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Dalle residenze alle strutture polifunzionali
Remo Siza

 

La Giunta regionale della Sardegna ha approvato, in via preliminare, nelle scorse settimane i requisiti per l’autorizzazione al funzionamento delle strutture sociali e inviato al Consiglio regionale il testo della delibera per il parere previsto dal regolamento della LR 23/2005.
È un testo che ancora deve concludere il suo iter procedurale perché attende il parere del Consiglio regionale. Sono quattro anni che la Regione cerca di regolare la materia e ora sembra che le procedure si possano concludere entro il corrente anno, a differenza di quanto è accaduto negli anni passati: la delibera del febbraio del 2012, era stata revocata nelle settimane successive per gli evidenti errori e i contrasti con le norme vigenti contenuti nel testo. Lo stesso era accaduto nell’ottobre del 2010 quando la Giunta aveva approvato una delibera con i requisiti delle strutture sociali e l’aveva revocata nel mese di dicembre dello stesso anno a seguito di un parere negativo della competente commissione del Consiglio regionale per palesi illegittimità e dimenticanze.
Quest’ultimo testo è sicuramente più organico di quelli precedenti, anche se non mancano disattenzioni rilevanti e un’impostazione complessiva che non esprime consapevolezza dell’esigenza di affrontare alcune evidenti criticità dell’offerta di strutture residenziali in Sardegna. La delibera:
  • rimanda ad un successivo provvedimento la fissazione dei requisiti delle strutture residenziali integrate;
  • rimanda le procedure di accreditamento: le disposizioni relative, ancora molto generiche, entreranno in vigore dopo la costituzione del Nucleo tecnico e dopo l’approvazione delle nuove tariffe da applicare alle strutture e dell’individuazione del sistema sanzionatorio da applicare in caso di violazione delle disposizioni vigenti.
 
Mancano, ancora una volta, le disposizioni che consentono di affrontare le criticità più rilevanti che presenta l’organizzazione dell’offerta di strutture in Sardegna: affrontare la non autosufficienza con strutture adeguate, strutture accreditate sulla base di un processo che non accresca i costi gestionali ma consenta di migliorarne l’organizzazione e di valutare gli esiti dei processi di cura.
L’ISTAT nella sua indagine annuale rileva che in Italia circa il 70% delle strutture sono di carattere sociosanitario (per anziani non autosufficienti). Invece in Sardegna solo il 56% delle strutture sono di carattere sociosanitario, il restante 44% sono comunità alloggio o strutture a carattere prevalentemente alberghiero. In provincia di Cagliari i posti letto in comunità alloggio costituiscono il 70% dell’offerta complessiva.
Oramai, sono soltanto le condizioni di non autosufficienza degli anziani che alimentano la domanda di residenze; gli anziani o le persone con disabilità che hanno sostanzialmente una buona salute, di norma, non richiedono un inserimento in una struttura. Lo stesso discorso può essere fatto per le persone con disabilità o per i minori.
Per questi motivi, quasi tutte le regioni italiane hanno adeguato la struttura dell’offerta: hanno ridotto sensibilmente il numero delle residenze per persone che hanno discrete condizioni di salute e hanno invece aumentato il numero di posti letto per persone che non sono in condizioni di vivere in modo indipendente. L’esigenza prioritaria diventa quella di riconvertire buona parte delle strutture di carattere prevalentemente alberghiero – soprattutto le comunità alloggio, in crisi in tutta Italia – in strutture per soggetti non autosufficienti.
Nella delibera non emerge alcun progetto di trasformazione dell’offerta, anzi si fissano vincoli e norme per lo più per le strutture che hanno bisogno di un minimo di regolazione (le strutture a carattere comunitario, i centri di aggregazione) rimandando ancora ad un provvedimento successivo ogni regolazione e ogni possibilità di sviluppo per le strutture che prevedono una integrazione sanitaria.
In termini organizzativi e strutturali possono essere privilegiate due direzioni di sviluppo:
  1. competizione al ribasso rispetto a soluzioni alternative: riduzione personale e abbassamento costi alberghieri per ridurre le tariffe;
  2. all’opposto: miglioramento strutturale e organizzativo, alberghiero, per attrarre una parte degli anziani con redditi più elevati.
 
La delibera, su molti aspetti, sembra adottare il primo modello gestionale e organizzativo. Esistono, però, alternative a questi due modelli.
Nella maggioranza delle regioni italiane il contenimento dei costi gestionali è affidato non tanto ad una diminuzione dei requisiti previsti per il personale, quanto ad una differenziazione delle prestazioni e ad una più equa ripartizione degli oneri fra sanità e sociale sulla base delle norme vigenti a partire dal D. Lgs. 229/99 (art. 3-septies, comma) e dal Dpcm 14.2.2001.
 
Risultano prevalenti insomma altri due modelli:
  1. crescita dell’integrazione con le ASL, di un’unica rete di strutture ad intensità sanitaria variabile in relazione alle condizioni degli ospiti;
  2. creazione di strutture polifunzionali, centri di servizio che erogano una pluralità di prestazioni sociali e sanitarie.
 
In molte regioni italiane le strutture residenziali sono diventate centri polifunzionali che erogano assistenza domiciliare, sono la sede del centro diurno, servizi di ristorazione e fornitura di pasti a domicilio, aiutano la famiglia, anche temporaneamente, nella gestione di situazioni di emergenza (ad esempio a causa di un ricovero ospedaliero da parte del caregiver a domicilio o in periodi di convalescenza e di riabilitazione impegnativi), assicurano il bagno assistito; nell’ambito della struttura si svolgono varie attività, quali corsi dell’università della terza età, convegni che promuovono la partecipazione di anziani che vivono nelle proprie abitazioni e, nella stessa misura, di anziani che vivono nella struttura. Le strutture residenziali possono essere un centro di appoggio per la realizzazione dei progetti 162, per le badanti, ma soprattutto per gli educatori, gli psicologi che potrebbero trovare in spazi dedicati attrezzature e il supporto di altre professioni.
Il problema diventa pertanto non solo riorganizzare le relazioni interne, promuovere attività ricreative e di intrattenimento fra gli ospiti, ma favorire il più possibile l’interscambio con l’esterno, rendere più fluidi i rapporti tra residenzialità e domiciliarità, offrire alle famiglie soluzioni intermedie tra domiciliarità e istituto.
Il regolamento che la Regione Sardegna intende approvare sembra ancora ben lontano da questa prospettiva.

 

Cooperativa Sociale Comunità La Collina Onlus Loc. S'Otta 09040 Serdiana (Cagliari)

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