato da Alfred Marshall, altro illustre economista inglese di quel secolo.
Molti cooperatori si sono sottovalutati, credendo a chi per anni in Italia ha insistito nel persuaderli che non possano essere imprenditori. È necessario ora invertire la rotta e fare scuola di imprenditorialità.
L’imprenditore è un innovatore, non uno speculatore: Luigi Einaudi afferma che lo speculatore non può definirsi imprenditore, poiché vive esclusivamente della rendita e non del profitto, mentre l’imprenditore è uno che innova e rischia. Bisogna imparare a rischiare, certo in maniera prudente, ma non si può rimanere soltanto nell’attesa.
Le innovazioni vanno sviluppate sia sotto il profilo tecnico sia dal punto di vista delle alleanze: da adesso in avanti la partnership delle cooperative si porrà sempre di più con il mondo for profit e sempre meno con gli enti pubblici, che non hanno più soldi – ed è inutile andare a mungere un bue, poiché il bue non dà latte. Occorre cercare i nuovi partner tra gli imprenditori capitalisti, che hanno una logica diversa da quella dei cooperatori, evitando di esserne fagocitati. Ma tale rischio può essere affrontato se i cooperatori hanno forza, coesione e consapevolezza di detenere una formula imprenditoriale superiore a quella capitalista. Per dimostrarlo fino in fondo, basta mettersi a studiare! Che non significa sostenere esami all’università, ma dilatare l’orizzonte. In questo senso tutti possono studiare, attrezzandosi per recuperare la propria dignità.
Nei prossimi vent’anni si apre un orizzonte nuovo. Fino ad adesso l’impresa sociale è vissuta un po’ protetta, sotto l’ala della chioccia, ora deve imparare a nuotare in mare aperto, sapendo che, per non affogare, sarà sufficiente osare un po’ di più. Le esperienze cooperative, infatti, possiedono la capacità, ma mancano di capacitazione (in inglese i termini sono ben distinti: capacità si traduce con capacity, capacitazione con capability). Avere capacità vuol dire possedere competenze, e ai cooperatori queste non mancano. Ma se ragioniamo sul termine “capacit-azione”, dobbiamo riconoscere che ai cooperatori manca proprio l’azione.
 
In che cosa individua le principali difficoltà nel trasformare la competenza in azione?
Innanzitutto, c’è una ragione strutturale italiana, che è una colpa dei dirigenti nazionali della cooperazione. Tutti gli altri Paesi del mondo hanno un’università cooperativa, un centro nazionale di elaborazione del pensiero pensante, mentre in Italia manca, pur essendoci migliaia di corsi di formazione e alcuni master.
Su questo aspetto va presa a riferimento la Confindustria, che ha creato addirittura tre università: così, vincono facilmente confronti e discussioni, tirando fuori “i pezzi da novanta”. Alla cooperazione manca la capacità di fare lobby, ma per farla bisogna essere preparati e quindi ci vuole l’università, un luogo dove si generi pensiero pensante.
 
