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Dal programma “Nè di freddo né di fame” al There Is No Alternative
di Maria Lucia Piga 3/04/2012
 

C’è voluta la neve dello scorso febbraio per portare alla luce il fatto che anche nelle nostre società calde e mediterranee vivano, spesso in modo invisibile ai nostri occhi, tantissimi uomini e donne senza fissa dimora, che recentemente sono morti di fame e di freddo nell’indifferenza generale. Sarà sempre necessaria un’emergenza o un dramma per evidenziare un problema che ha una sua consistenza quotidiana, eppure inesistente per un’opinione pubblica distratta? La domanda che sorge spontanea è chi sono, quanti sono, perché si trovano per strada a dormire tra cartoni e vecchie coperte, quali storie di vita hanno alle spalle. Dai dati ISTAT emerge che sono 727 gli enti e le organizzazioni che, nel 2010, hanno erogato servizi alle persone senza dimora (in 158 comuni italiani oggetto della rilevazione). Essi operano in 1187 sedi ed ognuno eroga, in media, 2,6 servizi, per un totale di 3125 servizi. Un grande lavoro, che non può però essere gestito sempre all’insegna dell’emergenza. Oltre i dati di sistema, cosa sappiamo però dei percorsi di vita di chi si trova senza fissa dimora? Il profilo “classico” dell’homeless – così come emerge da un’iniziativa di censimento recentemente presa dalla Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora, in collaborazione con Caritas, ISTAT e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, rimane quello più diffuso: italiano, con un’età compresa tra i 45 ed i 65 anni, abituato a vivere in strada o con sistemazioni precarie, spesso con problemi psichiatrici o di alcolismo o tossicodipendenza.
L’interrogativo che ci poniamo tende a superare quel tipo di compassione inconcludente, superficiale o di circostanza, che finisce col rafforzare un’ideologia di rassegnazione e ineluttabilità circa i destini personali o le derive della libertà suicidaria; è un interrogativo che riguarda in primis le cause sociali di questo fenomeno, per cui milioni di persone sono spinte ai margini della società produttiva, senza diritti, senza riconoscimenti, senza rispetto, senza quell’aiuto necessario a risolvere problemi personali, familiari e sociali che, lasciati al caso, prendono il largo del degrado cronico, inchiodando il destino dei singoli ad una croce di solitudine e di sofferenza.
Più che il freddo o la fame, è il dogma del TINA (There Is No Alternative) di tatcheriana memoria che uccide, ossia la convinzione che il sacrificio umano sia il prezzo inevitabile da pagare per la regolazione dei conti pubblici. Veramente siamo convinti che sia il sociale a dover pagare il disavanzo pubblico, come se l’assistenza scriteriata fosse la causa prima del deficit del welfare?
Dimentichiamo forse che le politiche di sviluppo neoliberista, se non regolate da politiche sociali che prendano in conto il disagio e il bisogno, se non accompagnate da investimenti su e compensazioni del limite umano, producono diseguaglianze talmente gravi che possono minare la tenuta sociale del paese e la legittimità di chi ci governa. In questo modo possiamo sostenere con Ignacy Sachs la preoccupazione che le disuguaglianze non regolate aboutissent à une société nazi, situazione in cui sarà il solo criterio della sicurezza sociale (con conseguenze immaginabili in termini di sorveglianza armata) a trasformare il bisogno (e forse qualunque bisogno, qualunque diritto) in una percezione di pericolo avvertita dal sistema che allerta così le sue difese repressive, facendo in modo che la gran parte dei cittadini debbano fuggire i mendicanti come pericolosi insidiatori dell’altrui onesta ricchezza. Così semmai anche la spaccatura tra classi laboriose e classi inoperose servirà di motivo ispiratore per sempre nuove “politiche di coesione”.
Per quanto possa sembrare che ricchi-ricchi e poveri-poveri abbiano uno sviluppo distinto, sono in realtà due facce della stessa medaglia. Possiamo fare almeno due riflessioni.
La prima è sul valore della solidarietà: è su un unico binario infatti che si gioca la disuguaglianza, in società dove si strutturano i “giochi a somma negativa”, dove si vince o si perde, ma non si condivide. Quello che vince uno, è stato sottratto (come possibilità, come opportunità o come diritto) ad un altro, a gruppi, a moltitudini.
La seconda è sull’appropriatezza dei rimedi. Per quanto importante sul piano della “compensazione”, la solidarietà espressa dal volontariato (cosa sarebbero le nostre città senza la Caritas? Senza i Vincenziani?) non è sufficiente. Non lo sarà mai, visto che gli esclusi dalla cittadinanza, come bene aveva capito Marx quando a fine ottocento parlava di esercito industriale di riserva e di sottoproletariato, sono destinati ad aumentare ad un ritmo più sostenuto della diffusione di comportamenti altruistici. È necessario attivare il piano della regolazione sociale, il che implica una scelta di responsabilità politica e pubblica sui livelli essenziali di prestazioni previsti dalla Costituzione italiana. Ciò significa stabilire un criterio minimo (senza necessariamente fermarsi al minimo) per intendersi sul significato di vita dignitosa per tutti, e a questo compito va ricondotto il senso della politica, oltre che il senso di una comunità civicamente responsabile, che sa costruire diritti, interventi, presidi pubblici e risorse da destinare al benessere collettivo, in modo non condizionale ma vincolante (cioè: non “se avanzano i fondi”). In tal modo nessuno patirà la fame e il freddo, ma nemmeno l’insipienza e l’irresponsabilità di chi governa le politiche sociali.