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La legalizzazione della marijuana, una lezione americana
di Gian Luigi Gessa 22/09/2014
 
Perché una lezione americana? Perché tutto ciò che succede negli Stati Uniti nel settore della droga, e non solo, viene ineluttabilmente trasferito alla periferia dell’Impero.
Nel 1937 il Marijuana Tax Act ha messo fuori legge negli Stati Uniti e in tutto il mondo una droga presente sulla terra da trentotto milioni di anni, usata dall’uomo da millenni per curare, per gioire, per pregare. Il capo del Federal Bureau of Narcotics (FBN), Harry Anslinger, per vincere la sua partita cannabifobica non si è servito di argomenti tratti dalla preistoria, dalla storia o dalla scienza ma dalla più lurida cronaca nera. Erano gli articoli diffusi dalla vasta catena di giornali sensazionalistici del suo amico William Randolph Hearst, intrisi di razzismo. Hearst odiava i messicani anche perché Pancho Villa l’aveva spodestato di un bosco di ottocentomila acri da cui Hearst otteneva il legno per la carta dei suoi giornali, in sostituzione della canapa usata fino ad allora. Anche la DuPont aveva interesse a sostituire la canapa con la sua nuova scoperta, il nylon. Hearst aveva messo in atto una vera macchina del fango sui terribili effetti della marijuana sul comportamento dei negri, dei messicani e dei suonatori di jazz. Alcuni esempi dai giornali dell’epoca: sotto l’effetto della marijuana un negro riesce a guardare negli occhi un uomo bianco, due volte una donna bianca; la marijuana induce al pacifismo e al comunismo; due negri sotto l’effetto della marijuana hanno violentato una ragazzina di quattordici anni, anch’essa drogata, risultato: sifilide e gravidanza; tre quarti degli omicidi sono commessi da individui ispanici sotto l’effetto della marijuana. Nel 1961 Anslinger fa un compiaciuto esame del suo operato dove rivendica tra l’altro di aver ripulito centinaia di acri di marijuana e di aver sradicato tutte le piante che crescevano spontaneamente sul bordo delle strade.
Il compito più impegnativo di eradicare la marijuana e le altre droghe dalla faccia della terra venne affidato più tardi al nostro Pino Arlacchi che usò come erbicidi funghi patogeni, pericolosi per l’agricoltura e la salute umana, disattendendo il bando globale delle armi biologiche. Anche Arlacchi parla con orgoglio dei suoi successi, ma soprattutto di quelli futuri. Nel 1998, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, di fronte ai maggiori capi di governo, incluso Bill Clinton, affermò applauditissimo che le droghe saranno eliminate dalla faccia della terra entro dieci anni, “A drug-free world, we can do it!”: il progetto è alla portata dell’uomo. Qualche incredulo, un “gufo” secondo la terminologia di Matteo Renzi, fece circolare una maligna storiella: “E Dio lo incoraggiò, ce la farai Pino, sebbene non sarà durante la mia esistenza!”. Arlacchi pensava di passare alla storia come il Jenner del carbonchio, il Sabin della poliomielite, il Lincoln della schiavitù. La marijuana è sopravvissuta ad Anslinger, a Pino Arlacchi, al diluvio universale che avvenne duemiladuecento anni prima di Cristo quando Noè, il capitano dell’arca, ne compiva seicento. Si parva licet è sopravvissuta a Carlo Giovanardi e al suo spin doctor.
Oggi gli epigoni di Harry Anslinger non usano argomenti così rozzi, sostengono le loro tesi con le evidenze scientifiche favorevoli alla demonizzazione della marijuana selezionate da un’immensa e controversa letteratura, nella quale le verità scientifiche possono essere interpretate in senso opposto. Questo scritto non intende discutere se la marijuana sia una droga più leggera delle droghe legali, alcol e tabacco, ma se una legge che la proibisce sia utile o dannosa. Prima che fosse proibita, meno dell’1 per cento degli americani aveva provato la marijuana, oggi sono più del 50 per cento i giovani dai 12 ai 35 anni che l’hanno usata almeno una volta nella vita: un aumento del 5000 per cento! Provare la marijuana è considerato una normale esperienza adolescenziale: lo hanno fatto Kennedy, Clinton, Obama, ma anche Bush Jr., che ha fatto anche altre esperienze.
