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Housing sociale: verso un nuovo concetto di abitare?
Francesco Cocco e Raimondo Pibiri 30/05/2012
 

Il termine social housing può assumere molteplici significati a seconda del paese europeo cui fa riferimento e spesso conduce a interpretazioni erronee e contraddittorie. In Italia questo concetto è abbastanza recente e spesso viene confuso con l’edilizia residenziale pubblica (ERP), conosciuta più comunemente come casa popolare, diffusasi nel secondo dopoguerra in seguito a una forte domanda abitativa da parte dei gruppi sociali più poveri.

Ma cosa si intende per housing sociale in Italia oggi? Il termine è entrato a far parte del linguaggio comune con la redazione del Piano Nazionale di Edilizia Abitativa – DPCM 16 luglio 2009. Il decreto interministeriale del 22 aprile 2008 definisce l’alloggio sociale come “l’unità immobiliare adibita a uso residenziale in locazione permanente che svolge la funzione di interesse generale, nella salvaguardia della coesione sociale, per ridurre il disagio abitativo di individui e nuclei familiari svantaggiati, che non sono in grado di accedere alla locazione di alloggi nel libero mercato”. L’alloggio sociale, dunque, si configura come elemento essenziale del sistema di edilizia residenziale sociale ed è costituito dall’insieme di servizi abitativi finalizzati al soddisfacimento delle esigenze primarie.
In quest’ottica l’housing sociale ha la finalità di sostenere iniziative abitative a canoni moderati socialmente orientate e indirizzate principalmente a giovani coppie, studenti, anziani, famiglie monoreddito, immigrati e altri soggetti in condizione di svantaggio sociale ed economico: rappresenta, quindi, la risposta abitativa alla cosidetta fascia grigia, cui appartengono le categorie sociali che hanno un reddito troppo alto per accedere alle politiche abitative pubbliche – ormai in pericolo di estinzione – ma reddito troppo basso per accedere al libero mercato. In un contesto economico e sociale come quello attuale, si rende quanto mai urgente far fronte ad una pressante domanda abitativa da parte del ceto medio, per il quale l’accesso alla casa sta diventando sempre più proibitivo, in quanto arriva ad assorbire fino al 60% del reddito familiare.
Con il Piano Nazionale di Edilizia Abitativa è offerta una visione di casa secondo un approccio multi-dimensionale, estendendo la dimensione immobiliare anche a quella sociale e di servizio, con il fine di favorire la formazione di un contesto abitativo e sociale dignitoso all’interno del quale sia possibile non solo accedere ad un alloggio adeguato, ma anche a relazioni umane ricche e significative.
L’housing sociale non si configura solamente come la risposta ad una problematica meramente economica, ma deve inoltre avere una forte connotazione sociale per creare meccanismi virtuosi di condivisione che scongiurino fenomeni di esclusione sociale, affinchè non si ripetano gli errori di un passato non molto lontano, che ha creato ghetti e periferie.
I meccanismi di condivisione non sono facili da attivare se non si pensano percorsi di accompagnamento degli utenti, servizi di supporto e di gestione che consolidino le infrastrutture sociali della comunità. In questo senso svolge un ruolo fondamentale l’incontro tra pubblico e privato, attraverso nuove forme di partenariato sia nella fase della gestione sociale degli interventi, sia nella fase realizzativa in termini di investimento economico, quanto mai necessario in questo momento di crisi che esige un’amministrazione e una distribuzione intelligente delle risorse economiche.
Il social housing rappresenta un’occasione interessante perché questo tipo di iniziative immobiliari si aprano al terzo settore e al mondo sociale sia in termini di sinergie che di strategie d’intervento. In questo contesto, quindi, i soggetti promotori classici provenienti dal settore pubblico (Comuni e Regioni) si aprono al settore privato, quali associazioni, fondazioni, cooperative, banche e terzo settore.
Le città di Milano e Torino hanno fatto da apripista avviando sperimentazioni di nuove forme di partenariato tra pubblico e privato ancor prima dell’istituzione del fondo immobiliare nazionale istituito dal Piano Nazionale di Edilizia Abitativa.
La Fondazione Housing Sociale di Milano ha promosso il primo fondo immobiliare etico denominato Abitare Sociale 1, dedicato alla realizzazione di iniziative di housing sociale e alla loro gestione. Torino invece sta scommettendo sul recupero del patrimonio immobiliare in disuso per realizzare residenze temporanee destinate a giovani e donne vittime di violenze.
Il social housing rappresenta un’occasione per innovare e sperimentare anche dal punto di vista architettonico. Di particolare interesse è il caso dell’albergo sociale Ivrea 24 a Torino che offre alloggi sociali temporanei secondo vari tipi abitativi (alloggio sociale, camera d’albergo sociale per lavoratori fuori sede, ecc.) che consentono di soddisfare le esigenze abitative di persone che per ragioni di carattere sociale, economico, familiare, professionale, vivono una fase di transizione o momentanea difficoltà
È necessario considerare i grandi cambi socio-demografici di questi ultimi anni che hanno già delineato nuove domande abitative, (molto diverse da quelle di cinquant’anni fa quando la famiglia tradizionale costituita da padre, madre e figli rappresentava il nucleo di convivenza dominante) per offrire un panorama abitativo in grado di soddisfare anche le esigenze dei single, delle persone divorziate, degli anziani che vivono soli e che esprimono la volontà di continuare a vivere una vita in piena autonomia. Partire da queste considerazioni può essere lo stimolo per innovare gli spazi dell’abitare e inserire all’interno della residenza spazi comunitari che stimolino l’incontro, la condivisione e la solidarietà, per arricchire di funzioni e di attività i luoghi dell’abitare contemporaneo.
Fare riferimento alle buone pratiche degli altri paesi può aiutare a recuperare il tempo perduto. In Svezia da decenni si stanno concentrando di sforzi per marginare le conseguenze sociali derivanti dal continuo aumento della popolazione anziana attraverso politiche abitative specificatamente pensate per promuovere l’invecchiamento attivo. Anche a Barcellona da dieci anni il Comune e le fondazioni private promuovono le “viviendas dotacionales”: alloggi a canoni di locazione accessibili ai giovani e agli anziani e dotate di servizi socio-sanitari che aumentano notevolmente la qualità della vita degli utenti.
Le esperienze europee dunque lasciano aperte molteplici possibilità di declinare l’housing sociale in termini di partner, di risorse, di domande abitative da soddisfare. Un aspetto però deve essere prioritario: quello di creare offerta per la fascia di mezzo e soprattutto in locazione, in modo che la casa diventi un servizio per tutti coloro i quali, in un determinato momento della vita, abbiano bisogno di quel determinato servizio. Inseguire la chimera della casa di proprietà a tutti i costi è un concetto quanto mai superato, soprattutto in un momento economico così delicato come quello attuale. Il social housing, inserito in una politica abitativa più ampia e strutturata, può rappresentare il tassello mancante dell’offerta residenziale, offrendo un’opportunità concreta di mobilità abitativa.
 

L’articolo è tratto dal progetto di ricerca “Strumenti per la progettazione di interventi residenziali per giovani e anziani” di Francesco Cocco e Raimondo Pibiri. Progetto co-finanziato dalla Regione Autonoma della Sardegna e dalla Comunita? Europea (Legge Regionale 7 agosto 2007, n. 7 “Promozione della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica in Sardegna”).