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Il volontariato in Sardegna: tra crisi e opportunità di rilancio
20/07/2011
 

In attesa che l'Assemblea generale del volontariato sia nuovamente convocata è comunque utile riprendere una discussione pubblica sul volontariato in Sardegna, sulla sua visibilità, sulla sua presenza sociale, sulla sua capacità di rapportarsi ai fenomeni emergenti: la mobilitazione diretta dei cittadini, il protagonismo dei giovani, quella che è stata definita come la rivoluzione della gente comune che ha cambiato profondamente le relazioni dei cittadini con le istituzioni.
In Sardegna, le risorse di aiuto, sostegno, assistenza e cura che il volontariato esprime sono considerevoli: è una delle regioni in cui è presente il maggior numero di associazioni. Ciò nonostante, la situazione attuale è su molti aspetti di difficoltà, di minore visibilità sociale e di minore capacità di mobilitazione. Le ragioni di questa condizione di difficoltà sono diverse, ma possono essere chiaramente superate quando si comprendono le ragioni e si cerca una soluzione condivisa.

Il volontariato in Sardegna si è presentato, storicamente, con una pluralità di identità e articolazioni:

  • il volontariato è diventato un movimento di notevole rilevanza sociale con le prime associazioni di autoaiuto (Associazione Thalassemici, Associazione Nefropatici ed Emodializzati, Associazione per la Riforma dell'Assistenza Psichiatrica), associazioni di sostegno reciproco tra i beneficiari, rete di solidarietà, ma anche gruppi di pressione nei confronti delle istituzioni politiche, per la realizzazione di servizi sanitari specialistici e di benefici per le persone colpite da quella specifica patologia. Su questo solco si sono sviluppate successivamente numerose e importanti associazioni a tutela e promozione di bambini cerebrolesi, per la lotta alla sclerosi multipla, all'epilessia e una miriade di piccole associazioni per patologie meno diffuse;
  • un altro versante che ne ha segnato la crescita è costituito dal volontariato come rappresentanza regionale di grandi associazioni nazionali più o meno ampie e dinamiche, con varie componenti (dall'Avis alle diverse associazioni Scout, dalla Spi all'Auser, ai gruppi di volontariato vicenziano, al Cif). Realtà molto articolata, con componenti associative in alcuni casi molto attive, altre volte fortemente burocratizzate o focalizzate esclusivamente su una funzione;
  • esperienze parrocchiali di beneficenza e di sostegno, solo in parte rappresentanza di associazioni nazionali;
  • associazioni ambientalistiche in cui prevale la componente vertenziale nei confronti delle istituzioni;
  • un'infinità di associazioni, a carattere fortemente locale, legate alla risoluzione di un problema diffuso in una piccola comunità (l'emergenza sanitaria, l'accompagnamento di dimessi dall'ospedale, le associazioni di protezione civile e antincendio), di carattere strumentale, volte cioè al raggiungimento di obiettivi circoscritti e molto ben definiti e facilmente comprensibili, che non si scontrano con il senso comune anzi ne sono la lineare espressione;
  • alcune esperienze fortemente innovative nel campo di minori con provvedimenti penali o con problemi di dipendenza che si scontrano con le rappresentazioni sociali più diffuse, che sono costrette pertanto a proporre continuamente una differente immagine sociale del minore che compie un reato, della persona con disturbo mentale, di bambini cerebrolesi, sull'immigrazione, che affiancano la riflessione culturale all'intervento;
  • altre esperienze esemplari, a favore di persone e gruppi sociali fortemente minoritari, associazioni numericamente molto piccole, ma umanamente straordinarie, caratterizzate da un forte coinvolgimento personale, di rara efficacia nel rapporto con soggetti più in difficoltà, con piccolissime strutture associative.

