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I tagli al sociale come progetto strategico
di Remo Siza 15/12/2010
 
L’estensione dei tagli al sociale previsti dalla legge di stabilità finanziaria nazionale, approvata nei giorni scorsi, non rappresenta soltanto una massiccia riduzione dell’intervento pubblico in campo sociale legata a una condizione economica generale, ma un definitivo ridimensionamento delle politiche sociali, dell’estensione dei suoi beneficiari e una riduzione dei suoi campi di azione.
Come è stato rilevato da numerose associazioni, i dieci Fondi a carattere sociale più importanti potevano contare, nel 2008, su stanziamenti complessivamente pari a 2 miliardi e 520 milioni. Gli stanziamenti sono scesi a 1 miliardo e 472 milioni nel 2010, la manovra di bilancio per il 2011 abbassa gli stanziamenti di bilancio a poco più di 549 milioni.
Il taglio più significativo riguarda il Fondo nazionale per le politiche sociali (FNPS). Le risorse del FNPS destinate quasi esclusivamente alla regioni erano pari a 939,3 milioni nel 2008; per il 2011 si prospetta, di fatto, lo smantellamento del Fondo con uno stanziamento abbattuto a 275,3 milioni di euro. La manovra di bilancio per il 2011 cancella ogni stanziamento per il Fondo per la non autosufficienza: le risorse destinate al Fondo, erano pari nel 2007 a 100 milioni, erano salite a 300 milioni nel 2008 e a 400 milioni nel 2009 e nel 2010.
Il Fondo per le politiche della famiglia poteva contare nel 2008 su 346,5 milioni, gli stanziamenti scendono a 52,5 milioni nel 2011.
Il Fondo per le politiche giovanili era stato finanziato con 137,4 milioni, poi scesi a 94,1 milioni nel 2010. Nel 2011 gli stanziamenti saranno ridotti a 32,9 milioni (-65% rispetto all’anno precedente). Il Fondo nazionale per il sostegno all’accesso alle abitazioni in locazione sarà praticamente cancellato, con la riduzione delle risorse disponibili a 33,5 milioni (-76,7% rispetto al 2010). Nel 2008 il Fondo aveva ricevuto risorse per 205,6 milioni, nel biennio successivo gli stanziamenti erano stati ridotti a 161,8 milioni nel 2009 e a 143,8 milioni nel 2010.
Nessun finanziamento è stato previsto per il Piano straordinario per lo sviluppo dei servizi socio educativi per la prima infanzia. Quasi del tutto smantellato è anche il Fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità, drasticamente tagliati gli stanziamenti destinati al Fondo nazionale per il servizio civile. Dovremo anche aggiungere la social card, per la quale non è previsto alcun finanziamento aggiuntivo se non i residui dell’anno precedente, la riduzione del 75% rispetto allo scorso anno del 5 per mille destinato alle associazioni.
Il nuovo welfare ha due capisaldi, ha il compito di proteggere alcune categorie dai rischi legati alla perdita del lavoro e il compito di tutelare la salute.
Il sociale perde la sua rilevanza, è semplificato nei suoi campi di azione, rimangono sostanzialmente inalterati soltanto tre o quattro interventi sui quali si fondano delle nuove politiche sociali:
  • un welfare che assicura alle famiglie erogazioni di sussidi e contributi, in futuro sgravi fiscali, che consentono di acquisire liberamente nel mercato privato i servizi di cui esse necessitano;
  • alle persone con vere disabilità possono essere assicurate solo prestazioni economiche, tagliando tutto quello che promuove una integrazione scolastica e sociale, lavorativa i cui risultati sono ritenuti insoddisfacenti; non sono concessi progetti di reinserimento e di recupero alla vita sociale, ritenuti costosi ed inefficaci, sostanzialmente inutili, ma una sorta di compensazione, risarcimento per la sfortuna ricevuta dalla vita;
  • devono essere individuati con chiarezza i reali beneficiari, cercando di ridurre il loro numero: elevando la soglia di accesso, utilizzando massicciamente politiche di controllo, minacciando sanzioni perché i cittadini responsabili, per quanto possono, non devono gravare sulla spesa pubblica.
Finita l’era del welfare compassionevole, e la social card ne era una chiara espressione, l’idea guida è ora cambiata: il welfare state è inefficiente, crea dipendenza, assistenzialismo, non aiuta la crescita delle persone, non alimenta il senso di responsabilità, la fiducia e la solidarietà reciproca. È necessario ridurre drasticamente l’intervento pubblico, creare un welfare leggero, per affidarsi a una società attiva - come la definisce il Ministro Sacconi nel suo Libro Bianco sul futuro del modello sociale - che riesce ad affrontare e risolvere autonomamente le criticità e le patologie che emergono nel suo ambito, senza i costosi appesantimenti dell’apparato pubblico.
Il modello sociale italiano della società attiva, lo ritroviamo, per certi versi, nella Big Society del governo inglese di David Cameron, un modello in cui lo Stato si fa da parte, e alle comunità locali e alla partecipazione dei cittadini comuni più intraprendenti è affidata la gestione dei servi pubblici locali.
La Big Society si fonda su tre principi:
  • la riforma dell’apparato pubblico;
  • una maggiore capacità dei cittadini e delle comunità di affrontare i propri problemi supportati da programmi pubblici, di community empowerment da sperimentare inizialmente in alcune aree e da finanziare con i fondi messi a disposizione dalla Big Society Bank;
  • l’azione volontaria delle associazioni senza fini di lucro e delle fondazioni.
 

Il modello italiano condurrà anch’esso ad una riduzione dell’intervento pubblico, ma senza la consapevolezza, rispetto al modello inglese, che la capacitazione di una comunità (la community empowerment) non si può costruire senza destinare risorse specifiche alle comunità locali, senza finanziare politiche sociali e programmi orientati alla crescita di una comunità, alla sua partecipazione civile e responsabile, al miglioramento della sua vita sociale.