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Fra assistenzialismo e fragilità organizzative
di Remo Siza 4/02/2013
 

 

La prossima legislatura nazionale sarà decisiva per le politiche sociali, per i cambiamenti che si attendono, per i progetti di cui si discute in questi giorni che in buona parte appaiono penalizzanti rispetto alle loro possibilità di sviluppo e che prefigurano soluzioni che rischiano di travolgere equilibri e sistemi di tutela e di promozione.
In questi anni di crisi economica e finanziaria sono state ridotte drasticamente le risorse finanziarie destinate al funzionamento delle politiche sociali, ma per certi versi il cambiamento che è stato avviato è ancora più profondo e riguarda, principalmente, i gruppi sociali che si intendono tutelare, le condizioni di vita che si ritengono inaccettabili e che si ritiene necessario affrontare con adeguati interventi sociali. Ciò che sta emergendo è un diverso posizionamento delle politiche sociali e una loro semplificazione sulla base di una lettura altrettanto semplificata delle condizioni di vita delle famiglie italiane:
  • da una parte si rileva la diffusione di nuove povertà, di famiglie prive di casa e di reddito alle quali è necessario offrire prestazioni sociali di sopravvivenza, puramente assistenziali;
  • dall’altra si enfatizza l’emergere di una famiglia moderna, individualizzata, immaginata dinamica e attiva, che non va certo al Comune o in un povero studio medico privato per far fronte alle esigenze di cura di cui necessita, e che, superati questi anni di crisi, sarà disponibile, ad investire una parte del suo reddito per ottenere prestazioni sociali e sanitarie di qualità, realmente efficaci.
Alle famiglie e alle persone “veramente bisognose” sono assicurate le prestazioni del welfare statale; per le altre famiglie, che hanno condizioni reddituali migliori, si costruisce un “secondo welfare”, integrativo, finanziato attraverso assicurazioni private stipulate dalle stesse famiglie contro i nuovi rischi, fondi di categoria, fondazioni bancarie, il sistema delle imprese e i sindacati, le associazioni.
In questo progetto il welfare statale non scompare, diventa meno generoso e si rivolge esclusivamente ai gruppi sociali in condizione di maggiore difficoltà, ma non viene messo drasticamente in discussione come si faceva nel passato.
Sempre meno si parla di privatizzare, ora si preferisce il termine integrazione, che ha minori connotazioni negative e indica una progressione di provvedimenti sostitutivi. Così si propone l’integrazione del welfare pubblico con un secondo welfare, alimentato da rilevanti risorse proprie di altri soggetti non pubblici, perché si ritiene in fondo che la condizione economica di molte famiglie, permetta un nuovo equilibrio fra prestazioni offerte e finanziate dalla collettività e contributo e partecipazione economica individuale.
Basta rileggere alcune recenti dichiarazioni sulla sostenibilità del sistema sanitario e sulla necessità di individuare nuove modalità di finanziamento, oppure alcune elaborazioni sul secondo welfare per comprendere la consistenza del blocco sociale che si sta costruendo a favore di questi nuovi progetti.
Un welfare pubblico solo per le persone bisognose, che non è più di tutti, rischia di essere travolto da esigenze economiche, ulteriormente impoverito e semplificato nelle sue prestazioni e linee di azione. D’altra parte, si può osservare che il welfare in molti casi può non essere necessario: i grandi sviluppi economici di nazioni come l’India e il Brasile, sono stati possibili lasciando inalterate estese condizioni di grave povertà e controllandole appena con un welfare pubblico minimale e accentuando il ruolo dei sistemi coercitivi.
Nei prossimi anni, il welfare che tutti noi conosciamo rischia di impoverirsi ulteriormente, di non avere sufficienti risorse finanziarie e professionali. Per questi motivi bisogna riprendere il discorso sui tagli che sono stati effettuati in questi anni e avviare mobilitazioni adeguate: come abbiamo più volte rilevato, i dieci Fondi nazionali a carattere sociale più importanti potevano contare, nel 2008, su stanziamenti complessivamente pari a 2 miliardi e 520 milioni. Gli stanziamenti sono scesi a 1 miliardo e 472 milioni nel 2010, la manovra di bilancio per il 2011 ha abbassato gli stanziamenti di bilancio a poco più di 549 milioni; nel 2012 il Fondo nazionale per le politiche sociali è stato ridotto a 10 milioni di euro e gli altri fondi sono praticamente scomparsi.
