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Nella programmazione europea 2014-2020 importanti passi per il sociale
di Paolo Demuru 18/12/2013
 

Il 9 dicembre 2013 è stata trasmessa alla Commissione Europea, per l’avvio del negoziato informale, la bozza di Accordo di Partenariato che regolerà il nuovo ciclo di programmazione dei fondi strutturali. Entra così nella sua fase operativa la programmazione europea per il settennio 2014-2020 che ha avuto inizio nei primi mesi del 2013.

L’accordo di partenariato è il documento di base con il quale le risorse vengono assegnate agli Stati membri e sono da questi allocate sugli obiettivi tematici individuati e poi articolate attraverso vari programmi operativi nazionali e regionali. In altre parole, le risorse messe a disposizione vengono distribuite tra le diverse regioni e i diversi obiettivi costituendo così l’architettura generale e il punto di riferimento centrale per l’utilizzo di tutti i fondi europei per il periodo di programmazione 2014-2020.

Si tratta ancora di una bozza sulla quale l’Unione Europea farà avere le sue osservazioni e sulla quale ci saranno momenti di confronto e di condivisione con i tre grandi protagonisti di questo processo: le amministrazioni regionali innanzi tutto (il documento è stato già trasmesso alla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome) l’amministrazione centrale dello Stato, attraverso i diversi Ministeri coinvolti, e soprattutto il partenariato economico e sociale, cioè le grandi organizzazioni di categoria e l’associazionismo in genere che partecipa ormai da tempo periodicamente attraverso specifici tavoli di confronto.

Tre sono le principali novità introdotte dalla nuova programmazione, novità strettamente conseguenti alle criticità rilevate nel ciclo di programmazione che volge al termine, quella del 2007-2013.

La prima è la netta indicazione verso una maggiore concentrazione dei fondi per superare l’eccessiva frammentarietà della precedente programmazione che ha causato sovrapposizioni tra le linee di attività e conseguentemente maggiori difficoltà nel monitorare l’andamento delle operazioni.

La seconda è l’istituzione dell’Agenzia nazionale per la coesione territoriale che eserciterà un monitoraggio costante e un attivo accompagnamento e sostegno alle Autorità di Gestione nonché un ruolo sostitutivo in caso di inadempienza.

La terza è il rafforzamento della dimensione nazionale delle risorse europee, nel senso di ridare ai fondi strutturali il valore di una grande strategia nazionale per lo sviluppo, articolandosi naturalmente in programmi operativi regionali senza però perdere di vista il raggiungimento degli obiettivi che l’Italia si è impegnata a raggiungere.

L’obiettivo tematico n. 9 è dedicato nello specifico all’inclusione sociale e alla lotta alla povertà, intende cioè promuovere l'inclusione sociale, combattere la povertà e ogni forma di discriminazione.

Con la Strategia EU2020 l'Unione Europea si propone di perseguire una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, riconoscendo l’intimo legame tra politiche economiche e politiche sociali e ponendo al centro dell’attenzione del policy maker la lotta alla povertà ed all’esclusione sociale, in particolare fissando un target di riduzione di 20 milioni del numero di persone in condizioni di povertà ed esclusione sociale, entro il 2020 per l’Unione nel suo insieme.

Nei propri piani nazionali di riforma l'Italia, di conseguenza, si è prefissa l'impegno di concorrere all'obiettivo comunitario di contrasto alla povertà riducendo entro il 2020 di 2,2 milioni le persone che vivono in condizioni di povertà o di esclusione sociale concentrando la sua azione sulle persone in condizioni di deprivazione materiale, oltre che su quelle appartenenti a famiglie a bassa intensità di lavoro.

L’obiettivo europeo è definito e sarà monitorato sulla base di tre indicatori: la proporzione di persone a rischio di povertà (dopo i trasferimenti sociali); la proporzione di persone in situazione di grave deprivazione materiale; la proporzione di persone che vivono in famiglie a intensità lavorativa molto bassa.

L'impresa appare alquanto ardua per l'Italia, sia perchè negli ultimi anni gli indicatori sui quali si misurerà il risultato non sembrano migliorare, sia perchè la situazione di partenza è particolarmente critica.

In comparazione con gli altri paesi europei la deprivazione materiale risulta particolarmente accentuata nel nostro paese: rispetto alla media EU27 del 10,2% il dato italiano del 2012 è del 14,5% essendo più che raddoppiato rispetto al 2010 e aumentato del 3,2% rispetto al 2011. Inoltre, il nostro Paese si colloca tra i paesi a più alta incidenza del rischio di povertà minorile (26,6%, rispetto ad una media UE del 21.2%).

