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La Big Society e il welfare italiano
Remo Siza19/04/2011
 

La Big Society è stata presentata organicamente da David Cameron in uno dei suoi primi discorsi programmatici come un progetto molto ambizioso, un grande cambiamento culturale volto a ricostruire il paese e le relazioni dei cittadini con l'amministrazione pubblica. Un progetto che ha sollecitato, non solo nel Regno Unito, un'ampia discussione, molto entusiasmo in alcuni e profonde preoccupazioni in altri.
La Big Society è un progetto che intende affidare ai cittadini comuni più intraprendenti la gestione dei servizi pubblici locali, maggiore potere di iniziativa, dare alla persona un maggior controllo sulla propria vita e sul proprio lavoro: i governi non possono trattare i cittadini come fossero bambini incapaci di prendere decisioni.

La Big Society si fonda su un maggiore coinvolgimento delle comunità nella gestione dei servizi pubblici, valorizza la loro iniziativa:

  • propone una riforma dell'apparato pubblico, trasferendo maggior potere alle comunità locali;
  • incoraggia le persone a svolgere un ruolo attivo, di gestione comunitaria di servizi collettivi;
  • sostiene le comunità attraverso programmi pubblici, di community empowerment, da sperimentare inizialmente in alcune aree;
  • promuove l'azione volontaria delle associazioni senza fini di lucro e delle fondazioni;
  • crea un diritto all'informazione assicurando informazioni ai cittadini sull'andamento degli interventi pubblici e su ciò che accade nella loro comunità.

La Big Society del Governo inglese sta incontrando crescenti difficoltà. Nelle scorse settimane alle proteste di utenti e di operatori e alle critiche delle associazioni professionali si è aggiunta una posizione fortemente critica delle Chiesa cattolica inglese che rileva che il trasferimento di potere decisionale alle comunità locali non può essere utilizzato come un mantello per nascondere i severi tagli apportati ai servizi pubblici.

Le similitudini con la situazione italiana non sono secondarie. In Italia non è stato elaborato un progetto organico di riconfigurazione del welfare, ma sono stati avviati dei cambiamenti significativi al sistema di welfare sostanzialmente convergenti. I cambiamenti avviati possono essere osservati in due versanti:

  • il primo è rappresentato dalla legge di stabilità finanziaria nazionale e dal Documento di economia e finanza 2011(DEF 2011) approvato nelle scorse settimane;
  • il secondo è delineato nel Libro Bianco sul futuro del welfare presentato dal Ministero delle politiche sociali e del lavoro.

La legge di stabilità finanziaria nazionale, approvata nel dicembre scorso, ha avviato una strategia di profonda riduzione dell'intervento pubblico nel sociale. Come è stato rilevato da numerose associazioni, i dieci Fondi a carattere sociale più importanti potevano contare, nel 2008, su stanziamenti complessivamente pari a 2 miliardi e 520 milioni. Gli stanziamenti sono scesi a 1 miliardo e 472 milioni nel 2010, la legge di stabilità per il 2011 abbassa gli stanziamenti di bilancio a poco più di 549 milioni. E nei prossimi anni non sono previsti incrementi della spesa pubblica. Il Documento di Economia e Finanza 2011 (DEF 2011) non prevede alcun incremento della spesa per l'assistenza agli anziani fino al 2020 e solo dello 0,1 nel decennio successivo; contiene un richiamo generico alla social card e non prevede alcuna riforma né tantomeno interventi strutturali nell'ambito degli interventi sociali.

Il Libro Bianco sul futuro del welfare si muove nel secondo versante, in quello delle responsabilità sociali, della collaborazione fra le persone, della promozione di una cittadinanza attiva. Il nuovo welfare dovrà essere un welfare delle opportunità, che valorizza il senso di responsabilità, la fiducia e la solidarietà reciproca, che eroga prestazioni finalizzate a promuovere comportamenti attivi e stili di vita responsabili.

Le due linee evolutive ci conducono ad un progetto di welfare che si fonda sui principi non molto differenti dalla Big Society del Governo inglese: da una parte la riduzione drastica dell'intervento pubblico, dall'altra una società attiva, come la definisce il Libro Bianco, che riesce ad affrontare e risolvere autonomamente le criticità e le patologie che emergono nel suo ambito, senza i costosi appesantimenti dell'apparato pubblico.

La proposta di Big Society è in forte crisi e sembra che il Governo inglese sia orientato ad abbandonarla e la società attiva proposta dal Libro Bianco ha avuto ben poca eco nell'opinione pubblica e nelle comunità professionali.
Il problema reale, però, non sono gli obiettivi privilegiati dal Governo inglese e dal Governo italiano - la creazione di una società attiva, la crescita della responsabilità sociale, della fiducia e della solidarietà reciproca - in quanto essi rappresentano l'obbiettivo primario di buone politiche sociali. Per esempio, quello che è comunemente definito welfare community si basa su questi stessi principi.
Non sono condivisibili, invece, le strategie di trasformazione adottate per raggiungere questi obiettivi: non c'è alcuna relazione causale tra riduzione delle prestazioni di welfare e crescita delle autonomie locali. Incoraggiare le persone ad assumere un ruolo attivo nella gestione di servizi e di attività che riguardano una comunità, è un processo lungo che richiede il supporto di politiche sociali e di operatori orientati allo stesso fine, non è processo di riduzione dell'impegno pubblico, ma un processo di riorientamento dei servizi esistenti, di costruzione di nuove strumenti e nuovi principi organizzativi, di percorsi e di contesti che promuovono l'acquisizione di nuove modalità di operare.
Se ciò non accade la Big Society e la società attiva diventano, come molti oppositori rilevano sia in Italia che nel Regno Unito, lo schermo che cerca di coprire i profondi tagli apportati alla spesa pubblica nel sociale. Nella realtà delle cose, al di là dei documenti ufficiali, la valorizzazione delle capacità autonome delle persone e i principi di responsabilità non sono considerati un compito affidato alla rete dei servizi e agli operatori, anzi incidono sull'organizzazione degli interventi e dei servizi riducendone il ruolo, la loro consistenza, la legittimità del diritto a ricevere una prestazione. Il progetto di Big Society prevede, a dire il vero, il finanziamento di attività di sviluppo comunitario - da finanziare con i fondi messi a disposizione dalla Big Society Bank, una banca costituta appositamente per finanziare questi progetti sociali di sviluppo - e la formazione di circa 5000 "community organisers". A fronte, però, di tagli della spesa sociale di notevole rilevanza.
Forse più che di società attiva dovremmo parlare di un welfare attivo, di operatori e servizi capaci di attivare le risorse delle persone, di un sistema integrato di interventi e di soggetti - pubblici, privati di terzo settore, le reti informali, i singoli cittadini - che si attivano per costruire una maggiore autonomia sociale delle persone, delle comunità più coese e più capaci di gestire le proprie risorse e di promuovere il benessere sociale delle persone.