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I provvedimenti regionali e le attese delle professioni sociali
di Remo Siza 18/12/2013
 

La Giunta regionale, con una delibera del novembre scorso, intende avviare una ricognizione puntuale e dettagliata, delle professioni sociali regionali, dei correlati titoli di studio e di qualificazione professionale, delle relative competenze ai fini della costruzione di un nomenclatore regionale delle professioni sociali.

Chi opera da tanti anni nel sociale sa bene che le ricognizioni si facevano negli anni Ottanta e Novanta per fronteggiare una moltiplicazione delle figure professionali promosse da vari corsi pubblici e privati e che ora, invece, la maggioranza delle professioni sociali hanno una disciplina comune a livello nazionale, altre sono definite da quasi tutte le regioni in termini non molto differenti relativamente ai percorsi e ai fabbisogni formativi e sono poche, infine, le professioni che sfuggono all’una o all’altra definizione.
In realtà, mentre si promuovono a livello regionale attività ricognitive, di studio e di ricerca, si predispongono documenti, programmi e altri provvedimenti che peggiorano sensibilmente le condizioni operative delle professioni sociali, non attribuiscono alcuna rilevanza alle competenze professionali. In molte delibere regionali, gli operatori e le loro competenze, le professioni sociali e la loro cultura della cura e dell’intervento, sembrano scomparire, diventano irrilevanti.
In Sardegna, il progressivo indebolimento delle politiche sociali avviene soprattutto attraverso il mancato riconoscimento degli apporti e delle competenze professionali, delle specificità che presenta il lavoro sociale di cura, piuttosto che con la modifica di leggi o la riduzione drastica di risorse. La semplificazione delle politiche sociali e la cancellazione di elementi essenziali si esprime in tanti modi: 
  • in primo luogo con il prevalere nel sociale di logiche finanziarie ed economiche – la riduzione di costi, la sostenibilità economica dei programmi – non intese, però, come valutazione della fattibilità economica di un progetto, ma come logica e principio pressoché esclusivi che semplificano e penalizzano le azioni più articolate, quelle che richiedono tempi più lunghi e una pluralità di apporti professionali ritenuti costosi. Gli strumenti operativi adottati per perseguire questi obiettivi sono gli appalti al massimo ribasso, la precarietà lavorativa, il riconoscimento di un compenso orario degli operatori sempre meno soddisfacente, la riduzione del numero delle ore, l’esclusione di figure professionali essenziali;
  • in altri casi, invece, prevalgono logiche comunicative in cui le esigenze reali delle persone si trasformano in iniziative suggestive finanziate in realtà con poche risorse e per poco tempo che conducono a semplificare ogni complessità del lavoro sociale: un progetto di inserimento lavorativo ha i suoi tempi, non può durare pochi mesi, il contrasto della violenza di genere non si costruisce finanziando un centro, ma richiede cambiamenti culturali e la costruzione paziente di reti di aiuto e di ascolto; i tempi per sviluppare le azioni necessarie con effetti duraturi sono sicuramente lunghi, l’intervento spesso va ripetuto. Come si può pensare di risolvere la situazione di una persona che ha una dipendenza cronica con un intervento sociale di pochi mesi? Il sociale tratta di persone e di patologie che hanno quasi sempre la loro pesantezza, le loro inerzie, che frequentemente crescono in contesti che si presentano multiproblematici; 
  • in molti casi si riduce il lavoro sociale a procedura amministrativa, in cui si verificano esclusivamente i requisiti in termini di redditi e si controlla la documentazione sulla gravità di una patologia. Buona parte del lavoro quotidiano degli operatori si svolge nell’espletamento di pratiche amministrative, nel controllo della loro regolarità, nell’esame di documenti, attività che spesso diventano prioritarie in quanto consentono il finanziamento e l’erogazione di una prestazione sollecitata quotidianamente dai cittadini. Per attuare molti programmi sociali diventa sempre meno necessaria una specifica competenza professionale, valutare la necessità e la congruenza, l’efficacia di alcune azioni rispetto alle esigenze e alle dinamiche osservate nella stessa famiglia, predisporre un progetto di inserimento alla vita sociale in cui non sono rilevanti soltanto il rispetto dei tempi e delle modalità di presentazione, ma soprattutto i suoi contenuti, la capacità di cogliere le reali criticità di una famiglia e porre in essere le azioni che realmente modifichino una condizione; 
  • una ulteriore semplificazione riguarda le modalità di intervento, con una progressiva standardizzazione e semplificazione dei progetti e dei piani che non sono più l’espressione compiuta di un lavoro professionale di valutazione di una condizione di vita e di scelta accurata degli interventi, ma semplicemente una fase procedurale che chiunque può produrre (anche chi non ha una formazione specifica). Il rischio è che uno dei tanti e possibili prodotti finali di questa progettazione – la definizione di un’entità economica da erogare al richiedente – diventi ben presto la modalità quasi esclusiva di intervento nel sociale, quello che conta davvero, cancellando una oramai indebolita mediazione professionale e riducendo il ruolo della rete dei servizi e degli operatori sociali nella costruzione del processo di cura, nel suo monitoraggio, nella valutazione dei risultati raggiunti, nel sostegno organizzato delle reti familiari. In questo modo si stabilisce un rapporto diretto tra soggetto erogatore di trasferimenti economici (la Regione) e le famiglie con un’intermediazione a livello professionale solo di carattere amministrativo, con interazioni tra operatore e famiglie ridotte al trasferimento e all’acquisizione di informazioni procedurali. L’indennità di accompagnamento, insomma, diventa il modello di riferimento della operatività nel sociale. 
