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La finanziaria regionale e la logica delle variazioni minime
di Remo Siza 4/04/2013
 

 

Nei giorni scorsi la Giunta regionale della Sardegna ha approvato la Proposta di bilancio per l’anno 2013 e il disegno di legge concernente Disposizioni per la formazione del Bilancio annuale e pluriennale della Regione (Legge finanziaria 2013). Successivamente alla loro approvazione, per varie ragioni, fra le quali quelle di tener conto dei vincoli del patto di stabilità, sono state apportate significative modifiche ai testi citati.
Allo stato attuale, sembrerebbe che le politiche sociali non subiscano dei tagli consistenti alle risorse, il Fondo per la non autosufficienza è stato rifinanziato, i programmi di contrasto della povertà hanno subito qualche riduzione nelle risorse compensata da nuovi programmi di cui è ancora difficile comprendere la reale consistenza e capacità operativa.
Ciò che prevale nei vari documenti è una logica delle variazioni minime, che lascia i programmi sociali invariati nei loro strumenti e nei loro obiettivi sebbene la crisi stia incidendo pesantemente sulle capacità di cura delle famiglie, riduca pesantemente i redditi di cui possono disporre, sebbene alcuni programmi non si dimostrino capaci di perseguire gli obiettivi previsti. Quali criticità stanno emergendo nel sociale? Quali programmi si dimostrano efficaci? Quali nuovi rischi sociali sono emersi in questi ultimi anni e quali gruppi sociali sono ora privi di qualsiasi protezione? Quali norme possono rafforzare le politiche sociali verso l’evoluzione auspicata? Come promuovere una maggiore integrazione e un maggior associazionismo dei comuni?
Ciò che manca nelle disposizioni della legge finanziaria è un aggiornamento delle norme che regolano i principali programmi di spesa: il Fondo per la non autosufficienza, istituito nel 2007, deve ritrovare i suoi equilibri, norme che rafforzino la sua integrazione con gli interventi sanitari ed evitino crescenti discrezionalità nell’erogazione delle risorse, che riducano il peso delle erogazioni monetarie e promuovano interventi organici, maggiori risorse per finanziare l’assistenza domiciliare integrata, l’istituzione della rete pubblica delle assistenti familiari, la valorizzazione del ruolo delle Unità di valutazione territoriale e dei Punti unici di accesso. Il Fondo era un punto di partenza di un percorso che prevedeva una crescente integrazione con i servizi sanitari. Il Plus, a sua volta, era appena un primo organico avvio di un processo associativo fra i comuni e le aziende sanitarie. Siamo sicuri che i riferimenti normativi del capitolo che prevede quote regionali per azioni di integrazione sociosanitarie siano adeguate? Le, cosiddette, leggi di settore non richiedono qualche adeguamento?
Uno stesso discorso potrebbe essere fatto per quanto riguarda il programma di contrasto della povertà e la necessità di assicurare nella legge finanziaria un maggior collegamento con le disposizioni riguardanti le politiche attive del lavoro. Il programma regionale di contrasto della povertà è stato avviato da un articolo della legge finanziaria 2007 (LR 29 maggio 2007, n. 2, art. 35) che prevedeva un insieme articolato di interventi finalizzati all’occupazione, alla promozione di politiche attive per il lavoro e al contrasto della povertà. Questa collocazione non è casuale, ma esprime l’inevitabile vicinanza che deve essere stabilita tra politiche attive del lavoro e politiche più propriamente sociali per il contrasto delle povertà. Relazione che nelle delibere assunte in questi ultimi anni è stata completamente dimenticata e che andrebbe opportunamente recuperata con adeguate disposizioni. Chiaramente le due reti di protezione sociale hanno differenti obiettivi e affrontano rischi sociali differenti. Esse si dimostrano efficaci quando condividono una stessa logica promozionale, attivante, non assistenzialistica, quando riescono a produrre una crescita delle capacità delle persone, di risorse umane insieme all’acquisizione di qualificazioni e di abilità professionali.
I programmi regionali potranno disporre di maggiori assegnazioni nazionali per alcuni interventi; per altri, invece, rimane l’esigenza di consistenti compensazioni nell’ambito del Bilancio regionale per evitare che ai vuoti di iniziativa nazionale si possano sommare le assenze del livello regionale. Dopo anni di estesi tagli, nella disponibilità di fondi nazionali per le politiche sociali si osserva finalmente qualche segnale positivo. I fondi statali destinati a politiche di carattere sociale, drasticamente tagliati con la Legge di stabilità 2011 e la Legge di stabilità 2012, sono stati in parte reintegrati con la Legge di stabilità 2013 che segna una prima inversione di tendenza (Fondi statali per le politiche sociali).
I dieci Fondi a carattere sociale più importanti potevano contare, nel 2008, su stanziamenti complessivamente pari a 2 miliardi e 520 milioni. Gli stanziamenti sono scesi a 1 miliardo e 472 milioni nel 2010, la manovra di bilancio per il 2011 ha abbassato gli stanziamenti di bilancio a poco più di 549 milioni. Nel 2012 gli stanziamenti nazionali complessivi erano pari a 229,4 milioni.
La Legge di stabilità 2013 (Legge 24 dicembre 2012, n. 228), stanzia complessivamente per le politiche sociali 766,8 milioni di euro. È cresciuta la disponibilità del Fondo nazionale per le politiche sociali, da 70 milioni a 344,2 milioni, ed è stato rifinanziato il Fondo per la non autosufficienza (275 milioni).
La percentuale di riparto per la Sardegna è, normalmente, attorno al 3% degli stanziamenti complessivi dei vari Fondi.
Gli aspetti negativi del provvedimento finanziario nazionale riguardano l’azzeramento anche per il corrente anno del Fondo inclusione immigrati, del Fondo servizi infanzia e la scarsa disponibilità del Fondo servizio civile. È stato, inoltre, depennato al Senato, nel maxi emendamento presentato dal Governo alla Legge di Stabilità 2013, il Fondo sostegno affitti (Legge 431/98, art. 11) che la Camera aveva dotato di 325 milioni di euro.
Eppure l’emergenza abitativa si è aggravata sensibilmente in questi ultimi anni. In Sardegna il Fondo ha avuto operatività a partire dal 1999 e sino al 2004, è stato alimentato dalle sole assegnazioni statali. A partire dal 2005, il Fondo è stato integrato con notevoli stanziamenti regionali.
Secondo un rapporto nazionale della CGIL, 300 mila famiglie in Italia potrebbero perdere nel prossimo triennio la propria casa in proprietà o in affitto, a causa di esecuzioni immobiliari o di sfratti. Ma le attuali disposizioni della legge finanziaria 2013 sembrano lontane da questa consapevolezza.
Nel corso dell'ultimo decennio gli affitti sono incrementati del 130% per i contratti rinnovati e del 150% per i nuovi contratti (1100 euro mensili), mentre i costi degli immobili hanno registrato aumenti del 50% fino a +100% nei grandi centri. In aumento anche gli sfratti per morosità, aumentati del 100%: secondo lo studio gli alti costi legati alla casa impediscono alle famiglie di pagare, con una crescita pari all’87% degli sfratti emessi nel 2011, per un totale di 240 mila negli ultimi 5 anni.
Si tratta, secondo lo studio della CGIL, di “morosità incolpevoli”, legate a condizioni economiche particolarmente critiche di chi non riesce più a sostenere le spese per l'abitazione: non a caso i giovani sotto i 35 anni, per lo più precari rappresentano il 21% del totale degli sfrattati. Ma anche migranti (26%) e anziani (38%) hanno perso la loro casa.