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Il 31 marzo dovevano chiudere gli OPG…
Pier Paolo Pani

Ad oggi, tra 1000 e i 1500 persone si trovano rinchiuse negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG), strutture che, ben lungi dall’assolvere a funzioni terapeutiche e riabilitative, costituiscono motivo di vergogna per il nostro Paese. Il velo sulle condizioni disumane nelle quali vengono tenute le persone ivi recluse è stato squarciato, definitivamente, dall’inchiesta condotta dalla Commissione Parlamentare sull’Efficacia e l’Efficienza del Servizio Sanitario Nazionale nel 2011. Un contributo importante alla denuncia di una realtà intollerabile ed alla adozione di misure idonee al suo superamento è stato fornito dalla mobilitazione del movimento “Stop OPG”, che coinvolge cittadini, associazioni attive, sindacati, politici, operatori sanitari e sociali. Finalmente, all’interno del decreto Severino sul sovraffollamento delle carceri, formalmente denominato “Interventi urgenti per il contrasto della tensione detentiva determinata dal sovraffollamento delle carceri” (Decreto Legge 22 Dicembre 2011, n. 211), hanno trovato posto le norme sulla chiusura degli OPG. Il Decreto, convertito in legge nel febbraio 2012, stabiliva la data della chiusura al 31 marzo 2013; prevedeva, inoltre, che entro il 31 marzo del 2012, il Ministero della Salute emanasse un decreto per la definizione delle caratteristiche delle strutture di supporto ai programmi di cura alternativi alla restrizione che potessero consentire lo svuotamento degli OPG e rappresentare un anello di percorsi terapeutici e riabilitativi articolati.
Tuttavia, il previsto decreto del Ministero della Salute (e delle Finanze), che stanzia 173 milioni di euro per la realizzazione delle strutture alternative e ne stabilisce le modalità dell’utilizzo da parte del Servizio Sanitario Regionale, è stato emanato con grande ritardo (il 28 dicembre 2012). Stando al suo contenuto, le Regioni avevano tempo fino al 7 aprile, sette giorni dopo la prevista chiusura degli OPG, per presentare un programma sull’utilizzo delle suddette risorse.
Stante questa situazione, sul punto della effettiva chiusura degli OPG regnava fino a qualche giorno fa la più totale incertezza. Il senatore Marino, presidente della Commissione Parlamentare di Inchiesta del Senato parlava di un ritardo vergognoso e disarmante e chiedeva la nomina di un commissario che avesse pieni poteri per applicare la legge e che potesse gestire il percorso di chiusura e le risorse economiche messe a disposizione. La Società Italiana di Psichiatria osservava come la svolta epocale fosse stata “gestita come un salto nel vuoto senza paracadute”, denunciando l’assenza di gradualità e di progettualità e paventando, in assenza di una proroga alla chiusura degli OPG, le “dimissioni selvagge”, con i rischi della mancata assistenza alle persone. Il Comitato “Stop OPG” indicava il rischio di un pericoloso “scaricabarile” tra Governo e Regioni, con una proroga de facto degli OPG o pericolose soluzioni “improvvisate”. Lamentava, inoltre, come tutta l’attenzione fosse rivolta alle nuove strutture speciali (una sorta di mini OPG regionali destinati a sostituire gli attuali OPG), anziché alle persone e ai percorsi di dimissione, osservando come diverse regioni avessero presentato (o stessero presentando) programmi per strutture pluri-modulari (es. accorpando due o tre moduli da 20 posti letto: 40/60 posti letto), ben altro rispetto alle previste piccole strutture di transito verso le dimissioni.
L’incertezza si è risolta, almeno transitoriamente, con il nuovo decreto, emanato dal Presidente della Repubblica il 25 marzo 2013 (Decreto Legge n. 24 “Disposizioni in materia sanitaria), che sposta la chiusura degli OPG al 1° aprile 2014 e la presentazione da parte delle Regioni del programma di interventi strutturali e di percorsi terapeutici alternativi all’internamento al 15 maggio 2013.
