Share |
 
 
L’integrazione sociosanitaria: è anche questione di capitale sociale
di Pier Paolo Pani 5/09/2013
 

 

La conciliazione delle politiche sanitarie con quelle sociali è problema di interesse internazionale, che coinvolge la politica, l’amministrazione e gestione dei servizi, la ricerca. Per diversi Paesi, tra i quali l’Inghilterra, il Belgio, l’Olanda, gli Stati Uniti, Singapore, il superamento della frammentazione degli interventi, il coordinamento e l’integrazione delle cure, costituiscono temi centrali dell’agenda di riforma dei servizi sanitari; il peso della ricerca scientifica sull’argomento è testimoniato da riviste di settore che se ne occupano in maniera esclusiva (1). Complessivamente si può affermare che il mondo occidentale sta attraversando riguardo a questo tema una fase di transizione, caratterizzata dal riorientamento degli indirizzi e delle strategie di intervento, in modo da rendere disponibili quanto prima percorsi personalizzati almeno per i portatori di bisogni complessi (anziani non autosufficienti, persone con disabilità, sofferenza mentale, dipendenza da sostanze, malati cronici).
I fattori che incidono sulla qualità dell’integrazione sono diversi e le scelte che ne possono determinare la modifica coinvolgono livelli di intervento molteplici. In una recente pubblicazione della Società Italiana per la Qualità dell’Assistenza Sanitaria (SIQUAS), La qualità nell’integrazione tra sociale e sanitario, gli ambiti di intervento individuati sono: normativo, finanziario, programmatorio, organizzativo, gestionale, territoriale, istituzionale, professionale (2).
Delle priorità in ambito normativo e programmatorio si è trattato in precedenti articoli sull’argomento (L’impatto della crisi sulla non autosufficienza: riflessioni a margine del Forum nazionale; L’unitarietà degli interventi sulla persona; Gli squilibri nella destinazione delle risorse sociali e i ritardi normativi). Ciò che sembra utile sottolineare, a margine del lavoro della SIQUAS, è l’ampiezza dell’articolazione delle azioni necessarie per promuovere la qualità dell’integrazione, azioni che implicano il pieno coinvolgimento dei livelli sottostanti, richiedendo cambiamenti a livello territoriale, in ambito organizzativo, gestionale, professionale ed operativo.
Un esempio interessante su un approccio globale e multilivello al problema dell’integrazione sociosanitaria ci viene dall’Inghilterra, dove all’interno della programmazione del sistema sanitario nazionale (SSN) è stata incoraggiata l’elaborazione di progetti pilota basati sulla disponibilità del contesto locale e sulle risorse localmente attivabili. Esempi ne sono il “Torbay Pilot” che rappresenta oggi un modello di integrazione totale (istituzionale, gestionale, operativo e finanziario) di riferimento internazionale. In questo caso, l’integrazione è stata costruita e gestita con la partecipazione dell’azienda sanitaria e delle municipalità del territorio, in un’area con popolazione residente di 350.000 abitanti (L’unitarietà dei servizi alla persona: l’esempio del Torbay Model). Un secondo esempio, ad un differente livello di integrazione, è rappresentato dal “North West London Integrated Care Pilot”, riferito ad una popolazione di 550.000 abitanti e rivolto al miglioramento della qualità delle cure sul territorio degli anziani (ultrasettantacinquenni) e dei diabetici. Il progetto prevede la partecipazione di due ospedali, due servizi per la salute mentale, tre servizi per la medicina di comunità, cinque servizi sociali comunali, due organizzazioni del privato sociale, 103 medici di base (3).
In ambito sociosanitario, lo sviluppo di una cultura collaborativa condivisa è considerato importante almeno quanto le soluzioni organizzative o finanziarie per determinare il cambiamento; essa costituisce una risorsa di base sulla quale poggiare la sperimentazione di nuove forme di integrazione che anticipano riforme più organiche e complessive. Individuare le realtà che esprimono una spontanea tendenza all’integrazione, incoraggiarle ed affiancarle, costituisce un’azione di alto valore strategico per la programmazione nazionale e regionale. In Inghilterra, 16 progetti pilota di integrazione sociosanitaria del tipo di quelli sopra accennati sono oggetto di osservazione e valutazione da parte del Ministero della salute, nella prospettiva della loro estensione al SSN. Si tratta di progetti cresciuti nelle realtà territoriali locali, basati sulle risorse, sulle opportunità spontaneamente disponibili e sulla volontà espressa nelle comunità.
Anche in Italia sono stati elaborati, nel corso degli anni, progetti di integrazione sociosanitaria, da parte delle aziende sanitarie, dai comuni, dalle regioni, dal privato sociale. Tuttavia, l’entità dell’investimento culturale, la sistematicità dell’attività progettuale e di verifica, il coinvolgimento programmatico e istituzionale risultano carenti. Si sottolinea, a questo riguardo, anche il forte squilibrio territoriale esistente: nella valutazione quantitativa effettuata dalla SIQUAS sui progetti di integrazione estratti dal database dell’osservatorio della sanità ci sono regioni, come l’Emilia Romagna e il Veneto, che entro il 2008 hanno elaborato e presentato più di 250 progetti, a fronte di altre, tra le quali la Sardegna, con meno di 15 progetti.
In Italia, e ovviamente in Sardegna, dobbiamo riconoscere quanto le rigidità del sistema sanitario e sociale, le gerarchie organizzative orientate a rimandare ai vertici le relazioni interistituzionali, le consuetudini operative storiche, agiscano nell’ostacolare il processo di cambiamento. Queste rigidità si ripercuotono negativamente sulla qualità dell’organizzazione, sulla professionalità e, ancora più importante, sul sistema dei valori degli operatori, degli amministratori, dei decisori politici.
Iniziative innovative di integrazione sociosanitaria sono più facilmente realizzabili in un contesto caratterizzato da reciprocità, mutuo riconoscimento degli operatori, condivisione dei valori implicati nell’intervento integrato sulla persona: è in questo contesto che si sviluppa più facilmente la disponibilità del management e degli operatori a spingersi oltre i limiti del “mansionario”, ad esplorare ambiti di miglioramento possibile. Anche in Sardegna varrebbe la pena di promuovere, nella eterogeneità delle realtà operative, forme di progettualità locale nelle quali sperimentare, monitorare e valutare livelli di integrazione innovativi che possano essere di riferimento per le riforme regionali necessarie.
 
