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Il rapporto annuale dell’ISTAT sulla situazione del paese
  30/05/2012
 

 

La scorsa settimana l’ISTAT ha presentato il ventesimo Rapporto annuale sulla situazione del Paese.
Il rapporto descrive con chiarezza la situazione italiana: la presa di coscienza del carattere strutturale della crisi è stata per l’Italia improvvisa e, per molti, traumatica.
Le difficoltà emerse sui mercati finanziari hanno influenzato i comportamenti delle famiglie che hanno subito gli effetti immediati dei provvedimenti di natura fiscale, nonché quelli futuri legati alla riforma delle pensioni e del mercato del lavoro: alla riduzione del reddito disponibile attuale, già diminuito significativamente negli anni precedenti, si è aggiunta una contrazione di quello atteso per gli anni futuri. Il clima di fiducia è peggiorato e, analogamente a quanto avvenne nella crisi degli anni 1992-1993, la discesa dei consumi non si è fatta attendere, risentendo anche di un aumento del risparmio per fini precauzionali.
Grazie alla riduzione della propensione al risparmio, oltre 13 punti tra il 1992 e il 2011, e al supporto proveniente dai trasferimenti pubblici alle famiglie, gli indicatori di povertà relativa basati sulla spesa sono rimasti stazionari negli ultimi quindici anni intorno al 10-11 per cento. Invariato è rimasto anche il forte divario tra Nord e Sud: nelle regioni settentrionali l’incidenza della povertà era pari, nel 2010, al 4,9 per cento, in quelle meridionali al 23 per cento.
Per ciò che concerne la criminalità, a fronte di una stabilità dei delitti complessivamente denunciati, va notata la forte riduzione rispetto al 1992 dell’incidenza di omicidi, tranne quelli ai danni delle donne, di associazioni a delinquere e di furti, mentre appaiono in netto aumento le truffe, le estorsioni e le violenze sessuali denunciate. Complessivamente, nel 2010 l’Italia presenta indicatori di criminalità migliori di quelli medi europei, al contrario di quanto accadeva negli anni Ottanta. La quota di stranieri denunciati per reati è aumentata notevolmente nel tempo, in parallelo con la crescita della presenza straniera, ma il 20 per cento di essi ha commesso, come reato più grave, un’infrazione alle norme sulla regolare presenza sul territorio nazionale.
La mobilità sociale, misurata dal passaggio, nell’arco di una generazione, da una classe sociale ad un’altra, è cambiata: in questi anni la possibilità di cambiare classe sociale è abbastanza bassa e questo tende a cristallizzare le disuguaglianze nel tempo. La mobilità “ascendente”, che aveva caratterizzato i giovani ventenni di tutte le generazioni entrate nel mercato del lavoro fino a quelli nati negli anni ’50, si è ridotta per i giovani delle generazioni successive. Parallelamente, è aumentata la probabilità di sperimentare una mobilità “discendente”: ad esempio, guardando all’ingresso nel mondo del lavoro, gli occupati delle generazioni più recenti, se provenienti dalla classe media impiegatizia o dalla borghesia, retrocedono più spesso dei giovani delle precedenti generazioni e i figli di operai salgono in misura minore rispetto ai loro predecessori degli ultimi trent’anni.
A migliorare la propria posizione sono soprattutto i figli di chi lavorava nel settore agricolo, profondamente mutato in questo arco temporale, mentre per la classe operaia urbana e quella media impiegatizia la mobilità è nettamente minore.
L’istruzione è un fattore chiave per alimentare la mobilità sociale e stimolare la crescita economica attraverso un migliore capitale umano, ma anche questa risente della classe sociale della famiglia di origine: per la generazione più recente, solo il 12,5 per cento dei figli della classe operaia raggiunge la laurea, contro più del 40 per cento dei figli della borghesia. Anche l’abbandono scolastico è più ampio nelle classi meno elevate: il 37 per cento dei figli di operai nati negli anni Settanta ha abbandonato la scuola superiore, contro l’8,7 per cento di quelli della classe sociale più elevata. Tra questi ultimi oltre la metà si iscrive all’università, contro il 14,1 per cento dei figli della classe operaia, e la situazione non cambia significativamente per i nati negli anni Ottanta.
Forte appare anche l’influenza della tipologia del primo impiego sulle prospettive di carriera a lungo termine: tra i nati a partire dal 1980 la quota di chi entra nel mercato del lavoro con un impiego atipico è quasi del 45 per cento, a fronte di incidenze del 31,1 per cento per i nati negli anni Settanta e del 23,2 per cento per chi è nato negli anni Sessanta. Tra le persone entrate nel mondo del lavoro con un contratto atipico, a dieci anni dal primo impiego il 29,3 per cento è ancora in una situazione di precarietà, circa il 10 per cento non è più occupato e una quota consistente ha sperimentato una mobilità “discendente”. Quando il primo lavoro è a tempo indeterminato, dopo dieci anni si è ancora occupati stabili in una percentuale elevata.
