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La moderata protesta degli assistenti sociali
di Remo Siza 4/10/2011
 

Con ritardo e con qualche incertezza anche l’Ordine Nazionale degli Assistenti Sociali protesta per le disposizioni contenute nell’ultima manovra finanziaria. L’Ordine, che rappresenta quasi 40 mila assistenti sociali (quasi 1.200 in Sardegna), in un suo comunicato evidenzia con viva preoccupazione lo smantellamento del sistema dei servizi sociali che la manovra di agosto determina, lo stato del welfare che rischia di divenire residuale. Il documento annuncia forme di protesta su tutto il territorio nazionale ed un appello al Capo dello Stato.
Nei mesi scorsi la FISH e molte altre associazioni delle persone con disabilità, il Forum del Terzo settore e la campagna "I diritti alzano la voce" hanno chiamato tutti i cittadini, i volontari, gli operatori sociali, gli utenti dei servizi e le loro famiglie, le organizzazioni sociali di qualunque tipo a mobilitarsi, insieme, per una riforma del welfare che assicuri l'universalità dei diritti sociali, prima di tutto definendo i livelli essenziali delle prestazioni, che garantisca stanziamenti adeguati per servizi e prestazioni sociali, che introduca il reddito minimo di inserimento, che assicuri un fondo per la non autosufficienza non simbolico.
A quella mobilitazione e a quella protesta, alla quale si è aggiunta la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, gli assistenti sociali hanno partecipato marginalmente.
Forse ancora non tutti gli operatori sociali sono consapevoli della rilevanza dei processi avviati, e dei rischi emergenti per la sopravvivenza delle politiche sociali: per decenni sono state messe in discussione, criticate perché sottraggono risorse ad investimenti produttivi, ma nel passato l’impatto delle azioni di riforma e di razionalizzazione avviate è stato comunque limitato, la spesa sociale è rimasta sostanzialmente immutata, con qualche significativa crescita nel contrasto della povertà e delle condizioni di non autosufficienza.
A partire dal 2008 la situazione è mutata radicalmente: sono diminuite sensibilmente le risorse disponibili e ha assunto consistenza un progetto di riforma del welfare che intende ridimensionare le politiche sociali, il loro ruolo e la loro funzione, l’estensione dei suoi beneficiari e dei suoi campi di azione. In questo progetto la rete dei servizi, gli operatori e le loro competenze, le professioni sociali e la loro cultura della cura e dell’intervento, sembrano scomparire, diventano irrilevanti.
In tre anni le risorse complessive dello Stato per il sociale sono state ridotte di 2 miliardi. Il recente decreto ministeriale di ripartizione del Fondo delle politiche sociali per l’anno 2011 impegna poco più di 218 milioni per tutte le regioni e attribuisce alla Sardegna poco più di 5 milioni di euro contro i circa 32 milioni del 2007.
Questa riduzione del welfare si sviluppa anche sul piano della formazione universitaria: il corso di laurea in servizio sociale di Cagliari è stato già disattivato, ma il problema è più generale e riguarda molte altre sedi formative di servizio sociale di diverse università italiane.
L’attuale presenza sociale, sostanzialmente insoddisfacente, degli assistenti sociali è il punto di arrivo di un lungo percorso di progressiva perdita di centralità della professione.
Negli anni Novanta con le leggi del volontariato e sulla cooperazione sociale e alla fine dello stesso decennio con la legge sull’associazionismo e la legge sul sistema integrato dei servizi sociali, si è legittimato anche in termini istituzionali l’ingresso di soggetti non professionali nell’ambito del settore sociale. Nei confronti di questi relativamente nuovi soggetti, gli assistenti sociali non sono riusciti ad esprimere una capacità di orientamento, di “socializzazione” ai nuovi ruoli, di gestione di relazioni diventate più complesse.
In molti casi è prevalso un atteggiamento di diffidenza o di delega di compiti e di ambiti operativi, con controlli e relazioni prevalentemente di ordine amministrativo. Per capire le differenze, i limiti e le difficoltà che ha incontrato il progetto di professionalizzazione degli assistenti sociali, basta pensare a quanto accade nel settore sanitario e al ruolo vigile ed egemonico che svolgono le professioni mediche nei confronti di ogni nuovo ingresso professionale e ogni progetto di mutamento anche limitato.
Con le altre professioni sociali – a carattere educativo, psicologico o sociologico – che si sono consolidate nell’ambito del welfare per l’articolarsi delle sue prestazioni e delle modalità d’intervento, non si è sviluppata ugualmente una interazione soddisfacente. L’assunzione di una responsabilità generale sull’evoluzione del settore e sull’andamento della rete dei servizi credo che non si sia manifestata adeguatamente anche nei confronti delle cosiddette badanti.
Il consolidarsi di una dirigenza negli enti locali in prevalenza con formazione amministrativa-giuridica più che sociale, ha contribuito ulteriormente allo “schiacciamento” della professione in ruoli e ambiti settoriali e a ridurne l’autonomia professionale.
A questo punto, in un ambito operativo caratterizzato da una pluralità di soggetti e professioni in cui nessuno assume una posizione guida e di orientamento generale, può accadere che una singola componente, senza riuscire a trascinare le altre componenti, riesca ad esprimere una maggiore capacità di iniziativa nel contrasto di una riforma del welfare che incide profondamente sui suoi fondamenti e sulle sue risorse, senza influenzare altri soggetti che tardano ad individuarne i terribili sviluppi.