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L’espressione pratica della partecipazione
di Carla Lai 30/05/2012
 

Allo scopo di aiutare i partecipanti a comunicare e ad ascoltarsi e a rendere realmente partecipativa la loro presenza esistono tantissime tecniche. Possiamo fare sei esempi:

  1. le giurie dei cittadini;
  2. i sondaggi deliberativi;
  3. le consensus conferences;
  4. i bilanci partecipativi;
  5. i town meeting;
  6. la open space tecnhology.
Le giurie dei cittadini, i sondaggi deliberativi e le consensus conferences
Le giurie dei cittadini nascono nel 1974 in un centro di ricerche americano e sembrarono da subito un ottimo strumento per affrontare temi controversi della vita della comunità. Gli argomenti trattati spaziano in diversi ambiti, dal campo ambientale a quello energetico a quello sul settore sanitario a quello scolastico. La giuria è formata da un campione di cittadini selezionato casualmente con il rispetto di alcune caratteristiche della popolazione di riferimento (sesso, età, professione, ecc.); questa giuria si riunisce un certo numero di volte per discutere un determinato problema e formulare delle raccomandazioni, assistita da tecnici facilitatori della partecipazione. Il metodo partecipativo delle giurie dei cittadini, si può suddividere in tre fasi:
  • nella prima fase, il soggetto promotore decide di creare un comitato di esperti nel tema di cui si occuperà la politica da implementare. Questi esperti sono attori istituzionali e associazioni di esperti sul tema da affrontare;
  • nella seconda, si stabiliscono i criteri della scelta dei giurati; dei cittadini si estraggono casualmente dai campioni precedentemente creati e li si avvisa degli incontri fissati. I gruppi devono essere il più eterogenei possibile;
  • nella terza, avvengono gli incontri tra giuria dei cittadini, esperti e rappresentanti politici.
L’assemblea è diretta da un facilitatore della partecipazione, che avrà il compito non solo di dare la parola, fare esprimere chi tende a stare in disparte e limitare chi per natura dominerebbe la scena, ma anche di guidare la discussione verso un obiettivo prestabilito, cioè rendere collettivi i pensieri individuali e portare i suoi giurati verso raccomandazioni condivise che saranno poi presentate all’assessore o al politico incaricato di implementare le politiche discusse. Le parole chiave del metodo sono: discussione tra i giurati ed esperti, facilitatore e condivisione.
Possiamo ricordare alcune esperienze italiane di giurie cittadine, quelle della città di Bologna del 2006 e una a Torino nello stesso anno.
Il caso studio più importane delle giurie dei cittadini in Italia fu quello di Vercelli del 2007. In questa città, i soggetti promotori, l’Università di Torino e del Piemonte Orientale, decisero di costituire un comitato per la progettazione di interventi per diminuire l’inquinamento ambientale, garantendo da subito il coinvolgimento attivo degli attori istituzionali e delle associazioni vercellesi attive sul tema ambientale. Così, gli assessori competenti di comune e provincia, i tecnici dell’amministrazione e dell’Agenzia regionale per l’ambiente (ARPA), le associazioni di commercianti e di ambientalisti e l’Automobil Club cominciano a riunirsi periodicamente con il gruppo di ricercatori per impostare insieme la struttura dell’evento.
Dopo di che furono scelti, i cittadini giurati. Si doveva cercare di creare una giuria eterogenea per sesso, età, luogo di residenza e titolo di studio. Dopo la scelta dei criteri, vennero estratti 18 cittadini, che si incontrarono per due sabati di fila nelle sede della provincia, insieme a un esperto dell’ARPA, un epidemiologo, un fisico degli inquinanti e un dirigente dell’Automobil Club, poi ancora il vicepresidente dell’Associazione dei commercianti, un’urbanista di Italia Nostra e per finire il mobility manager del comune. Le riunioni, come prevede la metodologia delle giurie dei cittadini, furono molto informali: venti sedie in cerchio, cartelloni, proiettore e un tecnico della partecipazione, chiamato facilitatore, a dirigere il gruppo. Il compito della giuria era quello di passare da una posizione individuale ad una posizione condivisa, tramite il dialogo, la comunicazione e il confronto e creare in ultima analisi tutta una serie di raccomandazioni da presentare all’assessore comunale per l’ambiente.
