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Le strutture residenziali in provincia di Cagliari
di Angelo Corrias 3/04/2012
 

Sono circa 1500 gli anziani residenti nelle strutture della provincia di Cagliari e in questi luoghi, dove gli spazi individuali sono inesistenti e spesso dividono la stanza con più persone, trascorrono a volte anche quindici anni della loro esistenza.
Era tempo che il sindacato dei pensionati (SPI) si esprimesse su questo modello di politica sociosanitaria e sugli enormi interessi economici che vi ruotano attorno. In tal senso anche l’istituzionalizzazione degli anziani è un problema drammaticamente rilevante, che va affrontato senza pregiudizi di sorta ma anche senza avere timore di mettere in discussione vecchie logiche e pratiche che nulla hanno a che vedere con la qualità dei servizi offerti.
Questo lo spirito col quale ci siamo mossi giusto un anno fa quando abbiamo firmato un protocollo d’intesa con l’assessorato alle politiche sociali della provincia di Cagliari. Accordo che ci ha consentito di effettuare un’indagine sulle strutture pubbliche e private per anziani presenti nel nostro territorio. Con lo scopo di ricavare elementi utili per la contrattazione sociale.
Con questa operazione, lo SPI di tutta la provincia ha svolto un lavoro di grande valore. Perché si è trattato di iniziare e di portare a termine un progetto di ricerca e di azione partecipata che ha investito tutte le leghe del territorio. Un’azione corale, di indagine e interviste, condotta da tante compagne e tanti compagni, che ha prodotto conoscenze del tutto nuove. La provincia si è assunta il compito di elaborare i dati raccolti, la cui sintesi è contenuta nel report Rilevazione delle strutture residenziali e semiresidenziali per anziani.
Si sapeva che la realtà delle strutture rappresenta una vera e propria giungla di servizi e di residenze, dove a volte sul concetto di trasparenza prevale la totale chiusura. Cosa che si è puntualmente rivelata nella nostra indagine.
Prima domanda: quante sono con precisione le strutture per anziani? Il numero varia a seconda delle fonti: c’è quella ufficiale (fonte provincia) che ne indica circa 75. Per quanto riguarda il nostro lavoro, abbiamo avuto accesso in 67 strutture le cui tipologie e tipo di gestione (pubblica, religiosa o privata) sono ben evidenziate nel report. A queste dobbiamo aggiungerne almeno altre 5 in cui ci è stato negato l’accesso, e già questo non è un segnale incoraggiante. In realtà il loro numero è sicuramente molto diverso, e sarà difficile per chiunque determinarlo. La cifra cambia continuamente anche perché mentre un certo numero di strutture nuove si affaccia sulla scena, altre chiudono. Ve ne sono altre poi semiclandestine, senza contatto con enti pubblici, che non sono presenti in nessun elenco. In questo cono d’ombra possono concentrarsi pericolosi fenomeni di irregolarità e disagio, che hanno come vittime gli anziani e le loro famiglie. Non di rado le cronache ci raccontano di situazioni allucinanti, in cui personaggi senza scrupoli creano dei veri e propri lager.
La distribuzione geografica delle strutture segnala una forte concentrazione su Cagliari città e hinterland, Quartu Sant’Elena e nella Trexenta, mentre sono carenti nel Sarcidano-Barbagia di Seulo e soprattutto nel Sarrabus. Questa disomogeneità, che risponde più a una logica di mercato, crea un vero e proprio fenomeno di “migrazione” territoriale dell’anziano, in qualche caso abbandonato a se stesso all’interno della struttura assistenziale senza ricevere nessuna visita per tantissimo tempo, anche a causa della distanza. Ma anche a Terramaini, che non è proprio in capo al mondo, 80 anziani su 120 non ricevono mai una visita (fonte interna).
Il numero dei dipendenti complessivo è di 973 lavoratori, di cui 784 a tempo indeterminato. Un comparto importante sotto il profilo dell’occupazione. Valutiamo positivamente la forte prevalenza dei contratti a tempo indeterminato. Però poco o niente sappiamo sul loro profilo professionale, o su quanto siano sindacalizzati. Porre l’attenzione su questa questione è per noi fondamentale perché risponde alla necessità di garantire in questi luoghi prestazioni sociosanitarie elevate che solo personale adeguatamente formato e motivato può dare.
L’impegno economico richiesto per la permanenza degli anziani nelle strutture è molto elevato in relazione al reddito medio delle famiglie sarde, spesso costrette per farvi fronte a impegnare pensione e casa. Le tariffe delle rette mensili oscillano tra gli 800 e 2200 euro, più basse rispetto alla media nazionale. I comuni contribuiscono al pagamento della retta di coloro che non hanno risorse sufficienti nel 26% dei casi.
Per avere un quadro completo dei servizi offerti occorre aggiungere anche il tema delle liste d’attesa. I dati rilevati evidenziano una presenza delle liste d’attesa nel 56% delle strutture. In linea col dato nazionale.
