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Costruire coesione sociale
di Ettore Cannavera 5/11/2010
 

Le politiche sociali hanno il compito di creare benessere sociale, creare rapporti di collaborazione e fiducia, comunità di vita e di relazione più inclusive e attente al benessere delle persone. Le leggi, i finanziamenti, i PLUS sono gambe per camminare, per crescere… Ma ad ogni intervento di politica sociale va sottesa una scelta di fondo: quale società vogliamo costruire? Una società fondata sulla cooperazione e la partecipazione o una fondata sulla contrapposizione, sul conflitto? E questa la scelta che siamo chiamati a compiere.
In un quartiere, in un vicinato, è l’attenzione all’altro, ai suoi bisogni, ai suoi desideri, alle sue difficoltà, che crea benessere personale e sociale. È lo sguardo diverso sul volto dell’altro che permette di superare le nostre difficoltà esistenziali. È l’ascolto dell’altro, nella relazione autentica, anche sostando nel conflitto, che crea benessere, cioè essere «con» anziché «contro» l’altro.
Le politiche sociali non possono essere soltanto politiche settoriali volte esclusivamente all’organizzazione dei servizi in un determinato territorio, ma uno strumento di integrazione sociale della comunità e di promozione di politiche di coesione sociale. Le buone relazioni tra le persone si costruiscono principalmente attraverso relazioni.
Un servizio di per sé non cambia le relazioni in un quartiere, è un mezzo che utilizziamo per rendere più efficace la nostra azione a favore di una comunità, per migliorarne le relazioni.
Il lavoro sociale è complesso e difficile: non può essere soltanto la gestione di un programma di spesa, è un’opera di crescita culturale, di contrasto della solitudine e dell’individualismo imperante, è un’opera che crea ponti e legami tra le persone. Tutti i progetti, le pluralità dei servizi, gli investimenti finanziari, gli interventi di politica sociale rischiano di essere inefficaci quando non si ispirano a una visione antropologica che veda nella relazione lo «status ontologico» di ogni essere umano.
Da tempo l’antropologia filosofica e la psicologia umanistica hanno colto l’essenza dell’uomo, ciò che lo rende tale, nella relazionalità. Sembrerebbe che ormai, come scrive lo psicoanalista Luigi Zoja, «l’altro è morto», sia lontano dai nostri orizzonti. L’altro, di cui abbiamo bisogno per essere, per realizzare la nostra umanità. È il volto dell’altro – scrive Emmanuel Lévinas – che mi permette di essere; è nella relazione che io sono.
Una cultura che oggi tende alla contrapposizione, o addirittura all’annientamento dell’altro, crea solitudine, malessere, portando all’isolamento, alla depressione, ai comportamenti auto- ed etero distruttivi. Il benessere individuale si realizza solo nel benessere sociale, riconoscendo l’altro diverso da me per cultura, per etnia, per religione, per appartenenza partitica, realizzando coesione sociale come espressione autentica della nostra relazionalità ontologica.
Che fare, nel concreto? Creare luoghi, spazi e tempi di confronto, partecipando, assumendo la responsabilità della polis, del benessere comunitario come compito prioritario del lavoro sociale. O si sta bene insieme o non si sta. Solo l’eremita ha la possibilità di realizzarsi in solitudine, ma per una vocazione diversa, eccezionale. L’uomo ha bisogno dell’uomo per essere tale! Solo la partecipazione, l’essere «parte», con conseguente responsabilità di una comunità, di un territorio, ci permette di realizzare la nostra umanità e le nostre scelte professionali.