Ora questa articolazione del volontariato sardo che è una ricchezza e che propone differenti identità - vertenziale, di elaborazione culturale, di cura, di forte coinvolgimento personale - non la ritroviamo in tutti gli organismi e gli ambiti partecipativi voluti dalla legge regionale n. 39/93. Le associazioni che partecipano attivamente all'Assemblea generale del volontariato, che compongono l'Osservatorio regionale del volontariato che si riferiscono al Centro di servizio non riescono a rappresentarlo in tutte le sue varie componenti. La legge regionale ha avuto un impatto estremamente differenziato su questo mondo, sviluppando una forte capacità aggregativa, ma solo per alcune tipologie di volontariato.
Molte esperienze innovative nei confronti dei minori, delle persone con disturbo mentale, delle persone con dipendenze o dei bambini con disabilità sono diventate un rilevante riferimento culturale e operativo per il mondo dei servizi, delle professioni non solo in Sardegna, ma sono rimaste in molti casi estranee al mondo del volontariato.
Il volontariato al quale i nuovi organismi e ambiti partecipativi si sono riferiti, è stato in misura rilevante, e positiva, il volontariato locale, che ha costituito una base sociale e un'area di pressione politica e sociale numericamente molto estesa, a cui è stata finalmente attribuita una dimensione e un respiro regionale. Allo stesso tempo, però, non si è riusciti, e non sempre si è voluto, coinvolgere nella stessa misura le altre componenti dell'esteso mondo del volontariato. C'è, insomma, una sorta di sovrarappresentazione del volontariato locale che andrebbe equilibrata favorendo l'ingresso anche di associazioni differentemente connotate.

Il volontariato ha necessità vitale di sostegno pubblico, in termini di risorse finanziarie, di supporti, di progetti comuni, di ambiti di collaborazione. Le notevoli risorse umane, di solidarietà, di disponibilità, di attenzione che il volontariato esprime normalmente si sommano con le risorse ottenute da istituzioni pubbliche e private, rafforzando la sua capacità attrattiva e di mobilitazione. Ma questo accade quando le risorse pubbliche e di enti privati hanno lo stesso "segno valoriale" delle risorse di solidarietà: se il rapporto con il sistema politico o con altre istituzioni sociali non è chiaro, trasparente accade il contrario, le risorse non si cumulano più, diventa molto difficile avvicinare al volontariato le migliori risorse di società civile e non è possibile sostituire le persone che si allontanano con le disponibilità che creano le risorse finanziarie ottenute. Non è possibile, insomma, cumulare le risorse di volontariato che hanno un segno valoriale positivo con risorse che hanno un segno differente.
Le risorse pubbliche devono essere raccolte con trasparenza e utilizzate secondo finalità chiaramente espresse. Se ciò non accade, l'associazione tende ad allontanare le persone migliori, tende a chiudersi, a rendere meno visibili le azioni che conduce, secondo un effetto alone in cui progressivamente sottrae all'osservazione esterna parti rilevanti della propria attività. Basta osservare i siti web di alcune associazioni per comprendere cosa intendo dire: il sito è assolutamente carente, non c'è un'informazione, un percorso conoscitivo e di crescita, un bilancio delle risorse finanziarie ottenute.
Un rapporto non chiaro e trasparente con le istituzioni diminuisce inevitabilmente la capacità di presa sulla società civile, rende più difficile mobilitare risorse e persone, disponibilità umane.
Con questo piccolo schema possiamo capire se le difficoltà di reclutamento che lamentano molte associazioni di volontariato dipendano da un generale tramonto della cultura della solidarietà o da relazioni non sempre trasparenti con il sistema pubblico e con gli enti privati.

Credo che il volontariato abbia percorso troppo in fretta tre fasi del suo sviluppo:

  • una prima in cui ha lavorato più per sostituzione, in assenza cioè di intervento pubblico, che in termini integrativi, in progetti di collaborazione con i servizi e le istituzioni. Una fase in cui il volontariato è prevalentemente costituito da un mondo di piccole associazioni abituate a lavorare in solitudine, in cui il Presidente è il fondatore, colui che ha creato l'associazione dal nulla e questa inevitabilmente rende meno fluidi i processi interni democratici, i ricambi generazionali;
  • una seconda fase di crescita, di maturità e di compiuto riconoscimento sociale, con l'applicazione organica della legge regionale e la costituzione di tutti i suoi organismi di rappresentanza e di attività;
  • una terza, quella attuale, in cui il volontariato sardo rischia di trovarsi a metà del guado: ha perso una parte rilevante del sostegno delle istituzioni e del sistema politico e non ha, allo stesso tempo, adeguate sollecitazioni e attenzioni della società civile e dell'opinione pubblica. E la società civile, di nuovo, non assicura più un sufficiente ricambio generazionale.

In questa situazione il volontariato rischia di non essere più un soggetto che accresce i rapporti di fiducia, di disponibilità umana, di mobilitazione, che accresce il capitale sociale di una regione. Diventa un soggetto che consuma il capitale sociale in relazioni associative che spesso producono stanchezza e delusione in chi vorrebbe essere solidale, ma non comprende più le ragioni di tante separazioni e conflitti.

 

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