 
Il secondo metodo partecipativo sono i sondaggi deliberativi, che hanno lo scopo ultimo di capire cosa l’opinione pubblica penserebbe se si concentrasse sui temi in condizioni ideali e se fosse adeguatamente informata. Il suo ideatore fu James Fishkin dell’Università di Stanford, che volle creare una tecnica di partecipazione a metà fra un esperimento scientifico e una consultazione dell’opinione pubblica, con lo scopo di creare un’opinione pubblica informata e capace di deliberare consapevolmente su un problema politico complesso. Il suo metodo fu consolidato da importanti esperienze decennali in realtà diverse (dalle presidenziali americane ai referendum europei sulla moneta unica, fino alle politiche di amministrazione locali e temi controversi di rilevanza nazionale). Anche questa tecnica si può suddividere in una fase iniziale di organizzazione dei soggetti promotori (spesso si appoggiano a degli sponsor), che scelgono un campione casuale rappresentativo rispetto ad una specifica questione e invitano i membri del campione nei fine settimana per discutere di quella questione in una sorta di convention. Nella seconda fase, che ha inizio il giorno stabilito della convention, alle persone estratte che partecipano vengono fornite schede informative sulla questione in discussione; esse dovranno compilare un questionario sull’argomento e potranno:
  • discutere del tema in piccoli gruppi guidati da moderatori (focus group);
  • mettersi a confronto con esperti e leader politici;
  • produrre una deliberazione simulata comune sul tema (sotto ripresa televisiva);
  • dopo la deliberazione, vengono nuovamente sondati sulla questione (tramite la ricompilazione del questionario iniziale).
Nella fase conclusiva si riscontrano gli eventuali mutamenti di livello informativo e di opinione. Il metodo si basa sull’interazione faccia a faccia in piccoli gruppi con riprese televisive.
In Italia abbiamo avuto due casi di sondaggi deliberativi, uno del 2006 nel Lazio sul tema della sanità e della finanza etica e un sondaggio deliberativo sul tema della TAV e sul diritto al voto degli immigrati a Torino. Ma il primo caso studio italiano fu quello della Regione Lazio su sanità e finanza etica. Fu portato avanti grazie anche al supporto di alcuni sponsor e fu voluto fortemente dalla leader politica del tempo, dal presidente regionale Marrazzo e dall’Assessore al bilancio Luigi Neri, che avevano il desiderio di rendere concreta la partecipazione dei cittadini, anche se alla fine riuscirono a coinvolgere sempre le associazioni, i cittadini singoli storicamente più informati e attivi, coloro cioè che solitamente già partecipavano.
In sintesi, la Regione Lazio raccolse l’opinione dei cittadini selezionati dal sondaggio iniziale, riguardo a determinati argomenti e successivamente, al termine di un articolato processo dialogico, ha nuovamente proposto gli stessi quesiti osservando alcune variazioni nelle preferenze espresse. Per l’occasione furono selezionati un primo campione della popolazione laziale di duemila persone che sono state raggiunte telefonicamente e intervistate sui temi oggetto del sondaggio. Al termine dell’intervista è stato chiesto a ciascun intervistato di manifestare il proprio interesse a partecipare all’evento organizzato, presso il palazzo della Regione Lazio, a Roma. In base alle risposte positive raccolte sono stati sorteggiati circa 150 cittadini. Ciascuno di essi ha ricevuto a casa del materiale informativo ed è stato richiamato pochi giorni prima della giornata programmata per verificare che si ricordasse dell’iniziativa.
