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Il conflitto come esperienza di apprendimento e di trasformazione
di Simona Zinzula 17/01/2011
 

Il conflitto presenta molte sfaccettature, è denso e confusivo. Perché ci sia conflitto ci deve essere confusione, difficoltà a capire cosa succede, estraneità e perdita di controllo che può nascere dalla paura di non avere padronanza, di non avere naturalezza.
Nella nostra cultura, rappresentata anche nella definizione che danno i dizionari della lingua italiana, il termine conflitto ha una connotazione negativa. C’è una confusione semantica di significato che fa si che il linguaggio diventi realtà.
Con queste affermazioni Daniele Novara, direttore del Centro Psicopedagogico per la Pace e la Gestione dei Conflitti, ha introdotto il corso di formazione presso la Comunità La Collina, a Serdiana, in provincia di Cagliari, il 4 e il 5 dicembre dello scorso anno.
Nel suo approccio non si usa mai il termine “soluzione” in quanto, il termine stesso implicando l’eliminazione del conflitto, non rappresenta l’idea del conflitto come risorsa. Inoltre, lo stress che solitamente si sperimenta all’interno di una relazione conflittuale è dato dall’ansia di risolvere il conflitto. È necessario quindi, cessare di volerlo risolvere poiché capire quello che accade è più importante. A partire da questo assunto si tratta di comprendere come ci si deve rapportare all’interno di una situazione conflittuale per far si che possa diventare uno strumento utile non solo per l’apprendimento ma anche per una migliore conoscenza di se stessi. Il conflitto è in questa prospettiva, esperienza di apprendimento e di trasformazione.
Dobbiamo inoltre distinguere il confine sottile che esiste tra il conflitto e la violenza poiché a volte il conflitto resta latente finché non esplode in maniera violenta. Analizzando il termine conflitto possiamo subito capire che si sta all’interno di una relazione sebbene conflittuale, mentre la violenza è caratterizzata dall’intenzione di eliminare chi è portatore del problema e quindi dalla volontà di interrompere la relazione con conseguente irreversibilità del danno. La violenza è tipica di chi ha difficoltà a stare nella relazione di contrarietà e denota una carenza conflittuale. Elimina la contrarietà e il problema attraverso l’annientamento.
La capacità di lettura e di comprensione del conflitto invece, rappresenta una competenza relazionale fondamentale. Lavorare sui conflitti è pertanto un antidoto contro la violenza e si usa come apprendimento. Gli strumenti da utilizzare in caso di violenza sono diversi da quelli utilizzati nella gestione del conflitto.
È bene evidenziare che quando ci si trova in una situazione conflittuale, la questione principale è non subire il conflitto ed evitare di leggerlo come sofferenza, dolore o ferita perché questo ci fa diventare fragili, deboli e sottoposti alle intemperie conflittuali come rabbia e impotenza, gelosia, esclusione, scarso riconoscimento e paura che sono solitamente emozioni arcaiche della nostra infanzia.
La cultura dominante fa si che gli adulti solitamente reprimano i conflitti espropriando e quindi privando i bambini della possibilità di decidere sul proprio conflitto. L’adulto assume così, non una funzione educativa, ma una funzione giudicante all’interno della quale si cerca il colpevole. Questo modo di agire determina nei bambini prima, e negli adulti poi, la vergogna che è un sentimento subdolo e devastante poiché impedisce di vivere le esperienze. La vergogna conduce ad un blocco, alla paura di sbagliare, di essere fuori posto e di non essere la persona che si dovrebbe essere.
Quando gli adulti intervengono nei litigi dei bambini, bloccano la loro capacità di autoregolazione, impedendogli di disporre delle loro risorse. Questo determina una carenza conflittuale che è un’esperienza drammatica che può condurre alla violenza. Il soggetto non è in grado di stare nelle situazioni conflittuali per cui reagisce con l’attacco o con la fuga. Occorre restituire lo spazio della fatica e lasciare che i bambini risolvano da soli le esperienze conflittuale al fine di acquisire fiducia, consapevolezza e coscienza nella capacità di raggiungere un accordo. Nel momento in cui i bambini si riconciliano, gli diamo la possibilità di acquisire una matrice di apprendimento. La gestione dei conflitti è un’esperienza vitale poiché nessun apprendimento si verifica senza ostacoli.
Come si gestisce il conflitto? Uno strumento utile è l’uso della maieutica che consiste nella formulazione di domande che consentono di esplicitare il conflitto. Le domande devono essere non tendenziose, non giudicanti, non invasive o indagatorie. Il vantaggio a cui conduce l’uso della maieutica consiste innanzitutto nell’esplicitazione del conflitto che determina una maggiore consapevolezza. Si porta alla luce ciò che succede piuttosto che giudicare quello che accade e si mantiene la relazione. Lo spostamento dall’attacco alla domanda consente inoltre, di ridurre la tensione e attivare processi comunicativi.

Esistono delle regole che fanno si che il conflitto diventi apprendimento:
- evitare di cercare il colpevole per far si che non ci si senta sbagliati;
- favorire il processo di comunicazione, non fornendo la soluzione ma ponendo domande;
- creare esperienze reali restituendo creatività e fantasia. Offrire quindi altre occasioni per sperimentarsi positivamente.

Si tratta quindi di cambiare paradigma e smettere di pensare che l’educazione anche quella relativa alla gestione dei conflitti, spetti solo alla scuola o alla famiglia. È tutto il contesto allargato che educa, che ha una responsabilità comune nei confronti delle nuove generazioni. Tutta la comunità di adulti ha un potere educativo. È bene ricordare che nelle situazioni educative bisogna dare delle regole e non dei comandi. Le regole devono definire quello che si può e non si può fare e devono essere chiare e adeguate all’età dei bambini. Se le regole vengono disattese solitamente è perché gli stessi adulti non sono d’accordo o non hanno una coesione educativa.