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Crisi sociale e salute
Gavino Maciocco 14/11/2012
 

Più di 9 milioni di italiani dichiarano di non aver potuto accedere ad alcune prestazioni sanitarie di cui avevano bisogno per ragioni economiche. 2,4 milioni sono anziani, 5 milioni vivono in coppia con figli, 4 milioni risiedono nel Mezzogiorno.

Negli ultimi dieci anni si è assistito a un crollo verticale del ritmo di crescita della spesa pubblica per la sanità. Si è passati da un tasso di incremento medio annuo del 6% nel periodo 2000-2007 al +2,3% del periodo 2008-2010. La flessione si registra soprattutto nelle regioni con piano di rientro, dove si è passati dal +6,2% all’anno nel periodo 2000-2007 a meno dell’1% di crescita media annua nel periodo 2008-2010. E di qui al 2015 è previsto un gap di circa 17 miliardi di euro tra le esigenze di finanziamento della sanità e le risorse disponibili nelle regioni.
La spesa sanitaria privata invece è aumentata più che nel periodo pre-crisi: +2,2% medio annuo nel periodo 2000-2007 e +2,3% negli anni 2008-2010 (l’incremento complessivo nel periodo 2000-2010 è stato del 25,5%). E il 77% di coloro che ricorrono al privato lo fa a causa della lunghezza delle liste d’attesa. Lo rivela una ricerca di RBM Salute-Censis, promossa in collaborazione con Munich Re.
Che la spesa sanitaria privata sia un serio problema per una parte consistente della popolazione italiana è noto da tempo; una spesa di tasca propria dovuta soprattutto al pagamento di prestazioni specialistiche (in primis quelle odontoiatriche), di prestazioni assistenziali per anziani e disabili, di farmaci.
Un Rapporto del Ceis (istituto di ricerca economica dell’università di Tor Vergata, Roma) del 2009 (riferito alla situazione dell’anno 2007) affermava: “Accanto al persistere di un nucleo di iniquità manifesta, composto da quelle famiglie costrette ad impoverirsi (338.052 nuclei) e/o spinte a sostenere spese catastrofiche (991.958 nuclei), ve n’è un altro di iniquità latente composto da quelle famiglie (circa 2.636.471 nuclei), non necessariamente disgiunte dalle prime, che pur nel bisogno di prestazioni sanitarie, non riescono ad accedervi per gli eccessivi costi delle stesse rispetto alla capienza dei bilanci familiari. Tali famiglie, non potendo (o non volendo) affrontare le conseguenze degli effetti (impoverimento o spesa catastrofica) che le spese porterebbero sulla famiglia, rinunciano alle prestazioni sanitarie. L’abbandono e la catastroficità non sono fenomeni che interessano solo i quintili inferiori della popolazione, anzi percentuali abbastanza elevate di abbandono si registrano anche nella popolazione del terzo quintile, dove si trovano cioè quelle famiglie appartenenti a pieno diritto al ceto medio, questo sia per la specialistica, che per le spese dentistiche. Il persistere dell’iniquità a livello territoriale appare sicuramente un problema più del Sud che del Nord Italia, e l’impoverimento contribuisce fortemente all’aumento del divario di povertà esistente nel Paese. Nella percezione delle famiglie, la difficoltà maggiore nell’accedere alle prestazioni sanitarie è quella economica, che viene indicata come la maggiore causa di rinuncia con percentuali nettamente superiori all’altro pur annoso problema delle liste d’attesa.”
Il Rapporto ISTAT del 2007 (riferito alla situazione dell’anno 2005)sulle “Condizioni di salute, fattori di rischio e ricorso ai servizi sanitari” rivela che la maggioranza delle prestazioni specialistiche (57%) sono pagate di tasca propria, a prezzo intero, dai cittadini italiani (vedi Figura 1).
Figura 1. Fonte: Istat
 
Sono i giovani e gli adulti a ricorrere più spesso a prestazioni a pagamento. Per le visite specialistiche la quota è molto alta per i bambini (64,7%) e raggiunge il 68,4% tra le persone di 15-44 anni per decrescere poi al 40,2% dai 65 anni in poi. Nella stessa fascia di età, per gli accertamenti diagnostici si raggiunge la percentuale del 30,3%, scende al 20,5% tra i 45 e i 64 anni ed è poco più del 10% tra gli anziani.
La Figura 2 mostra che il pagamento diretto delle prestazioni sanitarie non riguarda solo i gruppi più abbienti della popolazione, infatti la quota di persone di status sociale più basso che paga interamente le prestazioni è comunque molto elevata.
Figura 2. Fonte: Istat
 
Il fatto che alcune aree dell’assistenza sanitaria siano di fatto fuori dal perimetro assistenziale del servizio sanitario pubblico – e che se ne possa fruire solo pagando – non è dunque un problema di oggi. Il costo dell’assistenza odontoiatrica, di buona parte delle attività specialistiche ambulatoriali e diagnostiche, di gran parte dell’assistenza domiciliare e residenziale agli anziani, ricade da tempo sulle spalle delle famiglie.
È peraltro evidente che in una fase di crisi come quella che stiamo vivendo – con l’impoverimento delle famiglie e crescenti tagli al finanziamento dell’assistenza sanitaria pubblica – il peso della spesa privata diventa sempre più insopportabile, producendo due effetti entrambi esiziali: l’aumento della povertà (e dei debiti) delle famiglie e la rinuncia a curarsi.
Ritornando allo studio del Censis citato all’inizio, questo si conclude con un forte appello a favore delle assicurazioni sanitarie integrative. Una conclusione abbastanza scontata dato che la ricerca è stata effettuata in collaborazione con due compagnie assicurative private, RBM salute e Munich Re.
In linea di principio i sistemi assicurativi – in quanto distribuiscono il peso economico su una vasta platea di contribuenti – sono più equi dei meccanismi basati sul pagamento diretto delle prestazioni (detti out-of-pocket, cioè: di tasca propria), che vanno a gravare sulle spalle delle persone malate. Questo principio vale soltanto se l’assicurazione copre l’intera popolazione, come avviene – ad esempio – in Francia dove l’assicurazione sanitaria complementare (Assurance Maladie Complémentaire) è fornita gratuitamente dallo stato alle famiglie a basso reddito.
Dietro il messaggio del Censis sembra invece agitarsi il mercato privato di fondi integrativi volti a colmare i vuoti sempre più ampi dell’offerta pubblica e a beneficio dei gruppi più protetti della popolazione.
All’orizzonte ci potrebbe essere, infine, il ritorno alle casse mutue e l’affossamento del servizio sanitario nazionale perché, come ha scritto Naomi Klein, “quelli che si oppongono al welfare state non sprecano mai una buona crisi”.
Da ComUnità del 10 giugno 2012