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Vivere e invecchiare con l'AIDS
di Annapaola Deiana 15/12/2010
 
“Vivere e invecchiare con l’AIDS” oggi si può. È questo il tema cardine del convegno a carattere regionale che annualmente in occasione della giornata mondiale dell’AIDS, viene organizzato a Cagliari grazie ad una sinergica collaborazione tra la Cooperativa sociale Osat, la Divisione di Malattie Infettive del Presidio Ospedaliero SS Trinità di Cagliari, l’Istituto di Malattie Infettive dell’Università di Sassari e l’Associazione Interdisciplinare Medici Ospedalieri Sardi. Un appuntamento che si rinnova ogni anno e che, grazie alla partecipazione di alte professionalità del mondo scientifico e sanitario nazionale, vuole formare e informare sui vari aspetti sanitari e sociali che caratterizzano la malattia e soprattutto mantenere viva l’attenzione sull’infezione da HIV sensibilizzando l’intera collettività.
Se da un lato l’introduzione dei nuovi farmaci per la cura dell’infezione da HIV (la cosiddetta terapia HAART) ha infatti ridotto la diagnosi di nuovi casi di AIDS e soprattutto ampliato le aspettative di vita dei soggetti malati, dall’altro ha portato però ad un calo dell’attenzione nei confronti dell’infezione nonché ad un’assenza della percezione dei comportamenti a rischio, e quindi a una sua maggiore diffusione in tutta la popolazione.
Rispetto a dieci, venti anni fa lo scenario in cui l’infezione si muove oggi è profondamente mutato: la maggior parte delle diagnosi di infezione da HIV non è più legata alla tossicodipendenza quanto piuttosto al contatto sessuale. L’inconsapevolezza di aver avuto comportamenti a rischio associata al fatto che l’infezione può progredire per anni in maniera asintomatica o con sintomi aspecifici, porta inoltre ad un notevole ritardo della diagnosi, che spesso avviene in maniera assolutamente casuale o quando già l’infezione è progredita in AIDS. Si stima quindi che per ogni diagnosi di infezione da HIV ce ne siano almeno altre tre-quattro non diagnosticate.
Una delle categorie più a rischio di contrarre l’infezione e di trasmetterla a sua volta è quella dei giovani adolescenti. Dei 3,3 milioni di nuovi casi stimati ogni anno in tutto il mondo, almeno 1,11 interessano giovani sotto i 25 anni di età. Nella grande maggioranza dei casi, le relazioni sessuali per questi giovani iniziano molto presto nella fase adolescenziale e spesso senza alcun tipo di precauzione.
Tali tendenze sono state evidenziate anche da un interessante progetto di educazione sanitaria realizzato nel 2009 nella città di Sassari, dalla cooperativa OSAT e dall’Istituto di Malattie Infettive dell’Università di Sassari, a favore degli studenti delle seconde classi di tre Istituti di scuola media superiore. Il progetto, dal titolo “Prevenire è meglio che curare”, ha coinvolto un campione di 259 ragazzi (148 maschi e 111 femmine) ed è andato ad indagare sul grado di conoscenza dei giovani in merito all’HIV e altre malattie sessualmente trasmissibili (MST) nonché sulle loro abitudini sessuali, per poi intervenire in termini preventivi.
In particolare lo studio, tramite la somministrazione di questionari anonimi, ha evidenziato come la quasi totalità dei ragazzi intervistati, nonostante la giovane età, abbia già avuto dei rapporti sessuali perlopiù non protetti. E anche quando il metodo contraccettivo viene utilizzato, nella maggioranza dei casi è rappresentato dalla pillola (unica preoccupazione: una gravidanza indesiderata). Ha inoltre evidenziato l’errata convinzione sulla possibilità che una persona sieropositiva sia facilmente riconoscibile (macchie sulla pelle, magrezza, etc.) e che l’HIV possa interessare solo determinate categorie a rischio (tossicodipendenti, omosessuali, prostitute). È emersa anche l’idea che il contagio delle infezioni possa essere evitato con un accurato lavaggio dei genitali e che si possa guarire dall’infezione dell’HIV semplicemente assumendo la terapia antiretrovirale.
Si evince che molti ragazzi ignorano che tramite un rapporto sessuale non adeguatamente protetto si vada incontro al rischio di contrarre il virus dell’HIV e altre MST e di conseguenza non pongono in essere dei comportamenti atti a prevenire il contagio.
È quindi fondamentale investire più che mai sulla prevenzione primaria, educando in particolare gli adolescenti a comportamenti sessuali sani al fine di evitare lo stabilizzarsi di quei modelli comportamentali che possono minare lo stato di salute dell’intera collettività.
L’efficacia dell’attività di prevenzione, tramite un coinvolgimento attivo dei ragazzi, è stata evidenziata anche dallo stesso progetto che, ad una fase di acquisizione delle conoscenze di base dei ragazzi in materia di HIV e altre MST, ha fatto seguire degli incontri di informazione e formazione mirata che hanno contribuito a fornire puntuali elementi di conoscenza sulla materia, dissipare dubbi, ed aiutare i giovani a distinguere i reali fattori di rischio dai pregiudizi.

Il grado di conoscenza e consapevolezza acquisita a fronte di questo intervento educativo è stato più che soddisfacente ed è rappresentato sinteticamente dalle tabelle che seguono, le quali mostrano le risposte date ad alcuni quesiti del medesimo questionario proposto prima e dopo l’intervento.

Come riconosci una persona che ha l'infezione da HIV?
 
Pre-intervento
Post-intervento
Ha l'aspetto di una persona malata
26%
5%
E' pieno di macchie sulla pelle
46%
22%
E' troppo magro
8%
0%
Non è possibile riconoscerlo
20%
73%
     
Cos'è una malattia sessualmente trasmissibile?
 
Pre-intervento
Post-intervento
Una malattia di chi pratica sesso mercenario
4%
10%
Una malattia che si trasmette tramite i contatti sessuali
36%
78%
Una malattia che si contaggia solo fra omosessuali
12%
9%
Una malattia dei tossicodipendenti
48%
3%
     
Chi può contrarre l'HIV?
 
Pre-intervento
Post-intervento
I tossicodipendenti
51%
5%
Gli omosessuali
12%
6%
Gli extracomunitari
8%
1%
Le prostitute
17%
4%
Chiunque
12%
84%

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