Naturalmente la proibizione non è la causa della diffusione dell’uso della droga, ma la diffusione è la prova che la legge che doveva cancellare “the assassin of youth” ha fallito. Si può obiettare che seppure non ha eliminato o ridotto l’uso della marijuana la proibizione ha mantenuto la sua diffusione ad un livello inferiore a quello che altrimenti si sarebbe verificato senza la proibizione. Mentre una verifica sperimentale di questa possibilità è praticamente impossibile, la risposta a questo quesito può venire dal confronto della diffusione della droga tra i paesi con severe sanzioni e quelli nei quali l’uso della marijuana è decriminalizzato o semi-legalizzato.
Nel 2001 uno studio del National Research Council (NRC), commissionato dalla Casa Bianca, conclude che “non c’è alcun rapporto tra la severità delle sanzioni e la prevalenza e frequenza dell’uso della marijuana”. Ad esempio, nel Mississippi, dove la marijuana è decriminalizzata, l’8,26 per cento dei soggetti di età superiore ai 12 anni l’ha usata nell’anno precedente al sondaggio (1999), mentre nella Louisiana, dove le pene erano severissime, questa percentuale era del 9,31 per cento. L’esempio olandese è anche più convincente. In Olanda, dove il possesso e l’acquisto di modiche quantità di marijuana sono in pratica legali, l’incidenza dell’uso della droga è stata notevolmente inferiore a quella dei paesi limitrofi e a quella degli stati americani nei quali il possesso era punito con la prigione. L’esperienza olandese è stata un successo nei primi dieci anni, dal 1976, quando le regole imposte agli esercenti dei coffee shop erano stringenti e rispettate. Nell’ultimo decennio il controllo delle regole si è allentato, la vendita della marijuana è stata promossa con metodi aggressivi e spregiudicati, il numero dei coffee shop ad Amsterdam si è moltiplicato, la criminalità si è avvicinata ai coffee shop come conseguenza della non legalizzazione dell’approvvigionamento. Con la promozione del consumo è cresciuto il numero dei consumatori. Il governo ha deciso di ridurre il numero di coffee shop trasformandoli in club per soli soci come quelli esistenti a Barcellona e di chiudere quelli situati vicino alle scuole. L’esperienza olandese dimostra che la legalizzazione può essere un successo o fallire se non si rispettano le regole stabilite, tuttavia non è la legge la causa dell’insuccesso ma la sua mancata applicazione.
Se i successi sono così limitati, quali sono i danni prodotti dalla criminalizzazione della marijuana? Essa ha contribuito significativamente al sovraffollamento delle carceri. Inoltre, i prigionieri di guerra (alla droga) che finiscono in carcere per possesso o piccolo traffico ricevono un danno alla salute psicofisica di gran lunga più grave di qualsiasi effetto tossico della marijuana o delle altre droghe. Ma la proibizione causa danni anche al resto della società. Un enorme settore economico viene lasciato nelle mani di criminali che non pagano le tasse. Inoltre, comporta alti costi della macchina repressiva con perquisizioni, controlli, sequestri, tribunali, spese di polizia, magistratura e carceri. La proibizione esenta il mercato della marijuana dalle regole che la società impone alla produzione e vendita delle droghe legali. I produttori e venditori di bevande alcoliche devono possedere una licenza che impone, pena la sua revoca, l’indicazione della qualità del prodotto, il contenuto alcolico, i tempi e i modi di vendita, la localizzazione dell’esercizio. I venditori illegali non chiedono ai minori la carta di indentità e non garantiscono la qualità della droga. Infine, la popolazione più crudelmente colpita dalla proibizione sono i malati che potrebbero giovarsi di una medicina per la nausea, il vomito, l’anoressia, il dolore neuropatico, la spasticità, il glaucoma, etc.