Per quanto riguarda le risorse, in questi ultimi mesi c’è stato un primo importante segnale di inversione di rotta. La legge di stabilità per il 2013 ha rifinanziato il Fondo nazionale per le politiche sociali e il Fondo per le non autosufficienze. Complessivamente sono stari ripartiti fra le regioni 575 milioni di euro destinati al sociale (Tabella). In via prioritaria, e in ogni caso per non meno del 30% del suo ammontare, il Fondo per le non autosufficienze dovrà essere destinato a favorire la permanenza a domicilio delle persone con disabilità gravissime, ivi compresi i malati di SLA. Ugualmente, la sperimentazione della social card sembra indicare linee di sviluppo nel contrasto della povertà meno assistenzialistiche.
Ma queste azioni di protesta contro i tagli rischiano di essere riduttive se fra gli operatori, il volontariato e la cooperazione sociale non si sviluppa una discussione pubblica sul ruolo e sulle funzioni delle politiche sociali nell’equilibrio complessivo del welfare, per riaffermarne un’utilità sociale meno residuale e promuovere l’esigenza di un lavoro sociale che abbia risorse professionali e condizioni organizzative adeguate per costruire misure attive di sostegno al reddito e alla persona, azioni finalizzate ad attivare le capacità autonome delle famiglie e delle persone, la responsabilizzazione dei cittadini.
Questo discorso è ancora più evidente in Sardegna. Dichiarazioni ufficiali e varie proposte di bilancio prefigurano un grave taglio delle risorse destinate alle politiche sociali. Queste riduzioni delle risorse non si sviluppano nell’ambito di un progetto organico, ma per rapidi scivolamenti verso l’assistenzialismo, la confusione programmatica, per gravi e crescenti conflittualità e fragilità organizzative.
In questi mesi di profonda crisi del tessuto economico le politiche sociali potrebbero essere un reale riferimento per le famiglie, in realtà, svolgono un ruolo secondario, molto inferiore alle loro potenzialità e alla tradizione programmatica e operativa su cui possono contare.
Nelle politiche sociali prevale, malgrado l’impegno di tanti operatori e di tanti amministratori, la parzialità delle risposte, l’evanescenza e la precarietà di molte soluzioni, la discrezionalità nell’erogazione degli interventi. L’erogazione di benefici monetari rischia di consolidare una condizione sociale di dipendenza dal welfare, un’area estesa di persone che dipendono da concessioni pubbliche, senza diritti che possono far valere, benefici ben individuabili che possono pretendere, senza promuoverne la crescita civile. Per quest’area estesa di dipendenza e di beneficiari passivi di prestazioni sociali (composta per lo più da persone che hanno quasi intatte le capacità di inserimento nel mercato del lavoro), non si costruiscono opportunità e azioni che attivino le capacità dei cittadini, si crea, invece, una situazione di integrazione sociale limitata, di fragilità nelle posizioni raggiunte, che nel breve termine attenua ogni conflittualità sociale, ma nel lungo periodo rischia di compromettere seriamente ogni progetto di sviluppo e di cambiare stabilmente il carattere delle persone.
Le politiche sociali così semplificate sacrificano il ruolo e la funzione di tutti i soggetti che operano nel loro ambito, il lavoro sociale degli operatori, la possibilità di mobilitare in modo efficace le risorse di solidarietà presenti nelle nostre comunità, di coinvolgere la cooperazione sociale in progetti d’intervento realmente efficaci nella consapevolezza che i processi di esternalizzazione richiedono regolazioni non solo di carattere amministrativo.
Ciò di cui si sta perdendo la consapevolezza è che i primi compiti del welfare sono quelli di attivare le capacità delle persone, di aiutarle a crescere come soggetti responsabili, coinvolgerle in programmi che accrescono la loro autonomia e la loro capacità di costruire un progetto di vita, fargli acquisire competenze nel lavoro di cura, attribuire loro diritti esigibili.