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Il Piano nazionale per la famiglia
  8/10/2012
 

Il Consiglio del Ministri ha recentemente approvato il Piano nazionale per la famiglia”. Il documento, proposto dal Ministro della Cooperazione Internazionale e dell’Integrazione con delega alla Famiglia, è stato elaborato sulla base di un testo predisposto dal Comitato tecnico dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia e approvato in Conferenza Stato-Regioni.

Il Piano propone linee di indirizzo che tendono a superare la frammentazione e disorganicità degli interventi, assicurando la centralità e cittadinanza sociale della famiglia. Il Piano precisa che nei confronti di tutte le famiglie vale il principio secondo cui l’intervento non deve essere puramente assistenziale, ma di capacitazione (empowerment) delle potenzialità di partecipazione delle persone e delle famiglie agli interventi predisposti.
 
I punti qualificanti riguardano:
  • la centralità sociale della famiglia per la sua funzione di coesione sociale e coesione intergenerazionale;
  • il superamento della frammentarietà ed estemporaneità degli interventi, che vengono inquadrati in una visione unitaria;
  • la sussidiarietà degli interventi, tesi non a sostituire la famiglia, ma a rafforzare e potenziare le funzioni che le sono proprie facendo leva sulla capacità di iniziativa sociale ed economica che essa esprime;
  • la solidarietà, con la promozione dell’associazionismo, sia per la fornitura di servizi alla persona che di mutuo aiuto.
 
Le priorità individuate, sulle quali orientare gli interventi più tempestivi sono:
  • le famiglie numerose con minori;
  • le famiglie con disabili o non autosufficienti;
  • le famiglie con disagi relazionali.
 
Il Piano dedica la parte 6 ai servizi consultoriali e di informazione (consultori, mediazione familiare, centri per le famiglie) e ricorda come la spiccata sanitarizzazione dei consultori ha condotto, negli anni Novanta del secolo scorso, alla nascita di un nuovo organismo, il centro per le famiglie.
Tali centri sono oggi presenti in varie forme: a) come servizi gestiti dai Comuni in raccordo con le associazioni e il terzo settore; b) come luoghi gestiti e/o autogestiti da associazioni e volontari che promuovono sul territorio una cultura della cura e della solidarietà tra famiglie.
A fronte di una nuova e diversa domanda di servizi avanzata dalle famiglie, che può essere intercettata dai consultori familiari odierni solo parzialmente, Il Piano promuove, non la moltiplicazione di strutture e contenitori, ma l’adozione di una prospettiva intersettoriale, di una rete di servizi, di interventi, di soggetti ed azioni integrate (sociali, sanitarie, educative, relazionali, etc.) che si muovono nel variegato e complesso campo delle politiche dei servizi alla famiglia e del lavoro di cura.
In questa prospettiva, le attività del consultorio familiare possono trovare un naturale complemento nel centro per le famiglie.
Queste indicazioni del piano nazionale possono essere una sollecitazione per dare organica attuazione all’art. 19 del regolamento di attuazione dell’articolo della LR 23 dicembre 2005, n. 23 (Decreto del Presidente della Regione 22 luglio 2008, n.4. sull’Organizzazione e funzionamento delle strutture sociali, istituti di partecipazione e concertazione) che prevedono l’istituzione dei centri per la famiglia, come servizi promossi dai comuni associati, sulla base, comunque, di specifici accordi con le aziende sanitarie locali al fine di integrare le loro attività con le attività svolte dai consultori familiari, di cui alla legge regionale 8 marzo 1979, n. 8 (Istituzione e disciplina dei consultori familiari) e di altri servizi ed interventi di competenza.
Come indica il regolamento regionale e il Piano nazionale, il centro per la famiglia può quindi offrire servizi molteplici e diversi: dai gruppi di sostegno alla genitorialità, a gruppi di auto-mutuo aiuto, dalle banche del tempo al sostegno allo studio, dagli sportelli informativi e di consulenza alle opportunità ludiche. Il Piano sostiene la diffusione di questi centri per lo svolgimento di alcune funzioni, e in specifico: a) come sedi di funzioni di aiuto sociale quali i prestiti sull’onore e le consulenze professionali (come la mediazione familiare, la consulenza legale) che, per il loro carattere, richiedono le garanzie delle istituzioni pubbliche (il Comune o consorzi di Comuni); b) come sedi di uno sportello informativo, o in rete con altri sportelli informativi, che possa funzionare da nodo di connessione con la più ampia rete di servizi, pubblici, privati e di privato sociale, che erogano servizi e prestazioni per la famiglia (mappa delle risorse di cura presenti sul territorio fornite dal pubblico, dal privato e dal terzo settore); c) come spazio gestito da soggetti di terzo settore che producono servizi per quei bisogni non standardizzabili e programmabili che spesso incidono pesantemente sulla capacità organizzativa della famiglia di fronteggiare evenienze improvvise; d) come spazio di incontro e di discussione per quelle famiglie che sentono di potere trovare una soluzione ai loro problemi attraverso pratiche di condivisione (gruppi di auto e mutuo-aiuto) e/o di cooperazione (banca del tempo, gruppi di acquisto, ecc.).

Come indica il Piano, si tratta di favorire la nascita di centri per le famiglie, soprattutto nelle realtà sociali più piccole, a favore non solo delle famiglie con bambini piccoli, ma aperto a tutte le famiglie con rilevanti e imprevisti lavori di cura da fronteggiare, quale motore di iniziative di soggetti del terzo settore.

 

Aree tematiche: Famiglia e Comunità