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Fra sostenibilità finanziaria e social innovation
Remo Siza 22/09/2014
 
 
I cambiamenti delle politiche sanitarie sembrano principalmente orientati dall’esigenza di assicurare la sostenibilità complessiva del sistema rispetto ad una crisi demografica ritenuta travolgente, all’invecchiamento della popolazione e alla crescita delle condizioni di non autosufficienza. Gli effetti sulle relazioni sociali della lunga crisi economica sono considerati meno rilevanti nell’orientare trasformazioni e per promuovere un rapporto differente con i cittadini. Ogni scarto tra l’operare quotidiano dei servizi e le esigenze che esprime una quota crescente di popolazione è osservato in termini di sostenibilità finanziaria, di risorse che non è più possibile incrementare, con ben poca attenzione alle severe criticità che stanno emergendo nel tessuto delle relazioni sociali.
L’indagine delle Commissioni riunite Bilancio e Affari Sociali della Camera dei Deputati si muove in questa direzione. Nel documento conclusivo si afferma che “nei Paesi a economia avanzata, a partire dal 2000, si è assistito ad una crescita sostenuta della spesa sanitaria. Si tratta di un incremento determinato da una pluralità di fattori quali le dinamiche di invecchiamento della popolazione, i mutamenti del quadro epidemiologico, i costi delle tecnologie sanitarie, la mobilità transnazionale e le aspettative dei singoli”.
L’incremento dell’efficienza del sistema sanitario è perseguita incentivando “la sanità integrativa costituita da fondi integrativi, polizze assicurative, collettive e individuali, attraverso una maggior defiscalizzazione, i cui oneri per l’erario troverebbero compensazione nella minor pressione che la polizza sanitaria può determinare sulla richiesta di prestazioni pubbliche”.
Nel documento l’innovazione a cui si fa riferimento è quella tecnologica e quella dei farmaci per assicurare una maggiore rapidità e omogeneità nell’accessibilità ai prodotti innovativi.
In questo documento, le relazioni sociali e le condizioni reali di vita delle famiglie italiane sembrano sfuggire quasi del tutto oppure emergono come comportamenti opportunistici nel pagamento dei ticket sulle prestazioni sanitarie o nel passaggio di ruolo dal paziente acuto al paziente cronico.
Non stupisce, pertanto, che non si parli di social innovation come comunemente viene intesa, come idee e progetti di cambiamento che propongono nuovi strumenti organizzativi, modelli, servizi capaci di soddisfare bisogni sociali e, insieme, creare nuove relazioni tra le persone, nuovi ambiti collaborativi e la mobilitazione di reti sociali di supporto. Le esperienze di social innovation si stanno diffondendo in tutto il mondo. Nel rapporto The Open Book for Social Innovation, le social innovation sono descritte come innovazioni che sono sociali sia nei mezzi che nei fini, nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che vanno incontro ai bisogni sociali e che allo stesso tempo creano nuove relazioni sociali e nuove collaborazioni. In altre parole, innovazioni che sono esplicitamente rivolte al bene pubblico e sociale, sono buone per la società e ne accrescono le possibilità di azione.
I processi di cambiamento che il documento auspica si fondano su presupposti molto deboli, non tengono conto che la crisi economica e finanziaria ha cambiato profondamente la condizione di vita delle famiglie italiane e le loro attese, le loro esigenze di prestazioni pubbliche: ha impoverito le famiglie italiane riducendo notevolmente le possibilità di una sanità integrativa e ha moltiplicato a dismisura le condizioni per lo sviluppo di una medicina difensiva.
 
Da una parte, la crisi ha incrementato fortemente l’incidenza della povertà:
·         in cinque anni (dal 2007 al 2012) il numero degli italiani in condizione di povertà assoluta è raddoppiato: da 2,4 milioni a 4,8 milioni. In termini percentuali è cresciuto dal 4% del 2007 all’8% del 2012;
·         la persistenza della povertà (costituita dalle persone che rimangono in povertà per almeno tre anni) è ora in Italia fra le più elevate in Europa.
Dall’altra, ha avuto degli effetti molto pesanti sulla generalità della popolazione. La società italiana non è caratterizzata soltanto un’incidenza molto alta della povertà più severa, ma dal diffondersi di una condizione sociale di impoverimento che coinvolge buona parte della classe media e della classe operaia.
Nel 2012, gli individui in famiglie gravemente deprivate, cioè famiglie che presentano quattro o più segnali di deprivazione su un elenco di nove (1), rappresentano il 14,3 per cento del totale in crescita rispetto all’11,2 per cento dell’anno precedente e con un’incidenza più che doppia di quella registrata solo due anni prima (6,9 per cento nel 2010). Inoltre, le persone che vivono in famiglie deprivate (quelle con tre sintomi di disagio economico), in condizione di deprivazione meno severa, raggiungono un quarto del totale (24,8 per cento), rispetto al 16 per cento del 2010.
Continua a crescere in modo consistente la quota di individui che dichiarano di non potersi permettere un pasto adeguato (cioè con proteine della carne, del pesce o equivalente vegetariano) almeno ogni due giorni (16,6 per cento), quota triplicata in due anni. Le persone, inoltre, che affermano di non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione (21,1 per cento) sono raddoppiate in due anni e coloro che dichiarano di non potersi permettere una settimana di ferie in un anno rappresentano ormai la metà del totale (50,4 per cento rispetto al 46,7 per cento del 2011). Gli individui che vivono in famiglie che non possono sostenere spese impreviste pari a 800 euro raggiungono il 41,7 per cento (erano il 38,6 per cento nell’anno precedente, nel 2004 erano il 27,4%).
 
(1) I nove sintomi di disagio sono: i) non poter sostenere una spesa imprevista di 800 euro, ii) non potersi permettere una settimana di ferie all’anno lontano da casa, iii) avere arretrati per il mutuo, l’affitto, le bollette o per altri debiti come per esempio gli acquisti a rate; iv) non potersi permettere un pasto adeguato ogni due giorni, cioè con proteine della carne o del pesce (o equivalente vegetariano); v) non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione; non potersi permettere: vi) una lavatrice vii) un televisore a colori viii) un telefono ix) un’automobile.