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In Sardegna cresce la povertà
di Remo Siza 5/10/2010
 

Nel luglio scorso la Commissione di indagine sull’esclusione sociale ha presentato il Rapporto sulle politiche contro la povertà e l’esclusione sociale per l’anno 2010.

Nello stesso mese, l'Istituto nazionale di statistica ha comunicato i dati sulla povertà relativa e sulla povertà assoluta delle famiglie residenti in Italia (La povertà in Italia nel 2009), sulla base delle informazioni dell’indagine sui consumi.

Il Rapporto della Commissione di indagine rileva che l’Italia presentava negli anni scorsi, prima ancora del manifestarsi dei primi segnali della crisi internazionale, una condizione di notevole debolezza e fragilità per quanto riguarda tutti gli indicatori significativi del benessere delle famiglie: spesa per consumi, reddito disponibile, prodotto lordo pro capite, un’incidenza della “povertà relativa estremamente preoccupante (tra le più estese in Europa) e una dimensione della “povertà assoluta” (i dati non sono statisticamente comparabili con altri paesi europei) molto grave (oltre 1.200.000 famiglie e quasi 3 milioni di individui definibili “assolutamente poveri”).

Il Rapporto rileva una stabilità di alcune condizioni delle famiglie italiane, con alcune variazioni “sotto traccia” che disegnano un quadro economico completamente differente.

In Italia la percentuale di famiglie in condizione di povertà relativa, che nel 2008 era giunta all’11,3% si stabilizza su un livello del 10,8% (corrispondente a 2.657.000 famiglie). L’incidenza della povertà assoluta, a sua volta, si attesta al 4,7% per le famiglie (1.162.000); era nel 2008 al 4,6% (1.126.000).

I due indicatori, come è noto, consentono di osservare due differenti condizioni di deprivazione: 1) la povertà relativa rappresenta una deprivazione relativamente ad uno standard di vita di riferimento, ovvero è povero chi dispone di risorse molto inferiori a quelle condivise mediamente dalla popolazione; 2) la povertà assoluta viene, invece, calcolata sulla base di una soglia di povertà che corrisponde alla spesa mensile minima necessaria per acquisire un determinato paniere di beni e servizi. Tale paniere rappresenta l’insieme dei beni e servizi che, nel contesto italiano e per una determinata famiglia, sono considerati essenziali a conseguire uno standard di vita minimamente accettabile.

Per osservare più attentamente e con maggiore precisione la dinamica della povertà dobbiamo, introdurre, alcune precisazioni. Per misurare la povertà si utilizza una soglia sulla base della spesa media per consumi: sono povere le famiglie e le persone che hanno una spesa inferiore alla soglia individuata.

La soglia della povertà si sposta di anno in anno sia per effetto della variazione dei prezzi e sia a causa della variazione della spesa media. Ora, da quando esiste questo indice, la soglia di povertà aumenta di anno in anno in quanto aumentano sia i prezzi che la spesa per i consumi delle famiglie italiane.

Cosa è accaduto, invece, quest’anno? A causa della caduta del reddito medio delle famiglie (la diminuzione in un anno è stata del 2,6%), è diminuita la spesa media ed è diminuita anche la soglia di povertà: sostanzialmente, non consideriamo più povere famiglie e persone che l’anno scorso avevano livelli di consumo ritenuti poveri. Come ha rilevato la Commissione di indagine sull’esclusione sociale nel citato Rapporto, circa 223.000 famiglie italiane, con un livello di spesa inferiore alla soglia dell’anno precedente e che nel 2008 sarebbero state considerate povere, non risultano povere nel 2009 in seguito al peggioramento generale delle condizioni economiche del Paese.

La “linea di povertà relativa” è diminuita nel 2009 di 16,66 euro rispetto all’anno precedente (da 999,67 euro a 983,01), scendendo al di sotto dello stesso livello del 2007 (quando era stata di 983,35 euro).

È cresciuta, altresì, la variabilità fra le regioni con un profondo aggravamento delle condizioni del Mezzogiorno.

Per quanto riguarda la Sardegna l’incidenza della povertà relativa è risultata pari al 21,4% delle famiglie sarde, il doppio di quella nazionale e con un incremento rispetto all’anno precedente di due punti percentuali.

Se scorriamo la serie storica dal 2002, primo anno in cui i dati dell’indagine campionaria sono disponibili a livello regionale, fino al 2009, questi dati confermano una tendenza verso un progressivo distanziamento dei valori dell’incidenza della povertà in Sardegna rispetto alla incidenza media rilevabile in Italia.

L’incidenza della povertà relativa in Sardegna e in Italia

 

2002

2003

2004

2005

2006

2007

2008

2009

Sardegna

17,1

13,1

15,4

15,9

16,9

22,9

19,4

21,4

Italia

11,0

10,8

11,7

11,1

11,1

11,1

11,3

10,8

Fonte: ISTAT, Indagine sui consumi (elaborazioni proprie)

I dati dell’indagine ISTAT sui consumi ci forniscono una ulteriore conferma del peggioramento delle condizioni di vita delle famiglie sarde. La Sardegna subisce una diminuzione della spesa media mensile particolarmente grave: la spesa media che nel 2008 era pari a 2.080 euro mensili nel 2009 scende a 1.878 euro, valori molto simili a quelli rilevati dalla stessa indagine nel 2001.