In realtà, c’è una grande ombra che pesa sulla questione OPG e che aleggia anche nel testo del decreto di proroga, laddove si fa riferimento al potenziamento dei servizi sul territorio: la qualità complessiva dei servizi sanitari e sociali responsabili per la predisposizione e attuazione degli interventi alternativi a quelli di custodia. Anche in questo caso lo spaccato sulla situazione ce lo offre la Commissione di Inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale del Senato. La relazione conclusiva della Commissione, sottolinea la presenza di lacune, anche gravi, nella rete globale dell’assistenza, fino a situazioni di franco degrado, “laddove per disimpegno politico o incapacità amministrativa, sono conseguite carenze e difformità negli interventi sociosanitari per la psichiatria a livello regionale e locale”. In particolare fra le criticità rimarca:
  • l’apertura solo diurna dei Centri di Salute Mentale (CSM), per fasce orarie ridotte, con conseguente ricorso alla domanda di posto letto nell’ambito ospedaliero del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (SPDC), scaricando sul pronto soccorso dell’ospedale le funzioni di cura specialistica territoriale nelle rimanenti fasce orarie;
  • l’esiguità di interventi territoriali individualizzati ed integrati con il sociale, frequentemente limitati a semplici visite ambulatoriali ogni due/tre mesi per prevalenti prescrizioni farmacologiche;
  • la sopravvivenza, nonostante i processi legislativi di de-istituzionalizzazione, di “comunità ex articolo 26”, con caratteristiche di luoghi privi di valenza riabilitativa connotati come “contenitori sociosanitari” della disabilità psicosensoriale;
  • l’offerta di ricoveri in cliniche private convenzionate con il Servizio Sanitario Nazionale, accessibili anche senza coordinamento da parte dei CSM, che rappresentano l’espansione di modelli di assistenza ospedaliera al di fuori della cultura territoriale dei progetti “obiettivo” e dei “piani” per la salute mentale “post legge 180”;
  • la carenza di una catena di comando trasparente ed efficiente sulla distribuzione delle responsabilità all’interno dell’organizzazione di ogni ASL e di ciascun DSM;
  • i DSM, costituitisi da accorpamento di più aree territoriali (ex-USSL) in ragione di principi di efficacia ed efficienza, spesso differiscono molto tra loro per opportunità di cura e, talora, non riescono neppure ad uniformare l’offerta sanitaria sul loro stesso territorio;
  • la scarsità, sul territorio nazionale, di programmi sanitari integrati con altre agenzie del settore sociale finalizzati alla prevenzione del disagio psichico nel territorio;
  • la mancata o insufficiente declinazione degli interventi sulle necessità della persona, a partire dalla disponibilità all’ascolto, la mancanza del sostegno integrato con il sociale presso il domicilio, l’intervento notturno urgente, la mediazione familiare in situazione di crisi;
  • le strutture “intermedie”, riassumibili nel termine generico di “comunià` riabilitative”, rappresentano una criticità importante. Ad oggi, molte diventano contenitori di emarginazione sociale della disabilità psichica, contrariamente alle finalità dichiarate, con conseguenti fenomeni di “wandering” istituzionale tra luoghi di ricovero.
Se a queste criticità aggiungiamo la persistente efficacia degli articoli 88 e 89 del Codice Penale (riguardanti la non imputabilità per infermità di mente e la diminuzione della pena per la seminfermità di mente), che costituiscono la base normativa per l'internamento in OPG, possiamo meglio comprendere gli assetti che, in un clima di incertezza generale dovuto al cambio della legislatura, alimentano la resistenza al cambiamento.
 
PS La relazione conclusiva della Commissione di Inchiesta, formula anche azioni e soluzioni che possono rendere il sistema di assistenza per la salute mentale idoneo a sviluppare, ordinariamente, programmi e percorsi applicabili anche in alternativa all’internamento (vedi Sociale e Salute), azioni che possono costituire un buon punto di partenza per lo sviluppo di politiche sociosanitarie adeguate. Ma questo è un argomento per la prossima legislatura…

Cooperativa Sociale Comunità La Collina Onlus Loc. S'Otta 09040 Serdiana (Cagliari)

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