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Mettiamoci in gioco: campagna nazionale contro i rischi del gioco d’azzardo
  18/12/2012
 

 

Sebbene la conoscenza dei rischi connessi con il gioco d’azzardo si perda nella notte dei tempi, solo negli anni più recenti lo stato di fragilità che contraddistingue il giocatore è riconosciuto come problema sanitario. La condizione, che prende il nome di “Gioco d’Azzardo Patologico”, o “Gamblig” nei paesi anglosassoni, si caratterizza per il soverchiante desiderio/bisogno di giocare, per l’incapacità di resistervi e per la presenza di effetti negativi di tipo psicologico, relazionale, economico, legale. La comunità scientifica considera il gioco d’azzardo patologico una forma di dipendenza, analoga a quella che accompagna l’uso delle sostanze stupefacenti, con le quali il gioco condivide basi biologiche, determinanti psicologici e sociali, sintomi e complicazioni.
Dopo anni di pressioni per il riconoscimento della condizione come problema sanitario, il recente Decreto Balduzzi “Disposizioni urgenti per promuovere lo sviluppo del Paese mediante un più alto livello di tutela della salute” (Legge n. 189/2012), ha previsto l’inserimento degli interventi per il Gioco d’Azzardo nei LEA (prestazioni di prevenzione, cura e riabilitazione rivolte alle persone affette da ludopatia).
Non necessariamente il gioco d’azzardo diviene una dipendenza, tuttavia con l’aumento dell’accessibilità alle pratiche di gioco registrata negli ultimi anni, sono aumentati i giocatori sociali e con essi quelli a rischio e quelli patologici. Secondo una recente elaborazione del CNR sui dati della ricerca IPSAD (Italian Population Survey on Alcohol and other Drugs) Italia 2010-2011 emerge che:
  • in Italia il 42% delle persone fra i 15 e i 64 anni (equivalenti a 17 milioni) ha giocato almeno una volta nell’ultimo anno (in Sardegna il 52%);
  • la maggior parte dei giocatori non è a rischio;
  • 2 milioni di italiani sono a rischio minimo;
  • quasi 1 milione di persone sono giocatori d’azzardo ad alto rischio o già patologici.
 
La dipendenza da gioco comporta costi personali, familiari e sociali (depressione, ansia, violenza, riduzione delle performance lavorativa, perdita di reddito e di ruolo sociale e familiare, problemi legali) e costi sanitari diretti (ricorso al medico di base, ai sevizi psicologici, ai servizi specialistici e al ricovero). Le fasce sociali più interessate sono le più deboli, quelle sulle quali fa maggiore presa la “speranza del colpo di fortuna”.
A fronte della crisi economica che ha investito il mondo occidentale, l’evidente contrazione dei consumi familiari non coinvolge l’ambito del gioco. L’industria del settore non conosce crisi e l’Italia si distingue tra le nazioni per la particolare propensione al gioco d’azzardo: con 18,4 miliardi di euro il nostro Paese rappresenta oltre il 15% del mercato europeo del gioco e oltre il 4,4% del mercato mondiale (con l’1% della popolazione mondiale). Negli anni 2008-2011 il fatturato del gioco d’azzardo è cresciuto del 40%.
Questi ed altri argomenti sono stati affrontati dalla campagna “Mettiamoci in gioco”, promossa da ACLI, ADUSBEF, ALEA, ANCI, ANTEAS, ARCI, AUSER, Avviso Pubblico, CGIL, CISL, CNCA, CONAGGA, Federconsumatori, FeDerSerD, FICT, FITEL, Fondazione PIME, Gruppo Abele, InterCear, Libera, UISP. La campagna, presentata il 4 dicembre scorso al Senato, si rivolge, oltre che alla popolazione generale, ai partiti e alle istituzioni, ai quali segnala come i costi sanitari e sociali sopravanzino ampiamente i guadagni che lo stato realizza in questo settore.