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L’impatto della crisi sulla non autosufficienza: riflessioni a margine del Forum nazionale
di Pier Paolo Pani 18/12/2011
 

La necessità di attivare momenti di approfondimento e confronto sulle politiche sanitarie e sociali che riguardano i temi della disabilità, degli anziani, della fragilità e più in generale dell’area dell’integrazione sociosanitaria, ha trovato risposta negli ultimi anni nel “Forum della Non Autosufficienza”, evento di rilievo nazionale che si svolge con frequenza annuale a Bologna.

Per gli operatori impegnati ai vari livelli nelle istituzioni nazionali, regionali e locali, per le associazioni di utenti e familiari, per le organizzazioni del terzo settore, il Forum rappresenta l’occasione per un aggiornamento sullo stato delle cose, sulle proposte e sulle prospettive di un ambito di intervento strategico per il benessere della popolazione e che in quanto tale impegna i contesti della programmazione e dell’intervento.
 
La depressione economica che ha investito il mondo occidentale e l’Italia in particolare, le prospettive negative per le persone e per settori sociali maggiormente dipendenti da interventi di sostegno e cura, la carenza di programmi, progetti e idee, hanno reso l’edizione del Forum 2011, svoltasi lo scorso 9 e 10 novembre, carica di aspettative.
 
In apertura della sessione plenaria intitolata “Il welfare in tempo di crisi”, Andrea Brandolini, della Banca d'Italia, ha inquadrato il tema della non autosufficienza nel contesto economico attuale. Ha richiamato in particolare l’attenzione sull’andamento delle disuguaglianze economiche che caratterizzano il nostro Paese rispetto alle altre nazioni occidentali. In Italia, nel confronto 2007-2009, si è osservato un calo consistente del PIL (-6%), come peraltro in altri Paesi dell’Europa, quali Regno Unito, Svezia, Germania. Tuttavia, da noi questa riduzione si è associata ad una contrazione del reddito delle famiglie (-3,3 %), cosa che non è accaduta negli altri Paesi, dove gli interventi di contrasto e protezione, funzionali all’attenuazione dell’impatto della crisi, hanno determinato, al contrario, una crescita del reddito familiare (tra +2 e +4 %).
 
Carla Collicelli del CENSIS si è soffermata sulla situazione di difficoltà delle famiglie e delle persone con disabilità, partendo dall’invecchiamento della popolazione (dal 2002 al 2010, gli ultracentenari sono cresciuti del 165%), e continuando con l’aumento delle patologie croniche e conseguentemente della disabilità, che nel 2010 interessava il 6,7% della popolazione e per la quale si prevede un ulteriore e consistente incremento: 7,9% nel 2020 e 10,7% nel 2040. Il carico di cura, che in Italia grava consistentemente sulla famiglia è quindi destinato ad aumentare. Sarà possibile reggerlo?
 
In Italia, la famiglia continua a rappresentare il cuore del welfare: il “welfare fatto in casa”. Tuttavia, come ha spiegato Gabriella Sebastiani dell’ISTAT, la rete di parentela “è sempre più stretta e lunga: crescono le persone da aiutare, ma non quelle che assistono”. Aumenta, inoltre, l’età media dei caregiver, che dai 43 anni del 1983 è passata ai 50 del 2009. L’assistenza continua a gravare sulle spalle delle donne, che da sole garantiscono 2,2 milioni di ore, mentre diminuisce l’aiuto fornito da volontari, vicini e amici: le famiglie destinatarie dell’aiuto informale sono scese dal 28,3% del 1983 al 16,9% nel 2009. Il ricorso alle badanti è divenuto, al contrario, massiccio: nel 2008 ne usufruiva il 10% delle famiglie. Secondo la Collicelli del CENSIS, a fronte dell’impegno e del valore del lavoro familiare, la conciliazione fra casa e lavoro è ancora un mito, mentre per le istituzioni la famiglia rimane invisibile, soprattutto a livello fiscale.
 
Le tematiche trattate negli altri workshop del Forum hanno riguardato le diverse aree dei bisogni e degli interventi: anziani, disabilità, età evolutiva, cure domiciliari, residenzialità, cure palliative, integrazione sociosanitaria, continuità ospedale-territorio, costi e qualità delle cure, rete dei servizi, etc. Le sessioni di lavoro hanno fornito l’occasione per approfondire tanto le questioni riguardanti gli ambiti generali, normativi e della programmazione, quanto quelli dell’agire professionale, attraverso approfondimenti, esempi e proposte.
 
A fronte delle preoccupazioni suscitate dalle prospettive delle politiche nazionali di settore, sollevate in particolare dal Disegno di Legge Delega al Governo per la riforma fiscale e assistenziale (orientato a riqualificare e riordinare la spesa in materia sociale, in modo da recuperare 4 miliardi nel 2012, 16 nel 2013 e 20 nel 2014, o in alternativa dalla prevista contrazione delle agevolazioni fiscali vigenti, fino al 20% dal 2013), dal complesso delle relazioni, degli interventi e del dibattito è emersa l’urgenza di realizzare le riforme indispensabili per rendere il sistema di protezione adeguato alle necessità di assistenza e sostenibilità economica ed allo scenario che in prospettiva ci aspetta.
 
Laddove il complesso dei bisogni di tutela, sostegno, accompagnamento e cura sono inestricabilmente intrecciati, nel riordino complessivo del sistema di welfare e dello stato sociale è emersa la necessità di prestare specifica attenzione all’area sociosanitaria. Soprattutto nella attuale contingenza socioeconomica, occorre ripensare gli interventi per la non autosufficienza, ponendo i due sistemi di erogazione dei servizi alla persona, sanitario e sociale, in condizioni di assicurare un approccio complessivo e complementare, evitando la sanitarizzazione tout court di problematiche risolvibili in un contesto di collaborazione ed integrazione inter area e inter istituzione, più funzionale alle esigenze della persona e addirittura meno dispendioso per la collettività.
 