Con riferimento alla bassa intensità di lavoro, il dato italiano è in linea con la media comunitaria (10% circa). Tuttavia, la non elevata incidenza delle famiglie a intensità di lavoro bassa, pur a fronte di alti tassi di disoccupazione individuale, riflette in parte un modello familiare di partecipazione al mercato del lavoro incentrato sul ruolo del capofamiglia maschio e si accompagna pertanto con tassi di occupazione e di partecipazione femminile tra i più bassi d’Europa. Ad essi si associa una scarsa diffusione dei servizi di cura, l'assenza di una misura di protezione universalistica del reddito minimo e la mancata definizione dei livelli essenziali delle prestazioni, che ai sensi dell’articolo 117, comma 2, lettera m) della Costituzione, devono essere garantiti uniformemente su tutto il territorio nazionale.

Più in generale, all'alta proporzione di famiglie in condizione di deprivazione materiale e di esclusione lavorativa, si associa un'estrema eterogeneità nella diffusione dei servizi sul territorio cui corrisponde una elevata sperequazione della spesa sociale, che va da 300 euro procapite nelle Provincia autonoma di Trento a 25 euro nella Regione Calabria, con il Sud che spende in media circa un terzo del Nord.

Con la Programmazione 2014- 2020 l'Italia intende raggiungere gli obiettivi attraverso precisi orientamenti strategici.

Per quanto riguarda l'inclusione attiva e il miglioramento della occupabilità: 

  • dedicare un programma nazionale alla sperimentazione di misure rivolte alle famiglie in condizione di povertà o esclusione sociale, con particolare riferimento ai nuclei in cui siano presenti minori, fondate sulla erogazione di un sussidio economico, condizionato alla adesione ad un progetto di attivazione e supportato da una rete di servizi. La programmazione regionale interviene con interventi di presa in carico multidisciplinare a sostegno dei soggetti particolarmente svantaggiati e dei nuclei familiari multiproblematici;
  • con riferimento all’inserimento lavorativo vengono considerate nello specifico tipologie di intervento rivolte ai soggetti maggiormente distanti dal mercato del lavoro, che richiedono azioni ampie e diversificate di inclusione attiva, lasciando ad altre linee di attività gli interventi che riguardano direttamente ed unicamente l’inserimento-reinserimento lavorativo.
Per quanto riguarda il ritardo nella costruzione di una adeguata infrastruttura di offerta dei servizi:
  • migliore qualità e accessibilità dei servizi di cura rivolti a persone con limitazioni dell’autonomia e dei servizi socio-educativi per l’infanzia. Tali servizi sono stati oggetto sia di un impegno nell’ambito del PNR italiano, volto a favorire la conciliazione tra lavoro e cura, sia delle raccomandazioni del Consiglio all’Italia laddove si richiedono ulteriori azioni volte ad incentivare la partecipazione femminile al mercato del lavoro, in particolare attraverso il rafforzamento dei servizi socio educativi per l’infanzia e di cura degli anziani non autosufficienti;
  • potenziamento della rete infrastrutturale e dell’offerta di servizi sanitari e sociosanitari, nella logica di una più efficace gestione complessiva delle risorse, evitando di scaricare su costosi interventi sanitari l’assenza di strutture per interventi sanitari e sociosanitari di base. Si intende in questo contesto potenziare i servizi sanitari territoriali non ospedalieri e favorire la riorganizzazione della rete del cosiddetto welfare d’accesso;
  • interventi infrastrutturali cofinanziati dal FESR, con particolare riferimento alle realtà metropolitane, di potenziamento del patrimonio pubblico e privato esistente per incrementare la disponibilità di alloggi sociali e servizi abitativi per categorie fragili. In questo contesto il FSE potrà sostenere interventi di supporto all’abitare assistito, rivolti a categorie particolarmente fragili nell’ottica del pieno reinserimento sociale di tali persone, anche mediante il reinserimento lavorativo laddove opportuno.
 Inoltre, interventi meno rilevanti dal punto di vista della dimensione della popolazione coinvolta ma urgenti dal punto di vista dei bisogni rappresentati, riguardano le comunità maggiormente emarginate e la popolazione in condizione di marginalità estrema. Sotto questo aspetto l'Italia intende intervenire in particolari contesti urbani con riferimento ai seguenti obiettivi:
  • favorire l’accessibilità ai servizi da parte della popolazione Rom (con riferimento alle aree dell’istruzione, della salute, della partecipazione sociale e lavorativa, della condizione abitativa) in collegamento con la Strategia nazionale di integrazione dei rom;
  • ridurre la marginalità estrema (senza dimora) sia intervenendo sul potenziamento della rete dei servizi per il pronto intervento sociale, sia sperimentando modelli di integrazione tra interventi infrastrutturali riguardanti le strutture abitative e sociosanitarie e misure di sostegno alle persone senza dimora nel percorso verso l’autonomia.