Il giorno fissato per il convegno si presentarono tutti i partecipanti estratti, che avevano a disposizione gli esperti del campo e il materiale informativo sugli argomenti. La differenza con altri casi di studio dei processi inclusivi fu la presenza di veri gruppi che, grazie alla guida dei facilitatori, riuscirono a dare ricchezza e diversi punti di vista sugli argomenti. La qualità della discussione fu molto alta. Nei sondaggi deliberativi le persone selezionate tendono molto spesso ad autoinformarsi e a prepararsi per l’evento, già solo per il fatto di essere stati scelti. Nel caso laziale avvenne proprio così: le domande proposte stupivano gli esperti, perché approfondivano temi non semplici e perché il livello medio di istruzione dei presenti non era elevato e con tante persone anziane, che tra l’altro, erano proprio quelle più partecipi.
 
Le consensus conferences, o le conferenze di consenso, rappresentano il terzo metodo utilizzato per incentivare la partecipazione dei cittadini; sono utilizzate in particolar modo, per raccogliere opinioni e deliberazioni su argomenti nuovi o controversi in ambito scientifico, tecnologico ed etico. Nello specifico, sono dei forum di discussione, guidati da un moderatore, dove sono coinvolti un gruppo di cittadini da 10 a 25, per dibattere un tema di forte impatto sociale, spesso dai contenuti tecnici e scientifici. Lo scopo di una conferenza di consenso è di produrre raccomandazioni evidence based utili ad assistere operatori e pazienti nella gestione appropriata di specifiche situazionicliniche. L’esito della conferenza di consenso, con una giuria a composizione multidisciplinare e multi professionale, produce una serie di raccomandazioni basate sulle prove di efficacia al termine di un dibattito pubblico in cui sono coinvolti sia esperti del tema in questione, sia rappresentanti del mondo laico (associazioni di pazienti o esponenti rappresentativi dei cittadini coinvolti nella problematica in discussione).
Il metodo è stato messo a punto per la prima volta dai National Institutes of Health statunitensi, che nel 1977 hanno creato il Consensus Development Program3 con lo scopo di fornire “valutazioni imparziali, indipendenti e basate sulle prove scientifiche riguardo alla questioni mediche più complesse”. Il comitato promotore, può formare alcuni gruppi di lavoro a cui affidare l’incarico di analizzare i diversi aspetti legati all’argomento oggetto della conferenza: analisi critica della letteratura, aspetti legati all’informazione, indagini sui comportamenti di gruppi campione, eccetera. Dal lavoro di questi gruppi, infatti, la giuria può trarre informazioni per mettere a confronto le prove disponibili con i pareri degli esperti e le relazioni prodotte. La celebrazione della conferenza di consenso prevede l’esposizione pubblica delle relazioni degli esperti e dei risultati dei gruppi di lavoro alla presenza della comunità scientifica, degli specialisti del settore e dei rappresentanti di cittadini e pazienti, e il successivo dibattito. Al termine della discussione, infine, la giuria redige a porte chiuse un documento finale che sintetizza le risposte ad alcuni quesiti predefiniti, che riguardano gli aspetti più controversi o critici dell’argomento trattato, e le relative raccomandazioni per la pratica. Durante queste fasi i pazienti, i cittadini e i loro rappresentanti possono essere coinvolti in accordo con il tema in questione. Possono essere consultati come esperti oppure coinvolti nei gruppi di lavoro organizzati dal comitato promotore, così come è opportuno che entrino a far parte della giuria (come è accaduto per esempio nella conferenza “Quale informazione per la donna in menopausa sulla terapia ormonale sostitutiva?”), oltre che partecipare alla discussione pubblica durante la celebrazione della conferenza.
 
I bilanci partecipativi, i town meeting e la open space technology
Un altro metodo è quello dei bilanci partecipativi. Il bilancio partecipativo è uno strumento privilegiato per favorire una reale apertura della macchina istituzionale alla partecipazione diretta ed effettiva della popolazione nell’assunzione di decisioni sugli obiettivi e la distribuzione degli investimenti pubblici, superando le tradizionali forme solo ‘consultive’ e creando un ponte tra la democrazia diretta e quella rappresentativa. È quindi un “luogo” dove si deve poter ricostruire nel tempo e in maniera collettiva il concetto di “bene comune” (o meglio di “beni comuni”), trasformando le tensioni sociali in progetto condiviso all’interno di spazi autogestiti dalla società civile ma marcati da una forte interazione dialogica con le istituzioni.