Una progressiva insofferenza contro lo stato di illegalità della marijuana è iniziata negli Stati Uniti a metà degli anni Sessanta del secolo scorso, si è rafforzata alla fine del secolo ed è fortemente cresciuta nell’ultimo decennio. Quasi tutti gli stati americani hanno ammorbidito le leggi federali, riducendo le pene criminali, le sanzioni civili o amministrative. La decriminalizzazione dell’uso o del possesso di marijuana viene sostenuta da posizioni politicamente opposte, fino all’estrema destra di Sarah Palin. Tutti sono favorevoli alla reintroduzione della cannabis nell’armamentario medico dove era stata fino al 1941, quando venne dichiarata oltre che pericolosa senza alcuna utilità medicamentosa. Ma è nei confronti della legalizzazione della cannabis per uso ricreazionale che l’opinione pubblica americana si divide.
Sulla rete i fautori delle due fazioni sostengono le loro tesi sulla base delle scoperte scientifiche più recenti. Spesso la stessa verità scientifica è interpretata come la prova della dannosità della cannabis, la pistola fumante che giustifica la proibizione, oppure come la conseguenza dello stato di illegalità. L’esempio più dibattuto è la litania del gateway, il passaggio dalla cannabis alle droghe “pesanti” come l’eroina e la cocaina. Quasi tutti i consumatori di queste droghe sono stati o sono anche fumatori di marijuana. L’interpretazione dei proibizionisti è che la cannabis produca una alterazione nel cervello che rende il soggetto più attratto dalle forti emozioni. Secondo i legalizzatori è il mercato illegale che espone i consumatori di cannabis ad una violenta sottocultura, la rete dei consumatori, spacciatori e criminali che contagiano il loro modo di pensare, la loro etica. Il fatto che quasi nessuno inizi con la cocaina o l’eroina è nella normale traiettoria dei comportamenti umani. Nessun motociclista è salito sulla moto se prima non ha usato la bicicletta. Le stesse contrapposte interpretazioni riguardano l’associazione dell’uso della cannabis, specie durante l’adolescenza, ed il successivo coinvolgimento in attività criminali. Lo studio di Pedersen e Skardhamar è spesso citato dagli oppositori della legalizzazione. In realtà, il fatto che in Norvegia, dove lo studio epidemiologico è stato condotto, l’uso della cannabis è severamente proibito con l’arresto, porta l’autore a concludere che è l’illegalità e non la cannabis alla base dell’associazione: “The study strengthens concerns about the laws relating to the use, possession and distribution of cannabis”.
Un altro tema molto importante e dibattuto è se fumare la marijuana durante l’adolescenza favorisca in certi soggetti l’insorgenza della schizofrenia e/o ne acceleri la comparsa in età adulta. Gli esperti discutono se sia la marijuana a causare o “slatentizzare” la schizofrenia in chi è geneticamente predisposto o se quelli che diventeranno schizofrenici sono più attratti dall’uso della marijuana che assumono come medicina del loro disagio psichico. Un’immensa mole di lavori scientifici non ha portato a risultati condivisi. Tuttavia, è improbabile che una legalizzazione possa incidere significativamente su questa condizione: si calcola che per prevenire un solo caso di schizofrenia da marijuana sarebbe necessario impedirne l’uso a più di cinquemila adolescenti.
Alcuni crociati della guerra alla legalizzazione hanno riesumato, per sostenere le loro tesi, il linguaggio del vecchio Anslinger. Ne è un esempio John Hawkins, columnist right-wing, che scrive sulla rete: “Com’è che siamo finiti in un mondo dove le grosse sbronze sono bandite a New York mentre stendiamo un tappeto rosso per i pot heads? Com’è che i fumatori di sigarette sono dei paria, mentre coloro che fumano weed sono coccolati, nonostante siano universalmente riconosciuti come amotivati, di classi inferiori, degenerati e, diciamolo chiaramente, dei falliti puzzolenti? Anche coloro che hanno qualche successo nella vita, come Barack Obama, si rivelano delle mediocrità”. La dimostrazione che fumare weed da adolescenti, come ha fatto Obama, fa male.
Il gruppo SAM è il più numeroso contro la legalizzazione della marijuana, con argomenti più intelligenti e condivisibili. SAM è l’acronimo di Smart Approaches to Marijuana. Un’alleanza non partigiana di legislatori, scienziati e altri cittadini impegnati di cui fanno parte l’ex congressman Patrick J. Kennedy e Kevin Sabet, un giovane consulente della Casa Bianca in tema di droghe per tre mandati presidenziali. Essi vogliono andare oltre la semplicistica dicotomia incarcerazione vs legalizzazione. Sono per la decriminalizzazione del possesso e dell’uso ma contro la legalizzazione della produzione e commercio per uso ricreazionale. Il loro motto è “né demonizzare, né legalizzare”. Il progetto ha affiliati in venticinque stati americani.
