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È possibile contrastare la povertà delle famiglie attraverso sussidi?
Remo Siza

Nel giorni scorsi la Giunta regionale della Sardegna ha approvato il programma regionale per il contrasto della povertà relativo all’anno 2012. La delibera conferma gli stanziamenti previsti nell’anno precedente, ma anche le semplificazioni e gli arretramenti culturali contenuti nelle delibere precedenti.

Il primo aspetto che emerge dalla lettura della delibera è che per applicarla non è necessaria alcuna competenza professionale di carattere sociale: non si parla più di presa in carico globale della famiglia, di programmi di aiuto, di promozione della autonomia, della dignità personale. Altro che politiche per la famiglia, nella delibera si parla solo di sussidi e di contributi, di modalità d’intervento che richiedono esclusivamente una competenza amministrativa per esaminare con la dovuta perizia la documentazione relativa al possesso dei requisiti di reddito da parte del richiedente e la composizione del suo nucleo familiare. Tra l’altro sono indicate delle soglie di accesso definite “soglie di povertà ISEE” che non è chiaro come sono state costruite e con quale progressione e come potranno essere applicate con equità.
Si dimentica che già da molti anni, ancor prima della legge 328/2000 e della legge regionale 23/2005, i programmi di contrasto delle povertà non si basano più su sussidi e assistenza, e si realizzano, invece, promuovendo una pluralità di interventi, di cui con competenza professionale si valuta la necessità e la congruenza, l’efficacia rispetto alle esigenze e alle dinamiche che gli operatori sociali osservano nella stessa famiglia.
La domanda, insomma, è: cosa si può fare per far uscire una determinata famiglia dalla condizione di povertà, per accrescere le sue possibilità di partecipare con dignità alla vita sociale, per risolvere una situazione di dipendenza da sostanze di abuso, per promuovere l’inserimento nel mercato del lavoro dei suoi componenti, per evitare che anche i figli minori diventino in un prossimo futuro adulti che richiedono un supporto sociale. È sufficiente erogare un sussidio per affrontare queste difficoltà?
Negli anni Ottanta un famoso esperto americano di povertà (Ellwood) diceva: le persone non sono povere perché non hanno denaro, sono povere perché stanno cercando di tirare su un bambino da sole, o perché stanno attraversando una crisi familiare o personale, perché non hanno un lavoro, perché non sono sufficientemente qualificate. Il welfare di lungo periodo basato sul denaro per chi gode di buona salute è innatamente sbagliato, si limita a trattare i sintomi non le cause: è sbagliato in quanto eroga denaro, non servizi e interventi sociali, istruzione o formazione.
Anche su altri aspetti la delibera si presenta lacunosa. Dopo i fatti accaduti in molti Comuni della Sardegna, con l’utilizzo da parte di alcune amministrazioni delle risorse dei programmi di contrasto della povertà per finalità molto differenti, sarebbe stato necessario inserire alcune indicazioni:
 
  • la necessità che le amministrazioni comunali provvedano ad informare la cittadinanza sulle condizioni e procedure per accedere al programma attraverso bandi o avvisi pubblici avendo cura di diffondere l’informazione nei luoghi maggiormente frequentati dalle persone potenzialmente interessate;
  • l’individuazione di priorità di accesso per selezionare sulla base di criteri chiari gli aventi diritto alle prestazioni. In altre regioni si utilizzano come riferimento le tipologie familiari per le quali si rileva statisticamente un maggiore grado di povertà ed esclusione sociale: nuclei monogenitoriali, persone che vivono sole; nuclei familiare con più minori, famiglie numerose;
  • l’indicazione vincolante della quota parte delle risorse destinate allo svolgimento di attività di servizio civico comunale per evitare, come accade in molti Comuni, che queste attività risultino residuali nell’attuazione del provvedimento;
  • la destinazione di specifiche risorse che consentano il coinvolgimento della cooperazione sociale, del volontariato e dei cittadini per affrontare le difficoltà che incontrano gli operatori sociali e i Comuni quando intendono predisporre programmi di supporto alle famiglie realmente efficaci. 
I criteri di riparto adottati dalla delibera regionale appaiono ugualmente molto discutibili e in contrasto con altri documenti prodotti dalla stessa amministrazione regionale. La delibera stanzia 30 milioni di euro da ripartire tra i Comuni secondo i seguenti criteri:
-  35% in parti uguali;
-  35% sulla base del numero degli abitanti residenti;
-  30% sulla base del numero dei disoccupati.
Questi criteri, introdotti dalla LR 14 maggio 2009, n. 1, art. 3, modificano i criteri utilizzati nei programmi 2007 e 2008:
1. modificano le quote di risorse da ripartire in parti uguali: nelle precedenti delibere le risorse erano per il 10% ripartite in parti uguali, mentre sulla base della popolazione veniva ripartito il 90%;
2. introducono un nuovo criterio, il numero di disoccupati.
 
È chiaro che ripartire ben il 35% in parti uguali penalizza i Comuni che hanno maggiore popolazione, destinando, invece, maggiori risorse ai Comuni più piccoli. Per esempio, un Comune che ha attorno a 100 abitanti riceve complessivamente circa 30 mila euro, un altro che ha 30 volte la popolazione del primo riceve uno stanziamento appena doppio, e così via. Su questi aspetti non conosco la posizione dell’ANCI.
Per quanto riguarda il terzo criterio di riparto, il numero dei disoccupati, il dato comunale è considerato ben poco attendibile. A questo proposito possiamo citare una pubblicazione curata dall’Assessorato alla Programmazione nella quale si afferma che la disoccupazione misurata attraverso i dati dei CSL rappresenta molto parzialmente l’offerta di lavoro e il disagio lavorativo presente nel territorio comunale. In generale, le persone con livelli di istruzione elevati entrano nel mercato del lavoro senza passare da questi servizi, così come una buona parte di coloro che hanno titoli o qualifiche facilmente spendibili o che possono contare su una rete di relazioni ampia e solida.
Ci sarebbe da aggiungere che, come è noto agli operatori sociali, la povertà non riguarda soltanto i disoccupati (tra l’altro, calcolati indipendentemente dal reddito complessivo della famiglia di appartenenza), ma anche le persone che ricevono una pensione minima o l’assegno sociale, le persone che lavorano seppure con una retribuzione molto bassa, che hanno un lavoro precario scarsamente remunerato.
 
E sulla base della rilevazione di almeno una parte di queste condizioni e della loro presenza nei Comuni della Sardegna, o meglio ancora di indici sintetici che comprendono più condizioni di deprivazione, possono essere ripartite equamente le risorse per il contrasto delle povertà.

Cooperativa Sociale Comunità La Collina Onlus Loc. S'Otta 09040 Serdiana (Cagliari)

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