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Un Rapporto sui bambini temporaneamente fuori dalla famiglia di origine

 

Al 31 dicembre 2010 i minori fuori dalla famiglia di origine accolti nelle famiglie affidatarie e nelle comunità sono 29.309. Rispetto ai dati rilevati nel 1998 e nel 1999, il numero delle accoglienze è cresciuto. L’incremento nel numero delle accoglienze corrisponde a un analogo incremento del ricorso all’affidamento familiare. Infatti, mentre i collocamenti in comunità sono rimasti nel periodo pressoché pari a quelli registrati nel 1998, il numero degli inserimenti in famiglia è aumentato del 46%.
L’indagine è stata presentata nelle scorse settimane dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali insieme alle Linee di Indirizzo per l’affidamento familiare.
La ricerca, realizzata dall'Istituto degli Innocenti di Firenze, traccia un quadro del fenomeno dei minori fuori famiglia che tocca diversi aspetti: le principali caratteristiche degli accolti, la presenza straniera e la specificità dei minori stranieri non accompagnati, le motivazioni alla base dell'accoglienza, i rapporti tra figli e genitori, le vie di accesso all’affido e alla comunità, solo per citarne alcuni.
Le differenze territoriali non sono trascurabili: accanto ad alcune regioni in cui sono coinvolti più di 3,5 minorenni ogni mille (Liguria, Provincia di Trento ed Emilia-Romagna) vi sono regioni in cui l’incidenza di minorenni temporaneamente fuori dalla famiglia scende al di sotto del 2 per mille (Friuli Venezia Giulia, Molise, Abruzzo). Le ragioni di questa forte differenziazioni sono diverse. Richiamano sia aspetti legati alla diffusione e alla organizzazione dei servizi sociali e sociosanitari nel territorio sia aspetti culturali specifici.
In Sardegna l’incidenza di minorenni temporaneamente fuori dalla famiglia è pari a 3,3 per mille residenti di 0-17 anni (in termini assoluti 825 minorenni), superiore a quella media nazionale pari a 2,9.
La definizione di una buona accoglienza si basa anche sulla predisposizione di specifici progetti di intervento educativo rivolti al bambino accolto e ai suoi genitori in modo che, quando possibile, si arrivi alla riunificazione familiare. Per questo la qualità dell’accoglienza non può che essere legata all’esplicitazione degli obiettivi di cura da raggiungere, dei tempi in cui conseguirli e delle modalità di monitoraggio e di valutazione delle azioni messi in campo per comprendere come gli obiettivi e i tempi prefigurati siano perseguibili nell’evolversi della presa in carico.
Essere interessati dall’una o dall’altra forma di accoglienza appare in buona relazione con la possibilità di avere, per il bambino, un progetto educativo individualizzato: pressoché la totalità (98%) degli accolti in comunità ha un suo Pei (Piano educativo individualizzato), mentre per quelli in affidamento la percentuale cala al 74%.
Su questo la Sardegna e la Calabria hanno un triste primato: l’esistenza di un progetto si abbassa rispettivamente al 46% e al 48%.
I dati evidenziano un aumento del fenomeno nell’arco degli ultimi 12 anni dovuto all’incremento del ricorso all’istituto dell’affido. Il numero degli inserimenti in famiglia, infatti, è aumentato del 52%, mentre i collocamenti in comunità sono rimasti nel periodo pressoché pari a quelli registrati nel 1998. Oggi le due forme di accoglienza interessano, a livello nazionale, lo stesso numero di bambini: 14.528 in affidamento e 14.781 in comunità.
Dalla ricerca emergono, inoltre, marcate differenze territoriali tra le diverse regioni nel ricorso all’affido e al collocamento in comunità. La Sardegna, la Toscana, la Liguria e il Piemonte le regioni in cui si ricorre in misura maggiore all’affido, mentre l’Abruzzo, il Molise e la Provincia autonoma di Trento sono le regioni in cui si ricorre principalmente al collocamento in comunità. Queste diversità territoriali, si spiega nel rapporto, «possono essere riconducibili all'effettiva offerta territoriale dei servizi di accoglienza, ma anche alle condizioni organizzative e operative del servizio sociale pubblico, delle culture dell'accoglienza esistenti in ciascun territorio».
Il 55% dei bambini che al 31 dicembre 2010 sono in affidamento familiare non ha rapporti di parentela con gli affidatari. La restante parte degli affidamenti (45%), pur se sostenuta da un provvedimento dell’autorità giudiziaria, è realizzata all’interno della cerchia parentale, i nonni oppure gli zii dei bambini e comunque i parenti fino al quarto grado. Oggi si ricorre a questa soluzione interna alla parentela un po’ meno di quanto lo si facesse nel 1999, quando la quota degli affidamenti intrafamiliari era del 53%. Si tratta di una variazione che a prima vista non può essere direttamente riconducibile a un possibile venir meno della solidarietà parentale; non ci sono elementi che possano permettere un’interpretazione di questa riduzione, ma si pensa che questa sia in relazione più che altro alla volontà degli operatori e dei servizi di rendere nel tempo meno scontati gli affidamenti a parenti. Anche su questo aspetto la variabilità regionale è sensibile. In alcune regioni del Sud il ricorso alla rete parentale è decisamente più accentuato che in altre regioni: Campania (78%), Molise (71%), Puglia (69%) e Sardegna (68%). Ma anche Valle d’Aosta (70%).

 

Cooperativa Sociale Comunità La Collina Onlus Loc. S'Otta 09040 Serdiana (Cagliari)

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