David Frum, collaboratore della CNN, di Newsweek e del Daily Beast,sintetizza così il pensiero diSAM: “Noi rifiutiamo il modello guerra alla droga, non vogliamo incarcerare chi la usa ‘episodicamente’, né registrare il reato nella fedina penale. Ma vogliamo mandare un chiaro messaggio: l’uso della marijuana è una scelta cattiva” (Frum elenca qui tutta una serie di effetti tossici). Non devi usarla. Se proprio la vuoi usare non farlo prima dei 25 anni, quando il tuo cervello ha completato il suo sviluppo. Non usarla se sei predisposto a certe malattie mentali. Stai attento, un sesto dei fumatori diventa dipendente dalla marijuana. Infine, ai genitori diciamo che l’argomento più forte per prevenire l’uso negli adolescenti è “La marijuana è illegale, stanne lontano!”. Molti anni fa Nancy Reagan confidava nel motto “Just say NO!”.
La direzione del vento sta cambiando in tutto il paese. I sondaggi popolari indicano per la prima volta che la maggior parte degli adulti è favorevole alla legalizzazione: “Smart politicians know which way the wind is blowing and the stupid ones will soon find out”. Lo hanno capito soprattutto intraprendenti imprenditori, uomini d’affari che sperano che la legalizzazione farà nascere un’industria con alti profitti.
A modificare l’orientamento dei politici e degli imprenditori in senso favorevole alla legalizzazione ha contribuito la frammentazione del mercato della marijuana. La sua produzione ha cessato di essere monopolio della criminalità organizzata. Molti stati hanno iniziato a coltivarla in modo autarchico e molti consumatori hanno imparato a coltivarla in quantità sufficienti ai loro consumi. L’autocoltivazione è diventata un hobby nazionale. I piccoli produttori decantano le qualità della loro marijuana biologica nei confronti della futura marijuana legalizzata: “La marijuana illegale è coltivata in piccole quantità senza pesticidi né fertilizzanti per farla crescere più di quanto farebbe naturalmente. La qualità della marijuana legale sarà peggiore di quella che usi oggi”.Ma un mercato così importante non è destinato a rimanere in mano ai “fai da te”.
In rete compaiono irresistibili annunci pubblicitari per i futuri investitori: “Nel bene e nel male la marijuana è immensamente popolare e la sua popolarità sta crescendo ogni santo giorno. Un mercato immenso: 7,6 milioni di americani ‘accendono’ quasi ogni singolo giorno della loro vita. Un altro incalcolabile numero di americani la usa occasionalmente: il reale numero dei fumatori è stimato in 50 milioni all’anno! L’industria legale è calcolata tra i 35 e i 45 miliardi di dollari all’anno. Un’immensa prateria che sarà di chi arriverà per primo a conquistarla”. Il traffico della marijuana non avviene più attraverso vie lunghe, ma brevi e difficilmente intercettabili.
Il vento soffia anche dagli organi di informazione. Sanjay Gupta, neurochirurgo e capo corrispondente per la medicina per la CNN, plurivincitore di Emmy Awards, famoso anchorman televisivo, ha sempre avuto una posizione contraria alla legalizzazione della marijuana, incluso il suo uso medico. Nel 2009 ha scritto “Why I would vote no on pot”. Oggi chiede scusa, confessa di non aver studiato a fondo l’argomento e di aver creduto alla DEA (Drug Enforcement Agency) che ha messo la marijuana nella Tabella 1, dannosa, con alto potere di produrre dipendenza e senza alcun dimostrato effetto terapeutico: “I apologize because I didn’t look hard enough until now!”. Oggi la CNN trasmette una serie di suoi documentari chiamati Weed (l’erba selvatica). Un panegirico della marijuana, non solo come medicina. Il New York Times ha capovolto una linea editoriale da sempre contraria alla legalizzazione delle droghe, inclusa la marijuana. Il 14 luglio di quest’anno pubblica un editoriale (Repeal prohibition, again) come quello usato quasi un secolo fa contro il proibizionismo dell’alcol. Tra l’altro l’editoriale afferma: “Crediamo che la cosa migliore per Washington sia di non interferire con gli stati che sperimentano gli usi medicinali della marijuana, la riduzione delle pene, o semplicemente la legalizzazione del suo uso”.