Per ottenere questo risultato è urgente individuare le priorità in ambito socioassistenziale e prevedere l’esigibilità degli interventi ad esse commisurati: la mancata traduzione dei livelli essenziali di assistenza in ambito sociale costituisce a tuttora fonte di forte disuguaglianza fra le diverse condizioni di bisogno e tra i diversi territori, nonché di mancata assistenza.
 
Occorre, ancora, ripensare il bilanciamento fra interventi monetari ed erogazione di servizi professionali, che vede il nostro Paese tra i più sguarniti di servizi alla persona, organizzati ed articolati sul territorio, capaci di offrire risposte che passano per competenze professionali ed organizzazione dei servizi non rimpiazzabili con sussidi economici.
 
Occorre, infine, uscire dall’ottica “categoriale”, per la quale i benefici dipendono dall'appartenenza a una determinata categoria sociale, lavorativa, sanitaria, a favore di un orientamento “universalistico”, che distribuisce, invece, i benefici sulla base di una valutazione del bisogno.
 
Come si colloca la Sardegna in questo scenario nazionale? Parte delle riforme necessarie per adeguare gli interventi per la non autosufficienza ai bisogni attuali e alle prospettive passano necessariamente per il livello regionale, depositario di potestà legislativa esclusiva in materia di assistenza e di potestà concorrente in materia sanitaria.
 
Nello specifico degli interventi per la non autosufficienza, nel corso della seconda metà degli anni 2000, la Regione Sardegna ha attuato importanti riforme, adeguando, in primo luogo l’infrastruttura normativa necessaria per riqualificare la rete degli interventi. Sia la legge regionale 10/2006 di riforma del Servizio Sanitario Regionale che la legge regionale 23/2005 di riforma dei Servizi alla Persona hanno apportato al sistema di intervento modifiche importanti nella direzione dell’integrazione sociosanitaria, individuando i contesti e indicando modalità dell’interazione interistituzionale; prevedendo in particolare l’integrazione delle politiche sanitarie e sociali in ambito regionale, attraverso l’adozione del Piano dei servizi sanitari e del Piano dei servizi sociali e, in ambito locale, mediante il Piano locale unitario dei servizi alla persona (PLUS, art. 20, legge regionale 23/2005).
 
Nel campo specifico della non autosufficienza sono state adottate misure volte a promuovere l’armonizzazione degli interventi residenziali, semiresidenziali e domiciliari, erogati dalle ASL e dai Comuni, con gli interventi di aiuto al lavoro di cura delle famiglie (provvidenze economiche per interventi di tutela, sostegno e accompagnamento). Fra i provvedimenti, corre l’obbligo di ricordare l’istituzione del Fondo regionale per la non autosufficienza (art. 34, legge regionale 2/2007), col quale vengono definite le risorse e le azioni, sia di sistema che rivolte a finanziare specifici programmi di intervento, necessarie per dare certezza e stabilizzare una rete di servizi e interventi a favore delle persone non autosufficienti e dei nuclei di appartenenza.
 
Stante la realtà socioeconomica della Sardegna (PIL pro capite al 79% di quello medio nazionale nel 2009), la riduzione dei trasferimenti finanziari da parte dello stato, e più in generale il ritardo complessivo nello sviluppo che rendono in questa regione la crisi particolarmente acuta, la qualità delle scelte e l’intensità dello sforzo richiesti in Sardegna per la tutela della salute e qualità della vita delle persone fragili appaiono anche maggiori del livello nazionale.
 
È necessario, in primo luogo, rivisitare e aggiornare il Piano regionale sanitario che, peraltro, dovrebbe essere soggetto ad una programmazione di durata triennale (legge regionale 10/2006), mentre manca ancora del tutto il piano sociale regionale, previsto dalla legge regionale 23/2005, che sulla base dell’analisi dello scenario dovrebbe dare indicazioni coerenti e sostenibili sulle priorità nei diversi ambiti, sulla rete dei servizi, sulle risorse umane, associative, professionali, istituzionali ed economiche presenti o mobilizzabili.
 
Andrebbero aggiornati inoltre, alla luce delle necessità odierne, i percorsi sociosanitari integrati ed i livelli di compartecipazione alla spesa, per parte sanitaria (ASL) e per parte sociale (Enti Locali), attraverso la definizione dei confini tra sanitario e socioassistenziale in termini di funzioni, competenze, strutture e risorse, in modo da assicurare la ricomposizione dell’unitarietà, dell’organicità e della sostenibilità dell’intervento sulla persona.
 
Andrebbe, ancora, rivalutato e potenziato, in un’ottica di crescita complessiva del sistema, il ruolo della cooperazione, del volontariato, e più in generale del terzo settore, in modo da valorizzare l’apporto di una realtà sociale, culturale ed economica strategica per il perseguimento della qualità e dell’efficienza della rete dei servizi.
Mancano, infine, tra gli altri interventi fondamentali, quelli relativi al processo di accreditamento delle strutture sociali e dei servizi alla persona (es. cure domiciliari sia sanitarie che sociali), decisivi per assicurare la disponibilità, qualità e sostenibilità di interventi diversificati per tipologia ed intensità assistenziale e sanitaria.
Come al livello nazionale, anche a quello regionale, la crisi, che acuisce i bisogni e amplia le disuguaglianze, rende obbligatorio il governo del versante sociosanitario, imponendo il buon uso delle ridotte risorse disponibili, e anche delle intelligenze, per scelte tanto strategiche quanto ponderate.