I bilanci partecipativi non si rifanno a schemi precisi, però possiamo individuare due famiglie: quelli di origine sudamericana, che puntano alla democraticizzazione delle autorità e dei poteri, lasciando più spazi per la partecipazione dei cittadini; e quelli di origine europea, statunitense e neozelandese, che invece hanno lo scopo principale di rendere trasparenti i criteri di gestione delle risorse pubbliche, dove il cittadino ha solo un ruolo consultivo.
Un riferimento obbligato è quello di Porto Alegre in Brasile. La procedura è basata su una serie di assemblee che si susseguono sino alla stesura di una proposta popolare di bilancio. La partecipazione, nel caso specifico, fu molto bassa, però anche nei casi che abbiamo avuto in Italia (una trentina di comuni) possiamo concludere che questo strumento è molto utile per implementare politiche più aderenti alle esigenze della cittadinanza e allo stesso tempo si può affermare che le decisioni prese in questo setting, abbiano avuto un carattere marginale e senza influenzare l’agenda pubblica.
La ricerca di Bobbio del 2007 “Amministrare con i cittadini: viaggio tra le pratiche di partecipazione in Italia, fa l’esempio, per la pratica dei bilanci partecipativi, del caso studio di Pieve Emanuele, che creò anche un nuovo tipo di bilancio partecipativo. Infatti, questo paese della provincia di Milano, dal 2003 organizza assemblee del bilancio partecipativo, dove in incontri di quartiere, ci si riunisce per discutere e decidere quali opere pubbliche finanziare per l’anno a venire. Ma le cose non andarono come sperato, nel senso che dopo tre anni di bilanci partecipativi, si notò che a partecipare erano sempre gli stessi e questo certo non poteva essere visto come una nota positiva, o come uno strumento che dovrebbe aumentare la partecipazione. Così l’assessore alla partecipazione decise di porre delle modifiche al modello di bilancio partecipativo fino ad ora utilizzato. Dal 2006, il paese si armò di due strumenti che ampliarono il bilancio: da una parte le assemblee partecipative, dall’altra, il comune attrezzò ogni angolo delle strade con i così detti “Punti Proponi”, dove tutti i cittadini (di 16 anni compiuti) possono effettuare le loro richieste per lavori del quartiere in cui vivono. Dopo un attento spoglio delle richieste raccolta dei Punti Proponi, l’amministrazione decide quali interventi sono realmente attuabili, pubblicando le scelte in un report. Successivamente i cittadini saranno chiamati a decidere quali opere eseguire, con una votazione quartiere per quartiere, con l’allestimento dei “Punti Decidi”, urne nelle quali depositare il voto. In questo modo il comune riuscì ad aumentare la partecipazione e includere cittadini che solitamente non partecipavano ai classici bilanci partecipativi.
 
Il penultimo metodo inclusivo, preso in esame, è quello dei town meeting. Questo strumento nasce circa quattrocento anni fa negli Stati Uniti, nella regione del New England, vale a dire, nei primi villaggi coloniali sorti nella zona nord-est degli USA. Qui è stato usato sin dall’inizio come espressione di democrazia diretta, attraverso assemblee che si tenevano per discutere tra gli abitanti le esigenze e le politiche del paese. Si tratta di uno strumento che nella sua forma originaria si è ben adattato alla costruzione di politiche pubbliche in realtà urbane di piccola scala, ed è tuttora adottato in molti piccoli centri statunitensi. Ci sono vari tipi di TM, tra cui si segnalano quello ‘open’ che conta sul coinvolgimento e la partecipazione diretta di tutti gli abitanti, e quello rappresentativo, in cui alcuni cittadini, selezionati fra la totalità della popolazione locale, discutono e votano in vece della collettività che rappresentano. Recentemente è stata sperimenta una nuova forma del town meeting che si appoggia su alcuni elementi di tecnologia come l’electronic town meeting. Il metodo electronic town meeting [e-TM] si distingue per l’uso di una combinazione di tecniche che consentono di coniugare i vantaggi della discussione per piccoli gruppi con quelli di un sondaggio rivolto ad un ampio pubblico. Nell’e-TM si svolgono in successione tre differenti fasi di lavoro, volte a facilitare i partecipanti nel trattamento dei temi oggetto della discussione:
  • una prima fase di informazione e approfondimento grazie agli apporti di documenti ed esperti;
  • una seconda fase di discussione in piccoli gruppi;
  • una terza fase in cui i temi sintetizzati e restituiti in forma di domande sono proposti ai partecipanti che si possono dunque esprimere in modo diretto votando individualmente mediante delle tastierine (polling keypads).