NORML (National Organization for the Reform of Marijuana Law) è il gruppo piùnumeroso di promotori dell’uso non medico della marijuana negli Stati Uniti. Esso sostiene l’eliminazione di tutte le pene per il possesso e l’uso responsabile della marijuana da parte degli adulti. Sostiene anche la legalizzazione della coltivazione per uso personale, la cessione ad altri di piccole quantità in modo gratuito. Sostiene lo sviluppo di un mercato legale e controllato della cannabis e infine difende coloro che combattono contro i procedimenti giudiziari previsti dalle attuali leggi sulla marijuana e coloro che lavorano per abolirle. NORML porta avanti con successo una campagna abilmente organizzata attraverso i mass media e generosamente finanziata da alcuni miliardari, tra i quali l’ungaro-americano George Soros.
Nel 2012, il Colorado e lo Stato di Washington hanno legalizzato non solo l’uso della cannabis ma la sua produzione e vendita a chiunque di età superiore ai 21 anni; ben oltre la decriminalizzazione dell’uso e del possesso e la legalizzazione dell’uso medico già avvenute in venti stati americani. Proposte di legalizzazione della marijuana per uso non medico saranno votate in numerosi stati dal 2014 al 2016. È probabile che in un futuro non lontano la legge federale sarà modificata e la marijuana sarà legalmente disponibile in tutta la nazione.
Le autorità federali hanno posto al governo del Colorado e di Washington la condizione che attuino una forte ed efficace regolamentazione che prevenga la distribuzione ai minori; eviti trattative con le organizzazioni criminali; proibisca il commercio di altre droghe e la vendita della cannabis oltre la frontiera dello stato, il possesso di armi, l’uso della violenza, la guida in stato di intossicazione, la coltivazione e la vendita in terreni pubblici o nelle proprietà federali. Il governo del Colorado e dello Stato di Washington hanno concesso la licenza di produzione e vendita della cannabis a piccole imprese profit che hanno aperto una galassia di negozi in tutto il territorio.
Secondo gli oppositori, la legalizzazione ha provocato già entro pochi mesi dalla sua attuazione, danni incalcolabili alla salute pubblica che vengono elencati nei media con i toni della cronaca nera del 1937. Ad esempio, un cittadino di Denver, dopo aver mangiato delle caramelle Karma Kandy impregnate di marijuana, acquistate nei nuovi negozi “ricreazionali”, terrorizzato per la fine del mondo, ha ucciso la moglie con la pistola. Bambini delle scuole elementari sono finiti all’ospedale intossicati dai dolcetti alla marijuana preparati dalle loro nonne. Poiché le condizioni poste dal governo sono state disattese, i cittadini onesti chiedono l’intervento delle forze federali per fermare la strage di bambini. Il reverendo J. Lee Grady, scrittore politicamente impegnato, scrive liricamente su Charisma:“Hai sentito quale strano odore ha recentemente il vento della nostra regione? È l’odore della marijuana che abbiamo legalizzato. L’inno ufficiale del Colorado, Rocky Mountain ‘High’, acquisterà un altro significato”.
I difensori della legge affermano che i casi riportati dai media riguardano eccezioni, scelte per screditare una giovane industria che sta fiorendo sotto severa osservazione. La stragrande maggioranza dei dispensari di marijuana medica e le rivendite di marijuana per uso ricreazionale seguono le regole ferree imposte dal governo. È vero, seguono le regole del governo ma seguono anche quelle, non proibite, del mercato: fare il massimo profitto vendendo tutto il possibile ad un numero più vasto possibile di clienti.
Ma questa situazione relativamente controllata non è destinata a durare. Le piccole imprese saranno sostituite da aziende di grosse dimensioni che, come per la distribuzione di altri generi di consumo, approvvigioneranno altre imprese che useranno abilmente le tecniche di marketing per sviluppare e sfruttare una determinata marca di sigarette o di dolcetti alla marijuana.
Queste imprese ben organizzate saranno mosse dal profitto, non certamente dalla preoccupazione per la salute pubblica o da valori culturali o ideali.
