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Non è un welfare per pochi
di Remo Siza 15/12/2010
 
La Sardegna è una delle poche regioni italiane che dispone di un sistema dei servizi sociali molto ampio, con una pluralità di servizi ed interventi, che riesce ad assicurare ad un esteso numero di cittadini prestazioni sociali personalizzate e di buona qualità, basti pensare al Fondo per la non autosufficienza, ai programmi di contrasto della povertà, alle esperienze oramai consolidate di inserimento lavorativo e sociale. Non è sicuramente un welfare per pochi, è invece un sistema che offre risposte, ad un numero elevato di famiglie sarde.
Ha chiaramente dei vuoti e delle assenze, ma in questi anni è stato fatto molto per accrescere la sua capacità di risposta e per orientare le sue risorse al finanziamento di programmi che hanno effetti più diretti, spesso evidenti e misurabili, sulle condizioni di vita delle famiglie e delle persone: il fondo per la non autosufficienza, i programmi di contrasto della povertà, i programmi di inserimento lavorativo e di inclusione sociale, costituiscono i fondamenti di questo nuovo sistema di welfare. Questa prossimità ad esigenze essenziali delle persone, spiega perché ogni taglio crei una opposizione e una mobilitazione sociale molto estesa.
 
Il welfare regionale è stato ricostruito sulla base di tre orientamenti generali:
 
- la costruzione di diritti esigibili, spostando la maggioranza degli interventi verso diritti essenziali chiaramente individuati, diritti realmente esigibili, in una prospettiva di istituzione di livelli essenziali: una condizione accertata di disabilità grave, di povertà severa, di accertato disturbo mentale, deve dar diritto, tendenzialmente, ad una prestazione e il diritto non può essere condizionato dalle disponibilità di bilancio;
 
- l’integrazione con i servizi sanitari, promuovendo una maggiore integrazione dei servizi alla persona con i servizi e gli interventi sanitari, ma è un’integrazione che si costruisce concretamente nei percorsi di cura, prima e dopo un intervento sanitario, creando condizioni che favoriscono la collaborazione;
 
- la partecipazione attiva dei soggetti interessati, prevedendo un coinvolgimento diretto della famiglia nella definizione dei programmi, come accade nella predisposizione dei programmi personalizzati a favore delle persone con disabilità, nella definizione dei programmi di aiuto per le famiglie in condizioni di povertà.
 
I nuovi programmi hanno consolidato un welfare che in Sardegna ha una lunga tradizione, un sistema che consente ai Comuni di fronteggiare innumerevoli criticità e problematicità sociali, di promuovere esperienze fortemente innovative e interventi considerati di buon livello. È una delle Regioni che investe di più nel sociale, molto di più della media nazionale delle Regioni italiane, e l’impegno dei Comuni per realizzare un sistema di servizi efficace è molto rilevante.
 
L’indagine ISTAT sugli interventi e i servizi sociali dei Comuni evidenzia, l’incremento degli utenti che ricevono prestazioni sociali e il crescere degli impegni finanziari.
In Sardegna, nel 2007, ultimo dato disponibile, i Comuni hanno speso mediamente in un anno 145,8 euro per abitante, una spesa pro capite che si colloca ben al di sopra della media nazionale (107,8) e superiore a quella rilevabile in Veneto (104,3), in Toscana (132,6). Molto superiore alla spesa media del Sud d’Italia: i livelli più bassi di spesa per abitante si hanno in Calabria (26,2 euro) e in Campania (52,9 euro), in Puglia (56,4), in Sicilia (72,2).
È necessario precisare che il Veneto e la Toscana possono contare su una rete di fondazioni, cooperative, associazioni che fanno confluire nel sistema regionale di welfare notevoli risorse, le famiglie dispongono di maggiori risorse per acquistare servizi ed interventi di buona qualità fornite da strutture private. Basti pensare alle strutture residenziali private con rette elevate, irraggiungibili per la grande maggioranza delle famiglie sarde. Basti pensare che la spesa media delle famiglie sarde è stata nel 2009 di 1877,97 euro, molto inferiore a quella media italiana (2441,77), a quella del Veneto (2857,48) o della Toscana (2444,41).
Il sistema sardo poggia quasi esclusivamente su risorse pubbliche: un arretramento del sistema pubblico ha degli effetti immediati per i cittadini, crea vuoti non certo colmabili con una maggiore iniziativa privata o di terzo settore o con un maggior sacrificio delle famiglie. La stessa rete del volontariato e della cooperazione sociale, fonda il suo sviluppo, in larga misura, sulla rete dei servizi pubblici e sulle sue risorse.
In questi anni la Regione Sardegna ha avviato nuovi programmi regionali – in particolare nella lotta alla povertà, a favore delle persone con disabilità – e ciascuno di essi ha potuto contare su dotazioni finanziarie adeguate.
La crescita delle spesa sociale in Sardegna è stata molto elevata e molto superiore a quella osservabile nel territorio nazionale.
 
Regioni
2003
2004
2005
2006
2007
Sardegna
125,5
101,0
110,4
120,0
145,8
Italia
91,03
92,2
98,0
101,0
107,8
 
I dati del Ministero dell’Interno (certificato di conto di bilancio) confermano questa tendenza. In città come Cagliari la spesa corrente per il sociale è cresciuta dal 150,6 per abitante del 2003 al 244,6% del 2007 con un incremento, pertanto, del 62,42%; il più alto incremento osservabile fra le città italiane definite metropolitane.
Permangono, comunque, alcune criticità che la citata indagine ISTAT evidenzia chiaramente e che riguardano, in particolare, gli assetti organizzativi e gestionali.
A livello nazionale la spesa sociale del 2007 è stata gestita per il 21% da enti associativi (Consorzi, Unione dei Comuni, ambiti sociali, etc.) e per il 4,4% dalle Aziende Sanitarie Locali per delega da parte dei Comuni.
In Sardegna la situazione è molto differente: solo il 5,8% della spesa per interventi sociali è gestita in forma associata. Il restante 94,2% è gestito dai Comuni singoli, mentre in alcune Regioni la quota di spesa che i Comuni gestiscono singolarmente è molto bassa: appena dell’11% in Trentino Alto Adige, del 31,2% in Friuli-Venezia Giulia. Peggio di noi fa solo la Sicilia e la Calabria con, rispettivamente, il 100% e il 96,1% delle risorse gestite dai Comuni singoli.
In Sardegna, a dire il vero qualche passo in avanti, a seguito dell’approvazione della legge regionale 23/2005, c’è stato: nel 2005 addirittura il 99,8% della spesa sociale era gestito da Comuni singoli.
Nei Comuni del Nord oltre il 30% della spesa sociale è gestita da varie forme associative intercomunali, quali i consorzi, i comprensori, le comunità montane, le unioni di comuni. Contribuendo in tal modo, come rileva l’ISTAT, “ad ampliare l’offerta di servizi e le strutture accessibili anche ai residenti nei Comuni più piccoli, i quali in assenza di gestioni associate difficilmente riescono a mettere in atto economie di scala e ad adottare modelli organizzativi paragonabili ai grandi Comuni”.