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Decreto Balduzzi e emergenza peste suina africana in Sardegna
di Angela Vacca 14/11/2012
 

La peste suina africana (PSA), è presente nel territorio della nostra regione dal 1978, introdotta verosimilmente con rifiuti alimentari nella provincia di Cagliari e successivamente trasferita con lo spostamento di animali o di cose al restante territorio regionale. La PSA è una malattia infettiva e contagiosa che si contagia molto facilmente tra gli animali dell’allevamento, ma si diffonde difficilmente da un allevamento all’altro se non vi è spostamento di animali o di materiale contaminato.

Gli scienziati definiscono la PSA la malattia più complessa tra quelle che colpiscono i suini, per il carattere mutante del virus, la scarsa possibilità di produzione di vaccini e la variabile risposta anticorpale indotta nell’organismo.
Essa viene classificata tuttora come malattia esotica, per il controllo della quale sono previste dal regolamento di polizia veterinaria misure molto severe come l’abbattimento degli animali infetti, sospetti infetti e sospetti contaminati.
Dal lontano 1978 ad oggi in Sardegna queste misure hanno trovato applicazione in modo variegato: dall’abbattimento di tutti i suini nell’ambito della zona infetta, all’abbattimento dei suini del singolo allevamento. Le misure richieste dall’Unione Europea, messe in atto in risposta ai piani di eradicazione della malattia e l’adozione di provvedimenti, anche estremamente severi, non hanno portato comunque all’eradicazione della malattia.
Perché?
I motivi del perdurare della malattia e della recrudescenza dei focolai talvolta molto numerosi, come quelli che si sono verificati nel passato, ma anche in tempi recenti, possono essere ascritti a diverse interpretazioni della realtà dell’allevamento del suino in Sardegna, per il quale non si può prescindere da un analisi basata sui dati disponibili.
Il numero di animali allevati si aggira, in base ai dati della banca dati nazionale, sui 160.000 capi, allevati per lo più con forme di allevamento da riproduzione a ciclo chiuso prevalentemente con una bassa densità di capi, in alcuni casi tali allevamenti hanno consistenze numerose e sono una voce importante nella redditività dell’allevamento per la produzione del maialetto; sono presenti sul territorio pochi allevamenti intensivi, dove il maiale è allevato perlopiù all’interno di strutture dedicate per la produzione di suini da macello. Bisogna precisare che la maggior parte degli allevamenti a ciclo chiuso è in genere a supporto e integrazione dell’allevamento ovino e caprino. Gli animali, vengono spesso allevati ai margini dell’allevamento principale in recinti, quando esistenti, di fortuna, e il livello di cura e di attenzione da parte dell’allevatore è molto limitato, in alcuni casi tali animali sfuggono al controllo veterinario, in quanto non dichiarati dagli stessi allevatori. Oggi con un lavoro capillare i servizi veterinari stanno procedendo al controllo degli allevamenti già censiti e al censimento dei nuovi allevamenti in modo da avere la massima possibilità di controllo sull’intero patrimonio suino regolare della regione.
Oltre agli allevamenti ufficiali, regolarmente registrati nella banca dati nazionale, si stima la presenza di circa 20.000 suini allevati al pascolo brado nelle zone più impervie e di non facile raggiungibilità del territorio isolano. Questo tipo di allevamento è vietato dalla legge e sfugge totalmente ai controlli veterinari; i casi di malattia e di mortalità degli animali per PSA o per altre cause non vengono ovviamente denunciati. Questa forma di allevamento, resiste per diversi ordini di motivi ascrivibili perlopiù a usi e costumi locali, ma anche a motivi economici e in particolare:
  • L’esiguità delle spese per alimentare i maiali che, sfruttando le ghiande e gli altri prodotti del bosco, producono carni particolarmente saporite. Spesso gli animali sfruttano le terre demaniali.
  • L’abitudine alla macellazione clandestina e il conseguente fiorente mercato illegale delle carni fresche e trasformate. Questi prodotti sono molto ricercati dai turisti, ma anche da molti estimatori isolani.