La marijuana ha una qualità che favorisce il mercato: chi la fuma lo fa per intossicarsi (provare euforia, getting high). Circa uno su dieci di quelli che la fumano diventa consumatore giornaliero. Negli Stati Uniti quattro quinti del prodotto sono consumati da soggetti che usano ogni giorno più di un grammo di marijuana di alta potenza. Sono consumatori “problematici” o dipendenti dalla sostanza, la maggior parte dei quali adolescenti o giovanissimi adulti. Tuttavia, a differenza dell’alcol e del tabacco, molti giovani consumatori negli anni diventano più morigerati. Dopo i 35 anni l’uso della marijuana si riduce o si elimina. Pertanto, i giovanissimi e gli adolescenti sono i più preziosi clienti del mercato illegale e presumibilmente lo saranno di quello legale.
Quale legge potrà evitare che il mercato della cannabis sia dominato dalle grosse imprese che tendono a vendere quanto più possibile a un numero di clienti più grande possibile?
I diversi modelli di legalizzazione alternativa a quello profit sono analizzati con grande competenza negli aspetti tecnici da Jonathan P. Caulkins, Mark Kleiman e Jeremy Ziskind.
Su una serie di recenti pubblicazioni, alle quali invito il lettore ad accedere, sono presentati i tre modelli più efficaci per contrastare i sogni di profitto dei mercanti. 1) Attuare una variante di monopolio di stato lasciando la produzione all’impresa privata e la vendita a negozi statali stabilendo che lo stato garantisca di non speculare sulla cannabis come ha fatto per altre attività dannose per la salute pubblica o considerate riprovevoli (gioco d’azzardo, prostituzione, droghe, etc.). 2) Permettere la produzione e la vendita a imprese non profit. Per evitare che queste imprese, per sopravvivere o irrobustirsi, modifichino la loro politica, esse dovrebbero avere nei consigli di amministrazione dei membri selezionati da agenzie di salute pubblica o di assistenza all’infanzia. L’ente che riceve la licenza dovrebbe impegnarsi, salvo revoca, a soddisfare la domanda ma evitare la promozione e devolvere ogni ricavo, al netto delle spese, per la prevenzione, trattamento e assistenza dei tossicodipendenti. 3) Permettere la produzione per uso personale e la distribuzione a titolo gratuito. Questo modello è già in atto in modo illegale in molti stati: più della metà dei consumatori di marijuana ottiene la propria droga gratuitamente o per scambio. Altri la comprano da amici o parenti. La legge del Colorado non solo concede la produzione e il commercio ad aziende profit ma permette ad ogni adulto di coltivare fino a sei piante di cannabis. Una variante è limitare la produzione e la distribuzione a cooperative di consumatori: “Fai crescere la tua pianta e scambia il prodotto con i membri dello stesso club”, secondo il modello dei cannabis club spagnoli. I membri dei club devono essere cittadini residenti, i quali coltivano collettivamente la cannabis e la consumano in ambienti di loro proprietà. Poiché vendere la marijuana è proibito, il corrispettivo della consumazione viene classificato come contributo alle spese di gestione del club. Come per i coffee shop olandesi, i club di Barcellona stanno attirando turisti da tutta Europa e il loro numero sta crescendo immensamente. A differenza dei coffee shop sono ambienti accoglienti ed eleganti situati nelle strade classicamente frequentate dai turisti. La polizia ha chiuso numerosi club per supposte violazioni quali vendita a minori, traffico di droga, adescamento di turisti di passaggio. Il governo spagnolo ha stabilito una moratoria di un anno alla crescita di nuovi club, con il disappunto degli investitori di altre nazioni.
È importante che qualcuno di questi modelli, certamente non i club spagnoli, venga realizzato prima che il mercato cada saldamente in mano a poteri fortissimi come Big Tobacco, che per loro natura devono vendere quanto più possibile a un numero di clienti più grande possibile, soprattutto ai giovanissimi. Tale situazione non sarebbe meno dannosa della proibizione.
 
 
Questo articolo è stato pubblicato nel numero 15/2014 della rivista trimestrale Medicina delle Dipendenze – MDD.
La versione originale con i riferimenti bibliografici è scaricabile qui.