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Senza fissa dimora e senza programmazione regionale
Remo Siza

La Sardegna è una delle poche regioni che hanno predisposto quattro programmi annuali a favore delle persone senza fissa dimora, programmi che, a partire dal 2006, di volta in volta hanno indicato priorità, obiettivi specifici, linee di indirizzo e che hanno avviato negli ambiti PLUS molte esperienze, alcune di notevole rilevanza.
La delibera di quest’anno, assunta il 18 agosto scorso “Azioni di contrasto della povertà: interventi per la gestione delle emergenze umanitarie e dei servizi di accoglienza e integrazione per le persone senza fissa dimora” non si avvale minimamente di quanto è stato costruito in questi anni, non contiene una parola che indichi una priorità, un obiettivo, una conoscenza anche parziale di un fenomeno sul quale si investono risorse di una certa rilevanza, l’applicazione anche elementare di strumenti professionali.
Eppure la Regione Sardegna ha una lunga tradizione nel contrasto delle povertà estreme, nella predisposizione di programmi di aiuto.
È sufficiente leggere il Piano sociale regionale approvato nel luglio 1998 per avere un’idea del livello di elaborazione raggiunto già da allora, delle modalità di intervento e delle tipologie di servizi che apparivano più efficaci nel contrastare una condizione di esclusione e di deprivazione severa.
Nel 2000, l’art. 28 della legge 328 sul sistema integrato di interventi e servizi sociali e il successivo decreto attuativo, ha dato consistenza a livello nazionale a questi programmi, orientando numerosi programmi regionali, dando loro ulteriore slancio, maggiore capacità operativa e concretezza, possibilità di compiere comparazioni e valutarne l’efficacia su alcuni gruppi sociali, di differenziarli in base al contesto economico e sociale.
Questo è, brevemente, il livello di programmazione, di analisi e proposta che la Regione Sardegna così come altre regioni italiane, hanno raggiunto già da molti anni.
La delibera del 18 agosto scorso non contiene un obiettivo o una linea d’indirizzo, stabilisce criteri di valutazione dei progetti degli enti locali impropri, generici, che si riferiscono a dinamiche che poco hanno a che vedere con i senza fissa dimora: cosa vuole dire che il 15% delle risorse sarà ripartito “sulla base del numero di stranieri” e un altro 15% “sulla base del numero di interventi di assistenza sociale effettuati”? Già dal 2000, con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (GU n. 69, 23 marzo 2001) erano stati individuati dei criteri per la valutazione dei progetti che le regioni hanno assunto come riferimento per la ripartizione delle risorse regionali.
La delibera ricorda gli adempimenti di un DPR del 1989 sulla residenza anagrafica dei senza fissa dimora dimenticando che la legge 15 luglio 2009 n. 94 ha modificato le citate disposizioni e che il Decreto del Ministero dell’Interno del 6 luglio 2010 ha formulato nuove “Modalità di funzionamento del registro delle persone senza fissa dimora”.
La delibera fa riferimento al volume dell’ISTAT “Metodi e norme” del 1992. In realtà, come sarebbe stato ragionevole pensare, l’ultimo volume da richiamare è sicuramente più recente, è del 2010 “Metodi e norme n. 48” che a pag. 70 riporta le indicazioni metodologiche sulle rilevazioni relative all’iscrizione in anagrafe delle persone senza fissa dimora.
L’allegato alla delibera avvia una rilevazione su ambiti e attività che in buona parte già la Regione conosce e sulla quale ha un numero molto elevato di informazioni che potrebbe facilmente classificare attraverso una semplice lettura della documentazione amministrativa inviata dai soggetti beneficiari. Su altri aspetti introduce definizioni ambigue, domande che sollecitano risposte non univoche, inaffidabili, non discriminanti, prive di reale contenuto informativo: siamo sicuri che tutti i soggetti che indicheranno un certo numero di contatti giornalieri dei servizi di strada o di segretariato sociale intendano la stessa cosa? Le loro risposte saranno comparabili? Cosa sono i servizi diurni, che dimensione e che articolazione devono avere per essere chiamati tali? Cosa s’intende per “percorsi di autonomia”? Sono sicuro che tutte le associazioni dichiareranno di averli effettuati! Siamo sicuri che la scheda allegata abbia una qualche capacità di rilevare dimensioni e che la documentazione accumulata per anni per finalità amministrative non possa essere utilizzata per valutare efficacia, attendibilità dei vari soggetti gestori, fabbisogni territoriali?
Nell’ambito delle politiche sociali e della salute, la Regione Sardegna dimentica spesso il suo ruolo di programmazione e di indirizzo, sacrifica competenze e una cultura dei servizi sociali e sanitari faticosamente costruita in tanti anni. Per nostra fortuna esistono in Sardegna tanti operatori sociali e sanitari di istituzioni pubbliche e private, della cooperazione sociale e del volontariato, che operano con la dovuta consapevolezza del ruolo e del compito che gli è stato affidato e, malgrado tutto, riescono ad assicurare ai cittadini, servizi e interventi professionalmente competenti.

Cooperativa Sociale Comunità La Collina Onlus Loc. S'Otta 09040 Serdiana (Cagliari)

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