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Una nuova delibera regionale per il contrasto della povertà: un ritorno all'assistenza sociale?
di Remo Siza 3/05/2011
 

C'erano una volta gli ECA, gli enti comunali di assistenza, istituiti nel 1937 per sostenere con sussidi in denaro o in natura le famiglie in condizioni di particolare necessità e iscritte nell'elenco dei poveri.
Con i DPR n. 480/75 e n. 348/79, con la successiva legge regionale 4/88, incomincia, anche in Sardegna, un lungo percorso di costruzione di un sistema dei servizi sociali: lo scioglimento degli ECA e il trasferimento delle loro funzioni al comune in cui l'ente stesso ha sede è uno dei più rilevanti punti di partenza di un nuovo sistema di welfare.
Il sostegno alla famiglia in condizione di povertà diventa competenza dei servizi sociali - non più dell'impiegato e dell'applicato dell'ECA a cui non è richiesta una competenza specifica - ed è affidato alle professioni sociali che hanno il compito di accompagnare l'erogazione monetaria con una presa in carico della famiglia, delle problematiche che emergono nel suo ambito, di eventuali dipendenze, in una valutazione complessiva delle condizioni di vita dei minori.
Il superamento di interventi fondati esclusivamente su una erogazione monetaria diventerà una prassi largamente condivisa negli anni Novanta. In quegli anni, in tutti i paesi dell'Europa, si discute sulla dipendenza delle famiglie povere dagli interventi assistenziali, sugli effetti negativi dei sussidi economici sulle motivazioni al lavoro e sulla capacità di costruire un proprio futuro autonomamente, promuovendo una radicale transizione da misure passive di sostegno al reddito a misure finalizzate ad attivare le risorse individuali delle persone.
La delibera sulla realizzazione di azioni di contrasto alla povertà assunta dalla Giunta Regionale nei giorni scorsi, che stanzia 30 milioni di euro per il contrasto della povertà in attuazione dell'art. 5 della legge finanziaria 2011, non si muove in questa prospettiva. Certo, prevede attività lavorativa, ma solo per alcuni, destinando invece alla maggioranza delle persone in condizione di povertà, erogazioni monetarie.
La delibera sostituisce il termine sostegno alla famiglia, utilizzato finora nei documenti ufficiali, con sussidio economico. La sostituzione non è casuale ed è espressione di un ritorno all'indietro nella lotta alla povertà.
Solo per le famiglie inserite nel servizio civico comunale si ritiene necessario un inserimento lavorativo e un intervento attivo, mentre per le altre famiglie, la stragrande maggioranza, è ritenuto sufficiente un sussidio economico, un po' di risorse erogate per qualche mese, senza costruire una qualsiasi prospettiva di recupero alla vita sociale, senza incidere minimamente sui problemi che hanno contribuito a determinare una condizione di deprivazione. Erogazioni monetarie che possono contribuire a risolvere problemi contigenti, ma che non aiutano le persone e le famiglie a costruire nuove prospettive di vita.
L'unica preoccupazione, e i richiami nel testo della delibera sono ricorrenti, è quella di controllare, prima di ogni erogazione economica, che la persona sia in condizione reale di bisogno. Il compito del servizio sociale è quello di "garantire l'assistenza nella presentazione della documentazione richiesta". Tutto l'altro, come avrebbe detto qualche funzionario dell'ECA, è secondario, non è di mia competenza.
Per tanti anni - dalla legge regionale 4/88 al Piano socio-assistenziale approvato nel 1998 e per tutte le delibere che si sono succedute negli anni scorsi - si è cercato di costruire programmi di contrasto della povertà nei quali l'erogazione di un intervento economico è accompagnata da altre azioni che consolidano nel tempo l'equilibrio finanziario di una famiglia, promuovono l'acquisizione di modi di vita che accrescano la sua capacità di partecipare alla vita sociale, contribuiscono a risolvere alcuni problemi di salute o di dipendenza, favoriscono l'inserimento scolastico dei minori per evitare che la povertà si riproduca per generazioni.
In questa prospettiva, gli interventi di carattere economico sono inseriti in un progetto personalizzato di aiuto predisposto dal comune, che costituisce una presa in carico globale della persona e della sua famiglia ed è finalizzato alla promozione della autonomia, della dignità personale e al miglioramento delle capacità individuali. Il progetto personalizzato è sottoscritto dal beneficiario di programma d'aiuto, e prevede impegni personali volti a favorire l'uscita dalla condizione di povertà e percorsi di responsabilizzazione e valorizzazione delle sue capacità: la permanenza, o dove necessario il rientro, nel sistema scolastico e formativo da parte dei componenti in età scolastica; miglioramento dell'integrazione sociale, anche attraverso l'inserimento in attività di aggregazione sociale e di volontariato, attività lavorativa commisurata all'entità dell'erogazione monetaria.
Certo, esistono delle povertà che riguardano pressoché esclusivamente l'assenza o l'insufficienza di reddito, che si sviluppano in famiglie che presentano una sostanziale normalità negli equilibri e nelle relazioni, un'assenza di patologie e di conflitti gravi, ma rappresentano una quota molto ridotta delle famiglie che si rivolgono ai servizi sociali comunali, e, soprattutto, non sono quelle che emergono quando si fissa un limite ISEE così basso.
Nella grave condizione economica delle famiglie sarde le nuove consistenti risorse che la legge finanziaria 2011 e la delibera citata destinano al contrasto della povertà possono costituire un'occasione di particolare rilevanza, un'opportunità per migliorare sensibilmente le condizioni delle famiglie sarde e la loro capacità di fronteggiare gli eventi di povertà, oppure possono rappresentare il ritorno a programmi di assistenza sociale che da decenni hanno dimostrato tutta la loro inefficacia e che non costituiscono alcuna occasione di crescita delle persone.
Il primo compito del welfare è quello di attivare le capacità delle persone, coinvolgerle in programmi che accrescono la loro autonomia e la loro capacità di costruire un progetto di vita, fargli acquisire competenze. Come diceva un famoso esperto, le persone non sono povere perché non hanno denaro: sono povere perché non hanno un lavoro, perché i loro salari sono troppo bassi, perché stanno cercando di tirare su un bambino da sole, o perché stanno attraversando una crisi. Il welfare di lungo periodo basato sul denaro per chi gode di buona salute è innatamente sbagliato, si limita a trattare i sintomi non le cause: è sbagliato in quanto eroga denaro, non servizi, formazione, opportunità di inserimento nella vita sociale.
Sono infiniti gli studi e le ricerche che evidenziano che la povertà è per lo più una condizione provvisoria, che gli individui pongono in essere una pluralità di azioni per uscire da questa condizione: gli interventi di welfare sono efficaci quando costituiscono un ulteriore supporto, un appiglio, una nuova risorsa, un "ponte" che contribuisce a superare un evento critico, quali il sopraggiungere di una dipendenza, di un grave conflitto familiare, di esigenze di cura di un componente, la perdita dell'abitazione, gli effetti devastanti sulle relazioni familiari della perdita del lavoro, eventi che riducono le possibilità di un inserimento nel mercato del lavoro e nella vita sociale o il mantenimento di un'occupazione.