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Il declino delle strutture residenziali sociali
  3/04/2012
 

La Giunta regionale ha approvato nel febbraio scorso i requisiti per l’autorizzazione al funzionamento delle strutture sociali e inviato al Consiglio regionale il testo della delibera per il parere previsto dal regolamento della legge regionale 23/2005. Nei giorni scorsi la Giunta ha revocato la stessa delibera per gli evidenti errori e i contrasti con le norme vigenti contenuti nel testo, per l'insufficienza delle disposizioni contenute.
Lo stesso era accaduto nell’ottobre del 2010 quando la Giunta aveva approvato una delibera con i requisiti delle strutture sociali e l’aveva revocata nel mese di dicembre dello stesso anno a seguito di un parere negativo della competente commissione del Consiglio regionale.
Sono due anni, insomma, che la Regione cerca di regolare la materia senza raggiungere alcun risultato, che non riesce ad individuare i requisiti strutturali, organizzativi, di risultato delle strutture con la precisione e l’organicità che un atto pubblico di questa rilevanza richiede.
Una delibera che sicuramente ha una sua complessità, ma è difficile capire i motivi per i quali non si riesca a formularla con disposizioni coerenti con le norme più generali vigenti, senza introdurre evidenti illegittimità, dimenticanze.
Ciò che è necessario predisporre è una delibera che dia attuazione all’art. 28 del regolamento approvato dal Consiglio regionale della Sardegna nel luglio 2008 “Organizzazione e funzionamento delle strutture sociali, istituti di partecipazione e concertazione” (Decreto del Presidente della Regione 22 luglio 2008, n. 4). Tale articolo prevede quanto segue: “I requisiti specifici per le singole tipologie di strutture sociali sono definiti, nel rispetto dei criteri generali contenuti nel presente regolamento, dalla Giunta regionale, su proposta dell’Assessore competente in materia, sentiti i soggetti solidali … e previo parere della Commissione consiliare competente”.
Nel settembre del 2008 sono stati approvati i requisiti specifici dei servizi per l’infanzia, mentre il documento con i requisiti delle rimanenti strutture, era stato predisposto nel dicembre 2008, ma non ha completato il suo iter di approvazione a seguito dello scioglimento anticipato del Consiglio regionale.
Alla revoca delle delibere si sono accompagnate ripetute revoche di delibere di finanziamenti destinati alle stesse strutture. Nel luglio dello scorso anno la Giunta ha predisposto un bando che stanziava 23 milioni per la costruzione, la ristrutturazione e l'adeguamento di strutture pubbliche. Un bando che, a dire il vero, aveva già in partenza delle evidenti incoerenze, in quanto finanziava adeguamenti delle strutture senza fissare preventivamente gli standard fisici delle stesse. Comunque sia, lo scorso marzo, con un comunicato dell'Assessorato dell'Igiene e Sanità, si sono informati i comuni e gli altri enti pubblici che l’avviso era stato revocato. La revoca, si legge nel comunicato, “si è resa necessaria poiché, a causa di incongruenze presenti nell’avviso pubblico e delle dimissioni della Commissione, è stato impossibile procedere entro il 31 dicembre 2011 all’impegno delle somme messe a disposizione per il Piano”.
Sostanzialmente per le stesse ragioni, appena quindici giorni dopo, sono stati revocati i finanziamenti per la ristrutturazione e per l'acquisto di arredi e attrezzature per i servizi per l’infanzia.
Il risultato finale di questi ripetuti atti di revoca è il declino complessivo della qualità delle strutture sociali e la profonda incertezza che ne segna il loro futuro.
In Sardegna, a differenza di molte altre regioni, l'offerta di strutture residenziali sociali si è adeguata solo parzialmente ai mutamenti intervenuti nella domanda: non soltanto il crescente invecchiamento della popolazione, ma soprattutto il diffondersi di fenomeni di non autosufficienza, di una cultura della domiciliarità che ha favorito una più lunga permanenza dell'anziano e della persona con disabilità nella sua abitazione e l'ingresso in una struttura residenziale solo quando le abilità della persona risultano fortemente compromesse. Le persone arrivano in una struttura residenziale con delle condizioni di salute molto più gravi di quelle rilevabili qualche anno fa, risultano maggiormente selezionate in termini di gravità della loro condizione. Gli interventi del Fondo per la non autosufficienza filtrano notevolmente la domanda riuscendo a mantenere nella propria abitazione una parte considerevole dell'attuale domanda.
In questo contesto, l’esigenza prioritaria diventa quella di riconvertire buona parte delle strutture di carattere prevalentemente alberghiero (le cosiddette “Case di riposo”) in strutture per soggetti non autosufficienti, valorizzando il ruolo delle comunità integrate previste dal Capo III del citato regolamento, incrementandone l'offerta complessiva, dando maggiore continuità agli interventi delle Residenze Sanitarie Assistenziali in termini di strutture che assicurano decrescenti intensità di cura.
Non ha senso, è inappropriato, inserire in RSA un paziente che non necessita di cure sanitarie intense, ma allo stesso tempo non si può inserire in comunità alloggio pazienti con importanti non autosufficienze. Ciò di cui si sente la necessità è di una rete di servizi residenziali integrati, di un insieme di strutture che costituiscano un continuum fra sociale e sanitario, strutture che si differenziano tra di loro soprattutto in relazione all'intensità delle prestazioni sanitarie che in esse si svolgono in un processo di cura che comunque assicura continuità all'ospite. Le “cure alberghiere” e i luoghi dell'ospitalità sostanzialmente non cambiano: ciò che cambia, in particolare, è l'entità delle prestazioni sanitarie che di volta in volta la struttura deve assicurare ad alcuni dei suoi ospiti.
Con una delibera regionale del 30 gennaio 2008 si è avviata concretamente la presenza programmata del personale sanitario nelle strutture sociali riconoscendo nella gestione di persone non autosufficienti una quota sanitaria pari a 10 euro al giorno per paziente, assumendo come riferimento una delibera del 1994 e i valori monetari in essa riportati. Dopo decenni di assoluto disimpegno quella delibera costituisce l'avvio di un processo di integrazione nelle strutture residenziali, ma con un’entità finanziaria chiaramente insufficiente, in quanto già da allora la Sardegna era la regione con una quota a carico delle ASL di gran lunga più bassa.
Dopo quattro anni è lecito aspettarsi qualche passo in avanti, ma con atti certi di regolazione e di finanziamento, con un provvedimento organico che sappia consolidare le modalità collaborative che si intendono perseguire fra sistema sanitario e strutture residenziali sociali, il consolidamento di strutture sociali che sappiano affrontare la non autosufficienza più che l'isolamento e la solitudine dell'anziano; con interventi finalizzati a ridurre il costo di rette troppo elevate ripartendo più equamente i costi fra le famiglie e il sistema sanitario.