Le potenzialità di questo modello per i processi di democrazia deliberativa sono ormai riconosciute a livello internazionale e tale metodologia si va diffondendo ormai in vari contesti. Negli USA il metodo è stato usato in situazioni diverse e in Europa è stato sperimentato a livello politico, come nell’incontro del World Economic Forum a Davos (Svizzera), ma su scala ridotta e non aperto al pubblico. Il primo obiettivo del metodo è assicurare ai partecipanti un buon livello di conoscenza sui tre temi guida dell’evento: integrazione culturale, informazione e povertà. Documenti informativi, resi disponibili già prima dell’evento, ed il contributo di esperti di riconosciuta competenza, serviranno a rendere l’uditorio più consapevole e conseguentemente, il dibattito più fecondo. Il metodo fa un uso rigoroso della discussione su piccola scala, i cui risultati vengono riportati, grazie a tecnologie avanzate, su scala vasta, per poi facilitare una votazione diretta su singole proposte o alternative. I partecipanti all’evento discutono in piccoli gruppi organizzati attorno a tavoli rotondi. Per ciascun tavolo, un facilitatore con apposita formazione garantisce una discussione aperta e democratica. Le osservazioni sorte dallo scambio dialettico interno a ciascun gruppo vengono inviate, attraverso una rete di computer portatili collegati con tecnologia wireless, ad una squadra la cui funzione è di cogliere le intuizioni più stimolanti ed i temi comuni emersi dai singoli tavoli e di sintetizzarne i contenuti. Queste sintesi vengono riportate su grandi schermi all’attenzione di tutta l’assemblea, per evidenziare con citazioni dirette gli esiti delle discussioni. Tale materiale è terreno fertile per la formulazione di nuove domande, proposte o alternative da presentare alla sala intera, e sulle quali i partecipanti possono esprimersi direttamente, votando in tempo reale con telecomandi appositi, detti polling keypads.
Essendo i risultati istantanei, è possibile formulare immediatamente ulteriori proposte che tengano conto delle indicazioni dell’assemblea. Durante l’evento, che viene coordinato da un facilitatore centrale ed una equipe di regia, si effettuano interviste ai vari tavoli, video, ed infine un report che riassume le informazioni generali sulla partecipazione, il processo e le conclusioni dei lavori. Tale documento viene distribuito infine a tutti i partecipanti al termine della giornata.
 
Per terminare l’analisi delle principali tecniche partecipative, resta da analizzare la open space technology (OST). Si tratta di una tecnica basata sulla spontaneità, creata a metà degli anni Ottanta da un esperto americano di scienza delle organizzazioni, Harrison Owen, che si rese conto che le persone che partecipavano alle sue conferenze apprezzavano (e soprattutto utilizzavano per scambi di opinioni) più di ogni altra cosa i coffee break. I seminari organizzati secondo la metodologia OST non hanno relatori invitati a parlare, programmi predefiniti o espedienti organizzativi ma i partecipanti, seduti in un ampio cerchio, apprendono nell’arco della prima mezz’ora come faranno a creare la propria conferenza. Chiunque intende proporre un tema per il quale prova sincero interesse, si alza in piedi e lo annuncia al gruppo e così facendo si assume la responsabilità di seguire la discussione e di scriverne il resoconto. Quando tutti gli interessati hanno proposto i propri temi, viene dato avvio alla prima sessione di lavoro.