Le dinamiche attuali stanno impoverendo profondamente il welfare e non affrontano le condizioni irrisolte che ci trasciniamo da lungo tempo. Negli anni Novanta con le leggi del volontariato e sulla cooperazione sociale e alla fine dello stesso decennio con la legge sull’associazionismo di promozione sociale e la legge sul sistema integrato dei servizi sociali, si è legittimato anche in termini istituzionali l’ingresso di altri soggetti nell’ambito sociale. La Sardegna, talvolta con qualche ritardo, altre volte anticipando scelte nazionali, ha costruito un esteso sistema di welfare in cui convivono operatori, associazionismo e cooperazione sociale.
Nei confronti di questi nuovi soggetti, le professioni sociali nel loro complesso non sono riuscite ad esprimere compiutamente una capacità di orientamento, di gestione di relazioni diventate più complesse. Per capire i limiti e le difficoltà che hanno incontrato le professioni sociali, basta pensare a quanto accade nel settore sanitario e al ruolo vigile ed egemonico (in molti casi, a dire il vero, non positivo) che svolgono le professioni mediche nei confronti di ogni ingresso di nuovi soggetti e di nuove attività nel processo assistenziale.
Ora il sociale è un ambito operativo caratterizzato da una pluralità di soggetti, un settore molto “affollato”, in cui le professioni sociali – a carattere educativo, psicologico o sociologico – non interagiscono in termini soddisfacenti e nei confronti del volontariato e della cooperazione prevale un atteggiamento di delega di compiti e di ambiti operativi, relazioni e valutazioni prevalentemente di ordine amministrativo. Gli operatori sociali frequentemente non sono riusciti a trasferire agli altri soggetti che operano nel sociale competenze e abilità professionali, delle modalità condivise di operare.
Il consolidarsi di una dirigenza negli enti locali in prevalenza con formazione amministrativo-giuridica più che sociale, ha contribuito ulteriormente allo “schiacciamento” delle professioni sociali in ruoli e ambiti settoriali e a ridurne l’autonomia professionale.
In questi ultimi mesi, in molte città italiane, sono stati promossi dibattiti sul lavoro sociale, sulle difficoltà crescenti che incontra nel quotidiano, sulla sua capacità di rispondere alle mutate esigenze delle persone, sulla necessità di accompagnare il lavoro sul singolo caso con iniziative sulle comunità territoriali. Gli operatori sociali incominciano a chiedersi di nuovo come dare rappresentanza e rappresentazione alle condizioni sociali di chi oggi vive nella povertà, nella fragilità, nella solitudine. Pensando a percorsi di alleanza possibile con gli utenti, i loro familiari, e provando a cercare altre alleanze possibili che riescano ad allargare il raggio di azione. Oggi è vitale per gli operatori del welfare curare l'interazione anche con i cittadini che non sono già in contatto con i servizi (Documento Animazione Sociale 2013).
Il dibattito pubblico riguarda l’operatività concreta, le relazioni fra la pluralità dei soggetti che operano nel sociale, i cambiamenti intervenuti nelle condizioni di vita delle persone e delle famiglie, la deriva assistenzialistica di molte politiche sociali.
In Sardegna, la discussione pubblica sulle professioni sociali è ancora, sostanzialmente, inesistente.
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