Costruire partnership imprenditoriali nuove
L’altra ragione è che fino ad adesso il mondo della cooperazione sociale ha privilegiato il rapporto con l’ente pubblico, imparandone i vizi: burocraticismo, formalismo, ecc.
Ecco perché dico che occorre imparare ad “andare a braccetto” con altri: perché avranno sì altri vizi, però almeno sul piano dell’efficienza possono insegnare qualcosa.
Gli interessi nazionali del mondo della cooperazione vanno già a braccetto con il settore profit. Pensiamo, ad esempio, al credito cooperativo: il presidente delle Banche di credito cooperativo è anche vicepresidente dell’Associazione delle banche italiane, di tutte le banche, anche quelle capitalistiche... A volte ho la sensazione che i cooperatori siano tenuti come il soldato giapponese rimasto nascosto a combattere nella boscaglia per decine di anni dopo la fine della guerra, perché nessuno lo aveva avvisato. I rappresentanti nazionali della cooperazione stanno andando in una direzione e la base non lo sa. Sarebbe certamente meglio che i vertici spiegassero più apertamente queste scelte e – insisto – facessero l’università.
Però, nel frattempo, i cooperatori, una volta capita questa logica, devono rafforzarsi al loro interno. Per sedersi al tavolo con i privati, occorre cautelarsi e sceglierli, perché anche nel mondo delle imprese capitalistiche ci sono molte diversità dal punto di vista etico; e, scelti gli interlocutori, mettere in atto tutte quelle strategie di difesa, per evitare una contaminazione negativa.
Certo, se le cooperative potessero emettere obbligazioni sociali, correrebbero meno il rischio d’essere contagiate negativamente. Stabilendo una partnership con un soggetto capitalista, questo ha accesso al mercato del credito, dei capitali, i cooperatori invece no, situazione che può condizionare pesantemente il rapporto. La causa è da ricercare sempre nelle istituzioni, che fissano le loro regole del gioco; il gioco cambierà quando il mondo della cooperazione potrà godere di autonomia finanziaria e sarà allora in grado di negoziare con gli altri attori economici in condizioni di parità. Il rischio della partnership col privato è quello di essere fagocitati dalla logica del profitto, ma può essere fronteggiato attrezzandosi culturalmente e istituzionalmente.
 
Il solco tracciato da efficienza e solidarietà
Ma soprattutto è la cooperazione sociale che deve contagiare il mondo for profit e trasformarlo. Il nuovo compito dei cooperatori è, dunque, utilizzare l’economia e umanizzare il mercato, che non vuol dire far le cose bene solo al proprio interno, ma trasformare gli altri: come potrei, io cooperatore, essere contento che le cose vadano bene solo dentro la mia cooperativa? Che senso ha vivere in una società dove ci sono delle isole, le cooperative, dove le cose vanno bene e tutto intorno c’è il deserto?
I cooperatori devono contaminare, facendo vedere che sanno parlare il linguaggio dell’efficienza, ma mostrando di voler andare anche oltre. Bisogna seguire la metafora dei due cavalli del Fedro di Platone: il solco sarà diritto e il raccolto abbondante se i due cavalli che trainano l’aratro marciano alla stessa velocità. Se un cavallo corre più veloce dell’altro il solco piega a destra o a sinistra e non si raccoglie.
Gli imprenditori capitalisti sanno far marciare solo il cavallo dell’efficienza; i due cavalli della cooperazione, invece, sono l’efficienza e l’umanità – o solidarietà, o mutualità.
I cooperatori possono essere quegli imprenditori che, se un cavallo va troppo piano, gli danno una frustatina, se l’altro corre troppo, tirano la briglia. Quando marcia solo l’efficienza si cade nell’efficientismo, e di efficientismo si muore, o si fa morire, perché in suo nome si può arrivare a dire al lavoratore: «Tu sei poco produttivo, dobbiamo sacrificarti per il bene dell’impresa».
La storia del movimento cooperativo, dell’Ottocento e anche del primo Novecento, ci mostra come i cooperatori, pur essendo semianalfabeti, capivano bene questi meccanismi perché erano imprenditori.
In seguito sono arrivati un po’ di successo e poi lo statalismo, che in parte ha rovinato tutto. Perché lo statalismo delegittima, deresponsabilizza: io cooperatore faccio la domanda, tu Stato mi dà i soldi e io eseguo; questo ha spento l’imprenditorialità.
Eppure inizialmente c’erano delle spinte incredibili, i primi cooperatori avevano il fuoco e la passione dentro. Noi oggi dobbiamo riaccendere quella passione; abbiamo tutti maggiori strumenti cognitivi, ma dobbiamo riaccendere il cuore, perché vada insieme al cervello: la teoria dei due cavalli funziona sempre. Bisogna ricominciare con determinazione e tornare ad alimentare il seme della speranza, perché la speranza è quella virtù che ti fa vedere quello che ancora non c’è.
 
