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Papa Francesco verso le periferie dell’esistenza
di Ettore Cannavera 6/06/2013
 

 

Con Papa Francesco la Chiesa sta per intraprendere un percorso nuovo, che la riporterà a contatto con la gente, a uscire da se stessa verso le periferie esistenziali.
I suoi gesti semplici, il suo parlare con il cuore sono segnali chiari di una ventata di freschezza che sta per investire la nostra Chiesa, da troppo tempo soffocata da lotte di potere e distante della realtà quotidiana.
Un ritorno alle origini che a noi preti di strada, sempre a contatto con il popolo e soprattutto con gli ultimi, non può che riempirci di soddisfazione, ma soprattutto di speranza.
Non nascondo che negli ultimi tempi sono stato molto combattuto perchè non riuscivo più a riconoscermi in quella che era diventata una Chiesa troppo lontana dalla gente e dove il potere era predominante su tutti gli altri valori. Ora vedere Papa Francesco muoversi con tanta umiltà e dolcezza tra la gente mi ha fatto commuovere.
È il Papa, ma in questi suoi primi gesti ho visto ancora il prete, come io l’ho sempre inteso: vicino alla gente, tra la gente. Dopo aver celebrato la messa, il pontefice è uscito sul sagrato, davanti al grande portone della chiesa, e ha stretto le mani a tutti i fedeli, ma proprio tutti: come facevano, e qualcuno per fortuna continua a fare, i curati di campagna che si coccolavano le loro anime con affetto. Papa Francesco ha abbracciato con una tenerezza infinita gli anziani e baciato con affetto sincero i bambini. Mi ha colpito anche il suo abbigliamento sobrio e le scarpe: comuni scarpe di pelle e non quelle rosse papaline. Che strano, ma allo stesso tempo che bella tanta semplicità: mi sembra già di intravedere un ritorno alle origini del Vangelo. Papa Francesco ha cominciato un percorso difficile e la strada che dovrà percorrere sarà molto tortuosa, dovrà prendere decisioni difficili.
Non solo nei cattolici ma in tutti, credenti di altre confessioni e non credenti, Francesco ha suscitato nuove attese con gesti semplici e con parole autentiche. Parole e gesti da tanti rimarcate, che fanno confidare in una Chiesa che ritorni a essere fedele al suo Fondatore.
Più che a una cristianità del futuro, Francesco ci riporta, come chiarisce il nome, a un Vangelo sine glossa, a una umanità autentica nelle parole e nei gesti, come autentici furono i gesti e le parole di quel Gesù di Nazareth che fu condannato dal potere religioso e politico.
E qui va dato il giusto peso al fatto che Francesco è il primo papa che viene dal Sud del mondo, portando con sé le sofferenze e le aspirazioni di quel mondo “altro”: miliardi di uomini e di donne, figli di Dio come noi, costretti a vivere nell’indigenza, nella fame e nelle malattie da sistemi politici ed economici che accentuano le disuguaglianze anziché attenuarle.
È a questo nuovo contesto che Francesco ci invita a rivolgere lo sguardo, chiamandoci a svestire i panni di chi si limita ad applaudire passivamente i bei discorsi – anche quando vengano dal papa – per assumere finalmente nelle nostre mani la responsabilità di operare in concreto per un mondo in cui si avverino giustizia e pace: se non ora quando? se non qui dove? se non io chi? Perché ognuno di noi è responsabile, perché non c’è figlio, terra e dolore che non sia nostro, di ciascuno di noi.
Da quel mondo lontano, questo pellegrino appassionato della giustizia e della pace porta anche un messaggio di fiducia ai giovani («Non lasciatevi rubare la speranza!») e a tutti noi l’invito a un impegno che si nutra di servizio, speranza, passione. Un impegno per costruire ponti non solo tra Nord e Sud del mondo, tra ricchi e poveri, ma anche tra le diverse anime della Chiesa. Di lui, che ha fatto della povertà dei gesti, della vita e dello spirito la propria regola, si è detto infatti che è un papa educato a pensare come un gesuita ma che ha scelto di vivere come un francescano.
Gesuiti e francescani, nella diversità dei loro carismi e nella autenticità dei loro vissuti, hanno segnato la storia pagando di persona come il loro Maestro crocifisso. In occasione del trentesimo anniversario dell’assassinio del vescovo Oscar Romero in El Salvador, mi sono riaffiorati alla memoria i luoghi del martirio dei gesuiti dell’università di Salvador. E come dimenticare la tragica rottura tra Giovanni Paolo II e padre Pedro Arrupe, responsabile generale dei gesuiti, per la sua vicinanza alla Teologia della liberazione? Ed ecco un papa gesuita come riscatto e riparazione che da tempo aspettavamo sognando l’elezione di Carlo Maria Martini, anch’egligesuita.
Superata la paura di un papa “di parte”, come pronosticato alla vigilia – un papa della curia, di Sant’Egidio, di Comunione e Liberazione –, ecco che c’è la Provvidenza, lo Spirito. Il “Vescovo di Roma” che presiede, nella carità, l’unità delle diversità. Certo uniti attorno al Vangelo, ma disposti nella collegialità ad ascoltare tutte le voci, i segni e le testimonianze di vita di chi si è posto al seguito di Cristo non per interesse personale ma per far strada ai poveri (ricorda don Milani!).
Un gesuita francescano può offrire al mondo una testimonianza di quell’amore che non soffoca la dialettica delle diversità ma la verifica nella sua autenticità, dando prova di quella “convivialità delle differenze” che al di sopra di ogni dottrina rimarca che la vita di ciascuno va dedicata agli altri per un mondo “altro”, testimoniato da una Chiesa “altra” capace di unire tutti i carismi. Solo così saremo riconosciuti veramente seguaci di quel Cristo che disse «Amatevi gli uni gli altri, perché da questo vi riconosceranno come miei discepoli».
Bergoglio non parla solo di una Chiesa dei poveri ma anche di una Chiesa povera, capace di liberarsi da ogni tentazione del potere e del denaro, come fece Cristo nel deserto.
Le questioni in agenda come problemi aperti sono tante, dagli scandali all’interno del Vaticano (IOR, Vatileaks) alla pedofilia dei preti, dal sacerdozio femminile al celibato dei preti, etc. Sono queste le questioni sulle quali si misurerà in futuro lo spessore carismatico del nuovo papa.
Infine, per noi come comunità di accoglienza per ragazzi in misura alternativa al carcere, e per me, cappellano del carcere minorile di Quartucciu, è stato di grande significato e di richiamo per le forze politiche la lavanda dei piedi del Giovedì Santo, a quindici giorni dall’elezione, nel carcere minorile di Roma ai detenuti e, tra questi, a un musulmano e a due ragazze.

In questo gesto voglio leggere un nuovo atteggiamento nei confronti delle diverse religioni e in particolare delle donne, oltreché unmessaggio educativo nei confronti dei ragazzi detenuti e soprattutto degli operatori che, a diverso titolo, si occupano del disagio giovanile.

 

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