Note
 
(1) Journal of Integrated Care; Health and Social Care in the Community; Journal of Integrated Care Pathways; Social Science & Medicine
(2) Di seguito viene riportata la sintesi delle priorità per ciascun livello di intervento. Per la descrizione di dettaglio si rimanda alla pubblicazione originale della SIQUAS
(3) Harris M, Greaves F, Patterson S, Jones J, Pappas Y, Majeed A, Car J. The North West London Integrated Care Pilot: innovative strategies to improve care coordination for older adults and people with diabetes. J Ambul Care Manage. 35(3): 216-25, 2012
 
Sintesi delle priorità per la promozione della qualità dell’integrazione sociosanitaria ai diversi livelli di intervento
  • Normativo, sia a livello nazionale (aggiornamento dei LEA sanitari e individuazione dei corrispettivi LEA sociali) che a livello regionale per l’armonizzazione delle normative di settore secondo la logica di sistema unitario e coerente.
  • Finanziario, con l’applicazione di correttivi allo squilibrio crescente tra il finanziamento della sanità e del sociale e con la previsione di un finanziamento congiunto dell’area dell’integrazione sociale e sanitaria.
  • Programmatorio, che preveda una programmazione integrata sanitaria e sociale sia a livello regionale che nei territori locali.
  • Organizzativo, con la progressiva costituzione e consolidamento della rete dei servizi integrati sociali e sanitari.
  • Gestionale, che implica le responsabilità dei diversi soggetti istituzionali e il ruolo del privato sociale, nel condividere processi e percorsi lineari, semplificati e unitari che assicurino la presa in carico e la continuità degli interventi.
  • Territoriale, con particolare attenzione alla coincidenza tra Distretto Sanitario e Ambito Territoriale Sociale.
  • Istituzionale, in particolare nell’interfaccia Comuni-ASL attraverso forme solide e stabili di collaborazione.
  • Professionale, superando lo squilibrio tra i profili delle professioni sanitarie e la mancanza dei profili delle professioni sociali, e nella individuazione di forme e modalità stabili di collaborazione tra le professionalità all’“interno” e “tra” i sistemi sanitari e sociali di servizio alla persona.

 

Aree tematiche: Rete dei servizi