  • La scarsa conoscenza nei consumatori dei rischi che derivano dalla mancanza dei controlli veterinari sulle carni, fatto che favorisce il mercato delle macellazioni clandestine. Si cita, solo per fare alcuni esempi di rischio per il consumatore, la Trichinella Spiralis che ha colpito gruppi di persone che avevano consumato carni macellate clandestinamente nel territorio del comune di Orgosolo, ma si possono ricordare anche altre malattie del suino quali il Mal Rossino che causa l’erisipela nell’uomo, malattia professionale dei macellatori, la cisticercosi suina che causa l’infestazione da Tenia Solium nell’uomo, oggi fortunatamente poco diffusa, il temibile Carbonchio Ematico e la Tubercolosi.
Nelle zone dove è praticato l’allevamento illegale dei maiali la PSA, anche quando ha causato gravi mortalità negli animali, non è mai stata evidenziata e di conseguenza in quei territori non sono mai state applicate le disposizioni obbligatorie per il controllo e l’eradicazione della malattia; la malattia in questi territori ha favorito la diffusione dell’infezione nel cinghiale.
Quando invece la PSA si manifesta negli allevamenti regolarmente censiti, gli interventi veterinari, previsti dalle leggi nazionali e dai piani regionali di eradicazione, sono generalmente sufficienti a contenere la diffusione della malattia. I successivi controlli eseguiti sugli allevamenti vicini, nelle zone di protezione e sorveglianza in un raggio rispettivamente di 3 e 10 chilometri dal focolaio e le misure restrittive previste in questi territori, contribuiscono ad evitare l’estendersi della malattia.
Il recente Piano di eradicazione della peste suina africana in Sardegna (DAIS 30 del 4 giugno 2012), individua il controllo del pascolo brado come punto critico per la riuscita dell’eradicazione della malattia dal territorio isolano. Prevede che il controllo dei suini detenuti illegalmente nei territori “problema”, sia effettuato dalla guardia forestale che ha l’obbligo di segnalare ai servizi veterinari competenti per territorio la presenza di maiali. I servizi veterinari a loro volta chiederanno l’intervento dei sindaci che dovranno organizzare la cattura degli animali con l’ausilio della guardia forestale e le altre forze dell’ordine; gli animali, dopo un periodo di attesa, saranno poi abbattuti e distrutti. Qualora, durante il periodo di attesa, qualcuno rivendichi la proprietà degli animali, gli animali saranno sottoposti a controlli veterinari e nel caso il proprietario disponga di locali idonei al ricovero, l’allevamento può essere regolarizzato; in alternativa gli animali saranno avviati al macello.
Le difficoltà applicative di questa procedura sono di facile comprensione, anche per il ruolo di responsabilità attribuito ai sindaci, che si dovranno confrontare con la popolazione locale storicamente abituata ad allevare il maiale allo stato brado e senza particolari obblighi di legge. Tuttavia tale strategia, se condivisa e attuata potrebbe dare buoni risultati.
Oggi purtroppo gli imprenditori e allevatori onesti del settore stanno soffrendo a causa delle limitazioni imposte dall’Unione Europea alla libera circolazione dei prodotti suini sardi, essendo consentita esclusivamente l’esportazione di carni e prodotti trasformati ottenuti da carni o suini di provenienza extraregionale. Si paventa purtroppo una chiusura totale del mercato con forti ripercussioni di carattere economico e sociale.
Si potrebbe ipotizzare un danno ancora maggiore se, per motivi economici e commerciali, alcune nazioni ponessero dei vincoli anche sugli altri prodotti del comparto agricolo e zootecnico, come per esempio è avvenuto in passato per l’export dei formaggi in Russia, per i quali veniva richiesta la certificazione di regione indenne da PSA, pur in mancanza di alcun nesso scientifico tra PSA e produzione di pecorino romano. Tali vincoli potrebbero inoltre essere estesi all’intero territorio nazionale, motivo per cui il problema della PSA in Sardegna è oggetto di grande preoccupazione da parte della politica nazionale.
Il DL 158/2012: Disposizioni urgenti per promuovere lo sviluppo del Paese mediante un più livello di tutela della salute, cosiddetto decreto Balduzzi, ha previsto uno specifico articolo di legge per il controllo delle emergenze veterinarie, l’articolo è di seguito integralmente riportato.
 