Spesa media per consumi in Sardegna e in Italia

 

2000

2001

2002

2003

2004

2005

2006

2007

2008

2009

Sardegna

1.926

1.875

2.003

2.206

2.174

2.149

2.184

2.027

2.080

1.878

Italia

2.149

2.178

2.194

2.313

2.381

2.398

2.461

2.480

2.485

2.442

Fonte: ISTAT, Indagine sui consumi (elaborazioni proprie)

Una riduzione di queste dimensioni della spesa media delle famiglie sarde, un’incidenza della povertà relativa pari al 21,4% richiede dei programmi di contrasto di particolare rilevanza in termini finanziari e di impegno di risorse organizzative e di personale.

Il primo obiettivo è quello di assicurare una maggiore copertura del programma regionale rispetto alla popolazione di riferimento, la popolazione, cioè, in condizione di povertà.

Dai dati presenti nel sito della Regione si evince che al luglio 2009 (ultimo dato disponibile) risultavano trasferite ai Comuni risorse relative ai programmi di contrasto della povertà pari a 13.536.807 euro, i beneficiari rappresentano lo 0,6 della popolazione, una quota molto parziale rispetto all’entità delle famiglie in condizione di povertà presenti nel territorio regionale.

Gli incrementi di risorse previste nei Bilanci regionali per gli anni finanziari 2009 e 2010 naturalmente incrementeranno il grado di copertura del programma rispetto alla popolazione in condizione di povertà, ma la strada è ancora molto lunga e complessa.

È necessario aggiungere, altresì, che i miglioramenti delle condizioni della famiglia che il programma assicura, molto frequentemente, non sono sufficienti per superare la soglia di povertà. Il ricevere un intervento economico diminuisce l’intensità della deprivazione di cui soffre quella famiglia, e non è poco, ma spesso non è sufficiente per superare la soglia di reddito. Anche qui i dati non sono incoraggianti: la distanza del reddito delle famiglie sarde in condizioni di povertà dalla linea di povertà è più elevata di quella osservabile mediamente nelle famiglie italiane. La povertà in Sardegna è, cioè, più intensa, rispetto ad altre regioni italiane, i poveri sardi sono molto più poveri di quelli di altre regioni italiane. Si rischia, pertanto, che in molti casi il programma non determini una fuoriuscita dalla condizione di povertà, ma si limiti a migliorare le condizioni di deprivazione di famiglie che comunque rimangono in povertà.

L’uscita dalla povertà è un fenomeno complesso che dipende da una pluralità di condizioni e di eventi. Il programma regionale sostiene la famiglia nel suo sforzo di uscire da una condizione di deprivazione, è un’opportunità che consente di superare una situazione di crisi. In molti casi, però, ha avuto un effetto limitato, di “contenimento del danno” rispetto agli effetti prolungati della povertà sulle relazioni familiari, sulle motivazioni al lavoro, sulla fiducia. Esso ha avuto spesso un effetto “stabilizzante” sulla famiglia beneficiaria, i rapporti tra i vari componenti la famiglia non sono mutati spesso né in senso negativo né in senso positivo, ma ha evitato che la povertà incidesse profondamente sulle capacità lavorative, sulle motivazioni.

L’intervento entra nelle relazioni familiari, ma non svolge una funzione realmente compensatoria rispetto a forti eventi negativi, ne attenua gli effetti, evita disgregazioni e conflittualità più profonde.

La fase di erogazione del reddito è percepita chiaramente come una fase transitoria, di attesa che consente di fronteggiare una situazione acuta di deprivazione, non migliora sensibilmente le relazioni tra i suoi componenti, ma ne evita un peggioramento, crea una qualche positiva attesa nei confronti del futuro.

L’incremento dell’efficacia dei programmi regionali, oltreché alla sua estensione, è legato alla concreta predisposizione di programmi di riqualificazione e di inserimento lavorativo e sociale perseguiti con continuità e con risorse professionali e finanziarie adeguate. Nel caso contrario, il programma regionale diventa un puro intervento monetario i cui effetti sono ben noti da tempo.

Un noto esperto statunitense, David Ellwood, riflettendo sull’inefficacia di molti programmi di contrasto delle povertà affermava: le persone non sono povere perché non hanno denaro, sono povere perché non hanno un lavoro, perché i loro salari sono troppo bassi, perché stanno cercando di tirare su un bambino da soli, o perché stanno attraversando una crisi. Il welfare di lungo periodo basato sul denaro per chi gode di buona salute è innatamente sbagliato, si limita a trattare i sintomi non le cause: è sbagliato in quanto eroga denaro, non servizi, interventi di supporto, sanità, istruzione o formazione.