Cosa può voler dire alimentare un seme di speranza, quando in realtà intorno a noi le risorse sono scarse?
La speranza, come ho appena detto, ti fa vedere quel che ancora non c’è ma potrebbe esserci. Mi permetto, a riguardo, di riprendere una storia ben conosciuta, quella degli 11 cammelli. È di origine araba, è una tipica storia da raccontare ai bambini. Ne propongo, però, una nuova interpretazione.
Narra la vicenda di un padre che di mestiere è cammelliere e che sta per morire. Decide di scrivere il testamento a favore dei tre figli maschi: al primo lascia un mezzo dei suoi averi, al secondo un quarto e al terzo un sesto. Quando muore, i figli scoprono che l’asse ereditario è di 11 cammelli. E così inizia il conflitto, perché si tratta di un numero non divisibile per due. Il primo figlio calcola che gli spettano cinque cammelli e mezzo; chiede allora ai suoi fratelli che gliene vengano riconosciuti sei. Gli altri due lo contestano, perché ritengono sia già stato fortunato ad averne in eredità più di loro. Così litigano brutalmente, finché compare un cammelliere, il quale si fa spiegare la vicenda e decide di fare un dono: offre ai tre fratelli uno dei suoi cammelli. L’asse ereditario diventa quindi di 12 cammelli e i tre fratelli sono adesso in grado di applicare il testamento alla lettera: 12 diviso due fa sei, diviso quattro fa tre e diviso sei fa due. Il totale, dunque, è di 11 cammelli. A quel punto il cammelliere riprende il cammello donato e se ne va. La storia ci consegna un duplice messaggio.
Primo: le regole della giustizia non sempre garantiscono la pace. Nella storia dell’umanità tante guerre sono state combattute in nome della giustizia, perché quando qualcuno è convinto di essere nel giusto arriva perfino al punto di uccidere l’altro.
Attenzione a non cadere nel tranello di chi afferma che sarebbe sufficiente la giustizia sociale; è necessaria ma non basta. Guai a illuderci che possano bastare le regole. Il gesto del cammelliere che fa il dono come gratuità, invece, sblocca la situazione. Il principio del dono come gratuità complementa, ovvero completa, la nozione di giustizia. Quindi la giustizia ci vuole, ma ci vuole anche il dono.
Il secondo messaggio è che chi fa il dono non ci rimette: a donare non ci si rimette mai, anzi, ci si guadagna. Il cammelliere torna in possesso del suo cammello e in più ottiene la considerazione e la stima dei tre fratelli. Solo le persone grette possono pensare che praticare la logica o il principio del dono voglia dire rimetterci. Non ho mai incontrato una persona che, avendo praticato il dono, si sia trovata in difficoltà. Parlo di dono, e non di donazione, perché la donazione può essere fatta solo dai ricchi, mentre chiunque può fare un dono: anche il più povero può praticarlo, ad esempio donando un sorriso o una parola di consolazione a una persona disperata. Alcuni hanno bisogno del pane ma molti hanno bisogno di essere con-solati, cioè di non essere lasciati soli; e, quindi, chi va in questa direzione compie un atto di dono.
In conclusione, guai a pensare che basti la giustizia! Si capisce, così, a fondo perché le cooperative sono importanti. Nella logica cooperativa c’è sempre spazio per il dono, che prende la forma della mutualità, della reciprocità. Tra cooperatori, se si vede che qualcuno è caduto in disgrazia, c’è un atteggiamento di dono; non si ricorre alla legge o alle regole.
Il concetto da adottare è quello di giustizia benevolente, la giustizia che vuole il bene: questa è la nozione di giustizia della cooperazione. I cooperatori esprimono l’esigenza di diffondere nella società il concetto di giustizia benevolente, del non separare mai la giustizia dal bene. Perché la giustizia, quando è separata dal bene, diventa giustizialismo, mentre sposata al bene produce fioritura umana e benessere. Questo è l’augurio sincero che io rivolgo alla cooperazione per i prossimi anni, certo che riuscirà a superare questa fase attuale di difficoltà.
 
Stefano Zamagni insegna Economia politica presso l’Università di Bologna.
 
 
Su gentile concessione di Animazione sociale, Ottobre 2012