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I rom, un popolo di bambini tra abbandono e repressione
Ettore Cannavera e Remo Siza

Nella seconda metà degli anni Ottanta una bambina di nome Tiziana morì nell'incendio della sua baracca in un campo nomadi alla periferia di Cagliari. Questa forse fu la spinta decisiva non per avviare sgomberi, espulsioni collettive, smantellamenti di campi abusivi senza la definizione di percorsi di accoglienza alternativi, ma per affrontare organicamente il problema dell'integrazione e della tutela di una popolazione. Poco tempo dopo la Regione Sardegna approvò una legge sulla “Tutela dell'etnia e della cultura dei nomadi” (LR 9 marzo 1988, n. 9) comunemente nota come legge Tiziana, che prevede interventi diretti ad evitare impedimenti al nomadismo e alla sosta nel territorio della Sardegna e a garantire la disponibilità e l'utilizzazione di strutture a difesa della salute e della convivenza e benessere sociale.
Nei primi anni di attuazione della legge i risultati sono stati molto positivi, per la costruzione di aree attrezzate, l'organizzazione di corsi di formazione professionale, l'attivazione di iniziative di istruzione, con particolare riferimento ai bambini di età scolare, per alcune esperienze che hanno favorito la conoscenza e la tutela delle forme espressive, delle tradizioni culturali e delle produzioni artistiche e artigianali tipiche delle popolazioni nomadi.
Con il passare degli anni è cambiato tutto: molti campi sosta sono stati lasciati senza manutenzione, altri costruiti con servizi precari, senza alcun rispetto dell'articolo 5 della stessa legge che prevedeva che il campo dovesse essere dotato di delimitazioni, servizi igienici, illuminazione pubblica, impianti di allaccio di energia elettrica ad uso privato, area di giochi per i bambini, acqua potabile, fontana e lavatoio, contenitori per immondizia, cabina telefonica, uno spazio polivalente per riunioni. L'articolo 7 della stessa legge aveva già consapevolezza dei limiti dei campi sosta rispetto ad una popolazione sempre più stanziale, prevedendo la possibilità che i Comuni adottassero opportune iniziative atte a favorire l'accesso alla casa.
A questo crescente degrado dei campi sosta si è cercato di porre rimedio nel 2008 con varie delibere regionali volte a sviluppare diritti insieme a responsabilità, e che prevedevano che gli enti locali potessero presentare progetti per la realizzazione e la riqualificazione di campi sosta o di transito, in attesa di un loro superamento, nel rispetto di alcuni requisiti: la necessità di strutturare aree attrezzate di piccole dimensioni, con piazzola, fornite di allaccio acqua ed energia elettrica indipendente, e capaci di accogliere uno o più nuclei familiari sulla base delle scelte espresse autonomamente dalle stesse famiglie; con spazi comuni nei quali i volontari e gli operatori possono svolgere attività di inclusione sociale. Le delibere prevedevano che l'autorizzazione all'utilizzo di una piazzola fosse concessa sulla base di un atto di impegno che prevedeva il pagamento di un canone mensile, anche simbolico e comunque rapportato alle capacità economiche della popolazione presente; i richiedenti l'autorizzazione si impegnano ad assicurare costantemente l'assolvimento dell'obbligo scolastico per i minori in età scolare, nonché la regolare frequenza di corsi di formazione, attività lavorativa per i minori non più soggetti ad obblighi scolastici. I progetti per la realizzazione e la ristrutturazione di campi sono accompagnati da interventi per favorire l'inserimento dei nomadi nella comunità locale, la responsabilizzazione, l'alfabetizzazione di adulti, la scolarizzazione dei minori, il contrasto di ogni abuso e illegalità, interventi di mediazione culturale.
Ma ciò che rende ancora tutto difficile è il clima culturale nei confronti della popolazione rom. Le nuove storie sui rom sono ancora storie di sgombero, di allontanamenti senza alcuna sistemazione alternativa, di esclusione, di ammassamenti, di isolamento dai centri abitati, di degrado igienico e sanitario, di abbandono. Nei primi giorni di febbraio di quest'anno, i quattro bambini rom morti carbonizzati in una baracca in un capo nomadi abusivo di Roma sono il segno di una crescente incapacità ad accogliere, ad affrontare il problema in tutte le sue dimensioni, non come un problema di ordine pubblico da risolvere con interventi repressivi.
Eppure, come ci ricorda la Comunità di Sant'Egidio, i rom sono un popolo di bambini, e solo per questo avrebbero diritto a maggior tutela. Dai bambini occorre partire. La scolarizzazione che la comunità di Sant'Egidio promuove si svolge nei campi rom. C'è bisogno di sostenere la frequenza e per farlo il progetto prevede che alle famiglie vengano garantiti 100 euro al mese, denaro che però viene negato se i bambini fanno più di tre assenze non certificate al mese.
Il problema principale è la condizione di estrema povertà in cui vivono queste persone. Sono molte le associazioni che suggeriscono che, per affrontare la situazione dei minori rom, è necessario adottare interventi organici e strutturali investendo in politiche nazionali di contrasto alla povertà e al disagio sociale in favore dei gruppi più vulnerabili, con un approccio di lungo periodo. Solo così sarà possibile attuare interventi che promuovano l'uguaglianza sostanziale, il superamento dei campi rom e del disagio abitativo.

Cooperativa Sociale Comunità La Collina Onlus Loc. S'Otta 09040 Serdiana (Cagliari)

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