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Disease mongering: come la disponibilità di farmaci condiziona la percezione della salute
di Pier Paolo Pani 17/01/2011
 

L’adozione di un trattamento farmacologico è facilmente confinabile all’interno della relazione medico-paziente: da una parte il cittadino/paziente che desidera un intervento che chiarisca e possibilmente risolva il suo stato di malessere, dall’altra il medico che verifica se questo malessere può essere attribuito ad una patologia e se può essere trattato con un farmaco efficace e sicuro.
Tuttavia la relazione medico-paziente nello specifico dell’attività prescrittiva è condizionata da fattori esterni, che intervengono prevalentemente a monte dell’atto medico. Essi influenzano la focalizzazione della persona sui possibili indicatori di uno stato di malessere, sulla sua attribuzione ad un problema di natura sanitaria, sulle aspettative di cura e sulla fiducia nel medico. Essi influenzano anche le scelte del medico, intervenendo sulle sue conoscenze riguardo alla natura del malessere e al suo inquadramento clinico, riguardo alla disponibilità di farmaci efficaci, al bilanciamento dei benefici ottenibili dal trattamento rispetto ai rischi che esso comporta, riguardo alle valutazioni in termini di costo-beneficio che condizionano la scelta del farmaco.
A questo proposito va ricordato che per numerose condizioni morbose il confine tra lo stato di salute e quello di malattia non è netto. I due stati sono infatti legati da un continuum, corrispondente a condizioni di disagio, malessere e compromissione di minore gravità. In questo continuum, la percezione soggettiva della persona sulla propria salute e quella del medico sul livello di alterazione che giustifica l’uso di un farmaco giocano un ruolo fondamentale.
Uno dei fattori capaci di interferire prepotentemente con l’atto prescrittivo è stato individuato negli ultimi anni e discusso nella letteratura medico-scientifica e di interesse sociosanitario. Si tratta del cosiddetto disease mongering. L’espressione, di origine anglossassone, sta ad intendere un processo “malizioso” di enfatizzazione e drammatizzazione di condizioni o disfunzioni fisiche di lieve entità, o addirittura fisiologiche, utili per condizionare i bisogni e le aspettative dei cittadini e le conoscenze e decisioni dei medici.
Numerosi esempi di disease mongering tendenti a proporre nuove patologie o ad ampliare i limiti di quelle esistenti sono riportati nella letteratura scientifica. Si tratta in genere di condizioni caratterizzate da una base biologica plausibile, spesso collocabili nell’ambito del continuum tra stato di salute e di malattia, che vengono rappresentate come diffuse nella popolazione, serie, ma soprattutto trattabili con farmaci sicuri ed efficaci.
Alcune condizioni si prestano particolarmente ad essere utilizzate ai fini del disease mongering. Esempi che hanno suscitato interesse e attivato il dibattito sono rappresentati dalla sindrome da carenza di motivazione, disturbo che colpirebbe una persona ogni cinque e caratterizzato da abulia e diminuito interesse nelle relazioni sociali; dalla estensione della disfunzione sessuale al 43% della popolazione femminile; dalla sindrome dell’intestino irritabile, trasformata in malattia seria e diffusa; dalla calvizie.
Il disease mongering, che tende per sua natura ad estendersi ai vari ambiti della salute, passa per diversi canali utili a condizionare le aspettative e le scelte di medici e pazienti. Essi possono implicare il coinvolgimento degli opinion leader della ricerca scientifica e clinica nel settore, gli organi di informazione medico-scientifica, ma soprattutto i mass media e gli organi di informazione generale.
La causa del disease mongering è stata attribuita alla divergenza degli interessi fra i sistemi sanitari da un lato e l’industria del farmaco dall’altra. I primi sono interessati a promuovere la salute dei cittadini attraverso il buon uso delle risorse economiche disponibili sia per la produzione di conoscenze sulle malattie, le loro cause e i rimedi, sia per la produzione di interventi sanitari efficaci; la seconda, seguendo principi di natura commerciale, è interessata anche al profitto e alla concorrenza.
I sistemi sanitari adottano strategie diversificate per proteggersi da questo fenomeno e più in generale dall’uso inappropriato dei farmaci. Fra queste ricordiamo le limitazioni e i vincoli inclusi nei prontuari farmaceutici e nelle autorizzazioni al commercio dei farmaci, i divieti e limiti imposti alla pubblicità sui medicinali, i limiti imposti alla informazione scientifica prodotta da parte delle aziende farmaceutiche. Aggiungiamo, inoltre, le azioni rivolte alla promozione di una informazione scientifica indipendente indirizzata ai medici e al personale sanitario dei servizi sanitari, nonché quella indirizzata alla cittadinanza nella forma di campagne e iniziative rivolte al buon uso del farmaco.
Più di recente sono stati proposti anche interventi utili a favorire gli investimenti dell’industria farmaceutica verso problemi sanitari di maggiore rilevanza e per i quali a tutt’oggi non esiste terapia, piuttosto che verso ambiti a forte concorrenzialità ma di minore o trascurabile rilevanza sanitaria.
In Italia, dove la sanità è regionalizzata, tali azioni riguardano oltre che il livello nazionale anche quello regionale, dove le politiche sanitarie dovrebbero includere gli interventi di promozione del buon uso del farmaco attuati attraverso azioni diversificate che coinvolgano i soggetti interessati nell’appropriatezza prescrittiva.

Per approfondimenti:

Moynihan R, Heath I, Henry D (2002). Selling sickness: the pharmaceutical industry and disease mongering. BMJ 324 (7342): 886–91. DOI:10.1136/bmj.324.7342.886

Garattini S, Chalmers I. Patients and the public deserve big changes in evaluation of drugs BMJ. 2009 Mar 31;338:b1025. doi: 10.1136/bmj.b1025.

Fabbri A, Bodini C. Disease mongering. Una malattia per ogni pillola. www.saluteinternazionale.info 30.6.2010.