Dopo il forte peggioramento dei primi anni ’90, la disuguaglianza nella distribuzione del reddito è rimasta sostanzialmente stabile, ad un livello comunque superiore a quello medio dei paesi OCSE. Tra il 1997 e il 2010 si è deteriorata la situazione delle famiglie di maggiori dimensioni e di quelle con minori: complessivamente, sono quasi due milioni (il 18,2 per cento) i minori che vivono in famiglie relativamente povere, il 70 per cento dei quali è residente al Sud. L’incidenza della povertà è aumentata tra le famiglie di lavoratori in proprio e di operai, nonché (di circa otto punti percentuali) per quelle in cui convivono più generazioni: le famiglie con minori in cui si realizza tale convivenza sono quasi raddoppiate rispetto al 1997 (oggi sono il 14,5 per cento); tra di esse, l’incidenza della povertà è passata dal 18,8 al 30,3 per cento.
Complessivamente, sono le famiglie di anziani soli o in coppia a vedere diminuire l’incidenza della povertà (di sette e di quattro punti percentuali, rispettivamente), anche grazie ad una storia contributiva migliore della precedente generazione di anziani, eccetto che nel caso in cui si tratti di donne sole ultrasessantacinquenni, con basso livello di istruzione e vita lavorativa assente o molto limitata. Un ulteriore fattore di disuguaglianza è legato al genere: mentre le donne hanno colmato antichi divari in termini di istruzione, permane ancora uno squilibrio nel rapporto con il mercato del lavoro, nei redditi e nella distribuzione di ruoli all’interno della coppia, elementi tra loro strettamente connessi. Il divario retributivo fra lavoratori e lavoratrici cresce all’aumentare del reddito ed è molto elevato per i livelli reddituali più alti.
La vulnerabilità economica della donna all’interno della famiglia si riflette anche nella condizione dei coniugi dopo una separazione o un divorzio: tra le donne che hanno sperimentato questi eventi, il rischio di povertà è del 24 per cento, quello analogo rilevato per gli uomini è del 15,3 per cento, ma se la donna è occupata a tempo pieno, caso relativamente meno probabile che per l’uomo, questo differenziale si annulla.
Nonostante i complessivi miglioramenti della condizione di vita degli stranieri, permane una chiara disuguaglianza con gli italiani. A fronte di un tasso di occupazione più elevato (62,3 per cento contro il 56,4 per cento degli italiani), il reddito medio di una famiglia composta da soli stranieri è ancora pari a circa la metà di quello di una famiglia italiana. Quasi il 42 per cento dei minori stranieri vive in famiglie in condizioni di deprivazione materiale, contro il 15 per cento rilevato per gli italiani. Oltre il 9 per cento degli studenti stranieri risulta ripetente (per gli italiani la quota è del 4 per cento) e il 48 per cento appare in ritardo rispetto al corso di studi (8,5 per cento per gli italiani). Il tasso di abbandono scolastico è del 43,6 per cento per gli studenti stranieri effettivamente presenti sul territorio (cioè al netto di quelli che hanno abbandonato il Paese) e del 15,5 per cento per quelli italiani. L’incidenza dei NEET (Not in Education, Employment or Training) è del 32,8 per cento per gli stranieri, a fronte di un valore del 21,5 per cento per gli italiani.
I miglioramenti della sopravvivenza che abbiamo vissuto negli ultimi venti anni sono stati straordinari: la speranza di vita delle donne è passata da 80,6 a 84,5 anni, quella degli uomini da 74 a 79,4 anni. Resta bassa la fecondità: dopo il minimo raggiunto nel 1995 (1,2 figli per donna) il relativo tasso è risalito fino al 2008, quando si è stabilizzato a 1,4 figli per donna, grazie al contributo delle straniere, i cui comportamenti si stanno, però, avvicinando a quelli delle italiane.
La combinazione tra l’aumento della sopravvivenza e il calo della fecondità ha reso l’Italia uno dei paesi con il più elevato livello di invecchiamento: attualmente, si contano 144 persone di 65 anni e oltre per ogni 100 persone con meno di 15 anni; nel 1992 questa proporzione era di 97 a 100.
Anche la struttura delle famiglie italiane è cambiata: si è ridotto il numero dei componenti e sono aumentate le persone sole, le coppie senza figli e quelle monogenitore. È diminuita dal 45,2 al 33,7 per cento la quota delle coppie coniugate con figli e sono aumentate le nuove forme familiari. La famiglia tradizionale non è più il modello prevalente, nemmeno nel Mezzogiorno: le libere unioni sono quadruplicate e la quota di nati da genitori non coniugati (pari al 20 per cento) è più che raddoppiata.

Si esce dalla famiglia più tardi e si assiste ad uno spostamento in avanti di tutte le fasi della vita, ivi compresa quella in cui si diventa genitore. La quota di giovani tra i 25 e i 34 anni che vive ancora nella famiglia di origine è cresciuta di quasi nove punti e ora è pari a circa il 42 per cento.