Le interviste ai residenti hanno coinvolto 383 anziani autosufficienti, di tutte le età, il 70% composto da donne. Sono state realizzate dal gruppo di lavoro tra marzo e aprile 2011. Si è trattato soprattutto di chiacchierate informali, quindi nel rispetto delle persone che ci concedevano un po’ del loro tempo, dei loro desideri e dei loro ricordi. Abbiamo trovato persone che ci hanno accolto molto bene. Si è parlato con ciascuna di loro cercando di capire quali motivazioni le tengono ancora vive, scoprendo che ognuna aveva dei desideri e delle aspettative sul proprio futuro davvero sorprendenti. Ci siamo concentrati su come vivono la loro esperienza attraverso domande che riguardavano la quotidianità.
Da queste interviste emerge il modo di vivere questi luoghi. Alcuni trovano la loro esperienza piacevole perché riapre loro l’opportunità di avere relazioni e contatti che avevano perso all’esterno. In molti invece si legge chiaramente il disagio di vivere in un luogo che ha comportato un cambiamento che viene vissuto in modo quasi traumatico, e conservano il segno di un scelta determinata da altri, e da loro subita.
I tempi di vita sono standardizzati a misura delle esigenze organizzative delle strutture, ignorano del tutto la soggettività della persona. Perché, ad esempio, un anziano quando arriva in struttura lo fai cenare alle 6.00? Oppure perché deve per forza svegliarsi o andare a riposarsi a un’ora decisa da altri? Cosa impedisce di organizzare il lavoro in modo da fargli mantenere le sue solite abitudini cercando di non farlo precipitare nella dipendenza? O di poter disporre assieme agli spazi comuni di piccoli spazi individuali con degli arredi personali che permetterebbero di poter rivivere l’atmosfera della casa precedente?
Come spezzare i ritmi di questa standardizzazione e rendere le strutture rispettose delle individualità dal punto di vista affettivo e sociale? Questa la domanda cruciale, attorno alla quale costruire le nostre future iniziative. Perché per fruire del diritto di cittadinanza, una persona, anche dentro una struttura, a maggior ragione quando ha delle disabilità, deve poter decidere e scandire parte del proprio tempo: come e quando mangiare, dormire, leggere, socializzare, isolarsi.
Dall’indagine emerge un’evidente esigenza di ripensare la tipologia dei servizi residenziali degli anziani; che se reinterpretati in una logica di rete nel territorio possono rappresentare una risorsa. Si può pensare a forme di partecipazione attiva del mondo del volontariato, l’AUSER ad esempio, fino a incontri con le scolaresche. Poi ancora, sostenere e valorizzare le persone che prestano cura ai propri familiari all’interno della struttura rendendole partecipi delle scelte organizzative e delle attività quotidiane. Favorire l’utilizzo della “banca del tempo”: se ho difficoltà a pagare la retta del mio familiare ti do due notti al mese.
Detto questo restiamo però dell’idea che la istituzionalizzazione degli anziani ancorchè non autosufficienti non può essere vista sempre e in ogni caso come la soluzione al problema.
Certo non tutto può essere domiciliarizzato, servono anche le strutture, ma buone strutture.
Allo stesso tempo bisogna contenere per quanto possibile il loro diffondersi, perché essere a casa è comunque sempre meglio che sembrare di essere a casa e, cosa da non trascurare, costa molto meno.
La vera alternativa alla residenza è una presa in carico totale sulle 24 ore direttamente o indirettamente, su 7 giorni e su 12 mesi. Altrimenti non funziona. In altre parole bisogna rendere il territorio capace di prendersi cura delle persone in maniera complessiva ed esaustiva, anche provando a coinvolgere e valorizzare il ruolo delle persone che assistono l’anziano.
Una proposta in tal senso, scaturita dai tavoli tematici, potrebbe essere quella di riconoscere formalmente il ruolo della persona che in casa si occupa dell’anziano, quasi sempre una donna della famiglia, dandole gli strumenti di formazione su come vanno usati i servizi. Oppure insegnare alle badanti come relazionarsi con l’anziano senza tensioni.
Vanno nella direzione giusta i contenuti del protocollo d’intesa sui programmi d’intervento sociosanitari per la non autosufficienza sottoscritto da CGIL CISL UIL e ASL8, che vanno a favorire le strutture diurne e i domiciliari, con l’obiettivo di contenere al massimo il ricovero in istituto, ma garantendo in ogni caso la risposta ai bisogni.
È dunque necessario riformulare i servizi e anche la distribuzione delle risorse tra ospedale e territorio.
Deve essere altrettanto chiaro che sul terreno della promozione della salute, gli enti locali, i comuni, incidono parecchio, forse più della sanità: sostegno al reddito, la rete dei trasporti, gli eventi culturali e ricreativi, piscine, strutture diurne e altro ancora, sono questi gli elementi giusti per il miglioramento della qualità della vita.

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