Articolo 9
(Disposizioni in materia di emergenze veterinarie)
1. In presenza di malattie infettive e diffusive del bestiame, anche di rilevanza internazionale, che abbiano carattere emergenziale o per le quali non si è proceduto all'eradicazione prescritta dalla normativa dell'Unione europea, con la procedura di cui all'articolo 8, comma 1, della legge 5 giugno 2003, n. 131, il Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro della salute, di concerto con il Ministro per gli affari europei, sentito il Ministro per gli affari regionali, il turismo e lo sport, diffida la regione interessata ad adottare entro quindici giorni gli atti necessari alla salvaguardia della salute dell'uomo e degli animali.
2. Ove la regione non adempia alla diffida di cui al comma 1, ovvero gli atti posti in essere risultino inidonei o insufficienti, il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro della salute, di concerto con il Ministro per gli affari europei, sentito il Ministro per gli affari regionali, alla presenza del Presidente della regione interessata, nomina un commissario ad acta per la risoluzione dell'emergenza o il conseguimento dell'eradicazione. Gli oneri per l'attività del Commissario sono a carico della regione inadempiente.
 
In Italia esistono diverse emergenze veterinarie legate alla presenza di malattie infettive degli animali, tuttavia la preoccupazione della persistenza e radicamento della PSA in Sardegna, ha sicuramente influenzato il legislatore nazionale nel redigere questo articolo di legge.
Si ritiene tuttavia che la complessità della situazione sarda per quanto riguarda la PSA, non sia di facile soluzione; alla luce dei risultati fallimentari dei piani che si sono avvicendati negli anni, sarebbe probabilmente opportuno riprogrammare una nuova strategia di lotta alla malattia. Sarebbe necessario riconoscere con umiltà gli errori del passato, affidandosi a esperti di comprovato spessore e a personale veterinario scelto per merito, operante nelle ASL, che può unire la competenza e le conoscenze tecniche ad una profonda conoscenza del territorio. Sarebbe necessario regolarizzare gli allevamenti illegali, attivare una forte azione di contrasto alla macellazione clandestina, diffusa in tutto il territorio regionale, regolamentare la macellazione uso famiglia tenendo conto eventualmente anche di usi e costumi locali. Sarebbe opportuno aumentare le conoscenze professionali degli allevatori attraverso interventi formativi finalizzati al miglioramento della gestione delle proprie aziende, come richiesto inoltre dalle norme comunitarie.
In Sardegna, la lotta a questa malattia negli anni ha determinato ingenti costi economici; per i servizi veterinari rappresenta l’impegno più gravoso, con un dispendio di energie e di risorse che vengono sottratte ad altre attività importanti per garantire la salute, il benessere animale e la sicurezza alimentare. Anche per questo motivo risulta quindi assolutamente indispensabile raggiungere l’obiettivo di eradicare la malattia. Sarà fondamentale trovare momenti di condivisione delle scelte e di motivazione di tutte le istituzioni chiamate ad affrontare l’emergenza, compresi i portatori di interesse.
L’analisi degli errori del passato ci aiuterà a trovare nuove strategie di lotta, ma sarà altrettanto importante una svolta culturale improntata alla diffusione della legalità e del rispetto delle regole.
 
* Sindacato italiano veterinari di medicina pubblica (SIVeMP)

 

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