Alla fine della giornata viene distribuito ai partecipanti il resoconto (instant report) di tutte le discussioni svolte. All’interno dell’OST vengono riconosciuti comportamenti che tutti tendiamo ad assumere in situazioni collettive, ma in un contesto in cui le buone maniere sono temporaneamente ribaltate: non è scortese spostarsi da un luogo all’altro, anche mentre qualcuno sta parlando, e non lo è allontanarsi da un gruppo di lavoro se ci si vuole intrattenere con qualcuno. In sintesi, nell’OST gli unici responsabili di un evento noioso o poco stimolante sono i suoi stessi partecipanti e questa consapevolezza rende i lavori più intensi, appassionati e produttivi. È presente un facilitatore, ma con un ruolo molto diverso rispetto ai focus group: ha solo il compito di coordinare i vari momenti in cui si articola la giornata di lavoro. Un esempio di caso studio è rappresentato dal programma di riqualificazione urbana del quartiere di Napoli San Giovanni a Teduccio.
 
La e-democracy e i processi inclusivi interattivi
Con il termine e-democracy si intende la partecipazione dei cittadini alle attività delle pubbliche amministrazioni locali e ai loro processi decisionali attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie della comunicazione.
Se le tecnologie degli anni Settanta e Ottanta ci hanno reso dei semplici “telespettatori” della nostra società, ora si sta cercando di trasformarci in cittadini attivi e informati tramite il computer e la messa in rete di informazioni pubbliche.
L’impiego innovativo delle ICT (Information and Communication Technology), consente l’apertura di nuovi spazi di dialogo tra cittadini e amministrazione che integrano e rafforzano le forme tradizionali di partecipazione.
Questi processi si espletano in una pluralità di azioni che vanno dal tenere consultazioni on line su temi e/o documenti di policy, permettendo ai cittadini di fornire pareri sia in forma quantitativa (rispondendo a domande con set chiuso di risposte) che in forma qualitativa (risposte aperte, commenti, ecc.), al dedicare cura alla progettazione delle esperienze di consultazione, con riferimento agli aspetti tecnici, informativi (che tipo di documenti fornire), sociali (pubblici target), vincoli, metodi di consultazione; predisporre regole e individuare organi istituzionali responsabili del processo; coinvolgere le organizzazioni della società civile fin dalla preparazione delle iniziative di consultazione, e poi nella loro conduzione, e nella fase di analisi dei risultati.
La e-goverment funziona in due modi, con la consultazione dei cittadini su specifiche issues e la raccolta di feedback spontanei dei cittadini. I due “dispositivi” sono tipizzati nei seguenti termini:
  • la raccolta di feedback avviene su base costante e continua; le segnalazioni dei cittadini vengono analizzate da un gruppo di esperti e codificate in archivi elettronici; a seconda del tipo di questioni analizzate e del tipo di esperti-intermediari coinvolti, quindi del tipo di database predisposto, questo canale di ascolto può avere carattere totalmente pubblico o ad accesso specifico/mirato;
  • la consultazione riguarda temi specifici, generalmente individuati dalle istituzioni più coinvolte in ciascun processo decisionale ed ha una durata prestabilita, inserendosi in un calendario noto di attività; è aperta direttamente agli individui e ai gruppi inte­ressati dalle decisioni, sulla base di considerazioni preliminari sulla rilevanza del tema e le esigenze di praticabilità della consultazione; si svolge attraverso vari strumenti, dal semplice sondaggio (poche e semplici domande), al questionario più complesso e aperto (per esempio quando sono in discussione nuove politiche o misure legislative); si conclude con un rapporto rissuntivo dell notizie apprese.
In Italia abbiamo molti casi di e-democracy, come quello sulle politiche giovanili portato avanti dalla regione Marche.
È ovvio che i limiti di queste esperienze sono tanti, dall’accesso a internet e alle nuove tecnologie, all’inclusione di soggetti che non riescono a inserirsi nella società reale, figuriamoci in una società virtuale.
Certo la sua utilità si potrebbe dimostrare in politiche giovanili, per la partecipazione e la sensibilizzazione di alcune parti della società, non per politiche di inclusione sociale o di contrasto alla povertà.