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Carceri: una risposta sociale disumanizzante
di Ettore Cannavera 17/01/2012
 

La visita del neo Ministro della Giustizia, Paola Severino, nel carcere cagliaritano di Buoncammino è ulteriore occasione per richiamare l’attenzione pubblica, e in particolare degli addetti ai lavori, sulla situazione delle nostre carceri, sempre più luoghi di sofferenza e di morte. Il suicidio di Monia Bellafiore, e l’indomani quello dell’algerino Feres Chabachb a Buoncammino, ci interrogano profondamente alla luce di quanto la nostra Costituzione afferma al 3° comma dell’articolo 27: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Anche il nostro Presidente, Giorgio Napolitano, ha richiamato la gravità della situazione carceraria affermando che «ripugna alla coscienza e alla Costituzione».
Non è certo la costruzione di nuove carceri o la proposta del “braccialetto elettronico” che risolveranno il problema del sovraffollamento, perché le nuove carceri saranno presto nuovamente riempite anche per la dimostrata inefficacia del braccialetto. Perché rassegnarsi all’aumento degli ingressi in carcere e non pensare a come prevenire l’illegalità sempre più diffusa e il comportamento delittuoso? Perché spendere per nuove carceri, puntando più sulla repressione che sulla prevenzione-educazione? Se si puntasse di più su quest’ultima si avrebbero non solo grossi risparmi finanziari, ma soprattutto risparmio di sofferenze umane. Chi finisce in carcere non perde solo la libertà ma anche tanti altri diritti fondamentali (gli affetti, il lavoro…), e soprattutto la dignità. Ai detenuti, secondo le disposizioni di legge, devono essere riservati 7 mq a persona, ma il massimo di cui usufruiscono è 2,5 mq. La legge prevede che ai suini negli allevamenti siano destinati 6 mq per capo!
Come trascorrono il tempo in carcere i detenuti? Spendiamo per le nostre carceri circa tre miliardi all’anno, 138 euro al giorno a detenuto. Ma l’80% è per il personale (ed è sotto organico), il 13% per il mantenimento dei detenuti, il 3,4% per il funzionamento e solo 11 centesimi per le attività rieducative e di reinserimento sociale! Ecco perché l’ottica costituzionale della pena resta del tutto disattesa. La conseguenza è un tasso di recidiva che si aggira intorno al 68% per chi espia totalmente la sua pena in carcere, al 30,3%, per i beneficiari dell’indulto del 2006 e al 20% per chi sconta la pena in misure alternative (affidamento, ecc.). Nella nostra Comunità, “La Collina”, è al 10%.
Perché non favorire quindi queste misure, già previste dall’ordinamento penitenziario del 1975, con vantaggio oltreché economico anche di sicurezza sociale? È necessario allora un grosso lavoro culturale, di informazione, perché l’opinione pubblica diventi più accogliente che giustizialista e vendicativa… se non altro per convenienza economica e sociale. Quando riusciremo a capire che il carcere è un sistema profondamente irrazionale per gli scopi che si propone? Non rieducazione, non reinserimento, ma abbruttimento della persona. E i circa 70 suicidi all’anno nelle nostre carceri rappresentano «un fallimento per tutta la società … per le istituzioni», come affermato dal ministro Severino all’uscita da Buoncammino.
Resta il grosso problema del “dopo carcere”, dove solo con una società accogliente e con la responsabilità degli enti locali si può realizzare quanto previsto nella Costituzione sull’espiazione penale, cioè un vero reinserimento e non ulteriore emarginazione. Allora non solo carcere-repressione, ma investimenti economici, culturali, umani sia per evitare il carcere sia perché chi il carcere l’ha sperimentato possa rientrare pienamente nella legalità.
I suicidi sono un segno paradossale di chi pensa di togliere il disturbo suicidandosi. È come attuare il volere del tiranno e, al tempo stesso, sottrarsi alla sua tirannia. Gesti che esprimono difficoltà di tollerare il proprio passato sentendo l’impossibilità di rinnovarsi, vivendo un senso di oppressione che porta a fuggire da se stessi.